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Tavistok center

2019/04/20

La funzione del Tavistock Center

Solo nell’ultimo anno più di 2500 bambini inglesi sono stati indirizzati al centro che si occupa di riassegnazione del genere. Qualche giorno fa’ il Times di Londra, portabandiera del pensiero liberal, ha dedicato all’argomento 2 pagine intere. L’attualità di cui si dava conto era quella delle dimissioni di 5 medici il cui compito era decidere quali bambini avviare al trattamento di interruzione della pubertà. Perché i dottori si sono dimessi? Per le forti pressioni subite per indirizzare verso il cambiamento di sesso bambini i cui disagi psicologici non erano stati sufficientemente accertati né studiati.

La Bussola (lanuovabq.it) si è già occupata del caso, io mi limito a qualche considerazione sul centro in cui simili esperimenti su bambini vengono condotti: The Tavistock Center. Un centro istituito in nome della scienza che si prefigge di conseguire fini puramente scientifici. Conviene intendersi sul significato delle parole: in nome della scienza durante la seconda guerra mondiale i giapponesi hanno realizzato in Manciuria esperimenti su larga scala che misuravano con precisione quanto tempo impiegassero a morire persone sottoposte a diversi tipi di tortura. Tavistock Center dunque. Se posso usare questa parola ero amica di Ettore Bernabei, una delle personalità che più hanno contribuito ai successi della cattolica Italia postbellica. Chiacchierando con lui a casa sua una sera, mi ha mostrato un libro sottolineato con cura che io, per motivi vari, avevo deciso di non comprare: Massoni del gran maestro del grande oriente democratico Gioele Magaldi. Lettura interessante. Certo, per i profani di cui faccio parte, lettura di cui spesso riesce difficile decodificare i messaggi sottintesi. Eppure un’informazione mi sembra chiara, interessante, e difficilmente sospettabile di faziosità: la narrazione della vicenda del Tavistock Center. Per raccontarla ricorro a Magaldi come unica fonte di informazione. Il gran maestro mi perdonerà.

L’istituto Tavistock nasce a Londa nel 1920 come clinica psichiatrica. Nel 1921 vi “furono condotte ricerche sulle psicosi traumatiche da bombardamento nei reduci della Prima guerra mondiale. Si trattava di identificare con criteri scientifici la ‘soglia di rottura’ della resistenza di un essere umano sottoposto a sollecitazioni limite”. Nel 1932 si aggiunge al gruppo di scienziati un “fuoriuscito tedesco”, “specialista in ‘dinamiche di gruppo’, ovvero tecniche di manipolazione del singolo inserito in un gruppo tese a fargli acquisire una sua nuova personalità e nuovi valori”. Nel secondo dopoguerra l’istituto si ripropone un “progetto ambizioso: applicare nientemeno che al corpo sociale i risultati di quegli studi sul ‘punto di rottura’ messi a punto nel corso delle due guerre mondiali, per distruggere ogni resistenza psicologica nell’individuo e metterlo alla mercé del Nuovo ordine mondiale”; “Negli anni Sessanta fu lo stesso Tavistock, in collaborazione coi servizi segreti inglesi, a pilotare l’esperimento della diffusione e dell’impiego di droga” funzionali a “esperimenti di ‘ingegneria sociale’ mediati dalla droga”.

A giudizio di Magaldi obiettivo primario del Tavistock di oggi “in ultima analisi, è la ricerca delle modalità per provocare ‘mutamenti dei paradigmi culturali’ nelle società umane attraverso l’instaurazione di ‘ambienti sociali perturbati’ o la manipolazione delle ‘dinamiche occulte di gruppo’. A titolo di saggio, nel 1989 venne tenuto presso l’istituto Tavistock un ciclo di conferenze sul tema: ‘Il ruolo delle organizzazioni non governative nell’indebolire gli stati nazionali’”. Ancora: “La rete del controllo della mente del singolo e dei comportamenti collettivi miranti a creare, col supporto delle grandi fondazioni, il pensiero unico fondante una nuova scala di valori ‘politically correct’, in pochi decenni si è irradiata –come ognun vede- in tutto l’Occidente”.

Mi sembra che questa lettura chiarisca in quale “scientifico” contesto vadano inseriti gli esperimenti sui bambini inglesi.

Angela Pellicciari

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Georges Pontier

2019/04/18

Il vescovo di Marsiglia lascia e apre alle donne prete

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Al momento di lasciare Marsiglia e la presidenza della conferenza episcopale francese, il settantacinquenne vescovo Georges Pontier ha rilasciato un’intervista al giornale locale La Provence.

E’ preoccupato per la situazione della chiesa, chiede il giornalista? Certo - risponde - il clima in cui siamo immersi è “complesso”; bisogna che la chiesa torni a Gesù Cristo “il che equivale a dire che vada verso gli altri, i poveri, facendo prova di umiltà”. La chiesa “non deve essere centrata su sé stessa”: “Il buon Dio ci sveglia con questa prova [scandali sessuali] e ci mette davanti le nostre responsabilità”; dobbiamo “essere più aperti alla società, coinvolgerla di più. Essendo più attenti ai laici e alle donne”; “Gli abusi sessuali sono conseguenza di abusi di potere e di coscienza”.

Fino a questo punto Pontier sembra limitarsi ad una litania che potremmo definire alla moda. Alla fine dell’intervista però si avventura in una considerazione sorprendente: “Può darsi che un giorno avremo donne preti o uomini sposati ordinati. Ma non è da qui che dobbiamo cominciare”, “Quello che conta è esercitare il potere in modo diverso. Essere più in sintonia con la società che ci circonda”. Il vescovo Pontier parla di abuso di potere. Ma come lo vogliamo definire un vescovo che, nel pieno esercizio delle sue funzioni, spaccia per buona una dottrina che la chiesa condanna senza appello?

Il 22 maggio 1992, giorno di Pentecoste (e non si tratta di un particolare insignificante), Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis indirizzata ai “vescovi della chiesa cattolica” si occupa della “ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini”. Dopo aver ricordato come il sacerdozio sia sempre stato riservato agli uomini, papa Wojtyla cita Paolo VI ripetutamente intervenuto sul tema per le evidenti “ragioni veramente fondamentali”: il “modo di agire di Cristo” non è infatti “guidato da motivi sociologici o culturali propri del suo tempo”.

Giovanni Paolo II prosegue citando la Lettera apostolica Mulieris dignitatem in cui scriveva: “Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la vocazione e la dignità della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo”. D’altronde, prosegue, “il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli apostoli né il sacramento ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo”.

Nonostante tutto ciò, nel nostro tempo, si è tornati a mettere in discussione la “dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini”. Questa la perentoria conclusione di Giovanni Paolo II: “Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su una questione di grande importanza”, “dichiaro che la chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”. Nonostante la chiarezza inequivocabile del pronunciamento di papa Wojtyla, il 28 ottobre 1995 il cardinal Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, è costretto a tornare sul tema con l’esplicito avallo di Giovanni Paolo II per ribadire come la lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis abbia un carattere perenne e definitivo perché appartiene al deposito della fede.

La necessità di riconfermare tante volte lo stesso principio fa venire in mente gli infiniti pronunciamenti antimassonici cui la chiesa è stata costretta dalle sempre reiterate pretese dei “fratelli” di non incorrere nelle condanne emesse in precedenza. Chissà se il sasso lanciato da Pontier con apparente noncuranza e leggerezza non abbia l’obiettivo di suggerire un nuovo pronunciamento pontificio che apra all’ordinazione femminile? Alla domanda di cosa Pontier pensi del proprio successore alla guida della conferenza episcopale francese il porporato risponde: “Ha le capacità di risolvere le sfide lanciate alla chiesa”. Sarebbe interessante sapere a quali sfide si riferisca.

Angela Pellicciari

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Cardinal Pell

2019/03/15

In balia dei giudici: ragioni per un foro ecclesiastico

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Il 25 febbraio 1850 viene approvata nel Regno di Sardegna la legge Siccardi che prende il nome dal guardasigilli dell’epoca Giuseppe Siccardi. Siccardi ottiene la soppressione del foro ecclesiastico, vale a dire l’eliminazione del privilegio del clero di essere giudicato da un tribunale ecclesiale e non da un tribunale civile. Con questa legge trova applicazione anche nel regno sardo un provvedimento che fa regnare l’uguaglianza della legge nei confronti di tutti i sudditi: tutti uguali davanti alla legge. Era ora! Penso che oggi non ci sia nessuno, o quasi, che metta in discussione la bontà di un simile provvedimento.

Però. Però le cose non sono mai tanto semplici. Meno che mai quando sembrano ovvie. Nel 1850 l’abolizione del foro ecclesiastico senza richiedere il consenso della Santa Sede equivale a una dichiarazione di guerra nei confronti della sede romana. Il foro ecclesiastico infatti è garantito dal concordato stipulato fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Sardegna. Concordato che non può essere modificato senza un reciproco accordo di entrambi i contraenti. Pio IX è proprio questo che rileva: come mai il regno sardo decide di modificare il concordato senza informare la Santa Sede? Il comportamento sardo è chiaramente un atto ostile quanto ingiustificato nei confronti della chiesa cattolica e del suo stato. Ingiustificato tanto più che il regno di Sardegna, che si presenta al mondo come uno stato modello perché costituzionale e liberale, così facendo viola il primo articolo dello Statuto che definisce la chiesa cattolica “unica religione di stato”.

L’abolizione del foro ecclesiastico è un tassello importante della guerra che il Piemonte sabaudo scatena in Italia contro lo stato pontificio e i cattolici. Cioè contro l’intera popolazione. Subito dopo la sua approvazione serve per mettere in prigione a carcere duro (a pane ed acqua) il vescovo di Torino Luigi Fransoni, vescovo scomodo, reo di obbligare i sacerdoti ad ottenere il nulla osta dell’autorità ecclesiastica prima di presentarsi in tribunale. Negli anni successivi servirà a incarcerare uno stuolo di preti e religiosi colpevoli di aver infranto le leggi dello stato. Colpevoli, per esempio, di essersi rifiutati di cantare il Te Deum in occasione della festa dello statuto. O colpevoli di aver negato l’assoluzione in punto di morte agli scomunicati liberali che non si fossero pubblicamente pentiti del loro operato. Per capire meglio con quale equanimità ed uguaglianza venissero applicate le leggi sabaude conviene tenere presente che, in nome della chiesa cattolica garantita dal primo articolo dello statuto e in nome della libera chiesa in libero stato, viene smantellato e svenduto l’immenso patrimonio religioso, artistico, culturale e caritativo organizzato nei secoli dalla chiesa cattolica in Italia. Aboliti tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato, tutti i loro membri vengono cacciati dalle loro case e derubati di tutto, compresi archivi e biblioteche. In nome della giustizia, del progresso e dell’uguaglianza, 57.492 persone vengono private di ogni diritto. A cominciare da quello di scegliere liberamente il proprio stato.

E’ evidente che parlo della legge Siccardi per ragionare sull’oggi. Un cardinale di Santa Romana Chiesa, un uomo di 77 anni, sbattuto in isolamento in prigione dopo un processo farsa durato anni (durante i quali forse si sperava che morisse). Un antico giocatore di rugby abbandonato al suo destino da tutti. O quasi. Calunniato in modo palese da un tribunale che definire civile sarebbe ardito. La bellissima frase “la giustizia è uguale per tutti” serve magnificamente, come tutte le belle frasi, a nascondere la realtà dell’attuale situazione. La persecuzione contro la chiesa cattolica e contro i suoi uomini migliori è aperta. Il gioco al massacro è iniziato. In nome, ancora una volta, dell’uguaglianza. Forse sarebbe il caso di ricordare quanto Paolo scrive nella prima lettera ai corinti: “voi prendete a giudici gente senza autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna!” Forse i tribunali ecclesiastici non sono un retaggio dell’oscurantismo cattolico. Sono solo un mezzo (certamente insufficiente perché è Gesù stesso che profetizza la persecuzione) per evitare che odio anticattolico e amore per i soldi facili frutto di calunnia lascino i cattolici, e in particolare gli ecclesiastici, in balia di un qualsiasi tribunale che applica la legge in modo uguale per tutti. Per tutti i propri amici.

Angela Pellicciari

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Garibaldi a Napoli

2018/11/16

Come Garibaldi a Napoli nel 1860

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

“Aiutare le donne economicamente significa diminuire la loro libertà ad abortire”, questa la sintesi efficace della posizione delle femministe di Alessandria espressa dal presidente del Consiglio comunale, Emanuele Locci, primo firmatario di una mozione pro-vita.

Centocinquantotto anni fà succedeva qualcosa di simile. Alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia, a Napoli, era arrivata la dittatura del libertador Giuseppe Garibaldi che nella sua vita, è vero, aveva fatto anche il commerciante di schiavi (da Canton al Perù), ma che in Italia meridionale si è riscattato facendo crollare un regno marcio, fondato sulla barbarie cattolica. Conquistata la capitale senza colpo ferire perché il giovane ed inesperto re Francesco II di Borbone segue il consiglio del suo ministro dell’interno Liborio Romano (massone colluso con Garibaldi) di lasciare Napoli senza combattere per risparmiarne la distruzione - tanto il tempo gli avrebbe dato ragione -, il nuovo governo garibaldino, dittatoriale in nome della libertà, si mette all’opera per diffondere la moralità in un regno che non la conosceva.

Fra le tante iniziative urgenti, una in particolare mette in mostra l’animo liberale della nuova classe dirigente: si trattava di fare giustizia agli studenti poveri. Si trattava di riparare a un grave torto da loro subito. Il governo borbonico aveva istituito borse di studio per permettere anche ai figli dei poveri di studiare. Quell’immoralità andava sanata. Quell’umiliazione doveva finire. E così il 26 ottobre 1860 il Prodittatore Giorgio Pallavicino e il Ministro dell’interno Raffaele Conforti promulgano il decreto n.189: Decreto col quale il fondo assegnato per soccorsi agli studenti e letterati poveri vien destinato ad altro uso. Questa la motivazione: “Considerando che non vi è niente di più vergognoso che domandare ed accettar limosina sotto il nome di studente o letterato povero” si decide che “I soccorsi agli studenti e letterati poveri sono tolti”. E chissà a chi saranno stati dati.

Angela Pellicciari

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Domus Galilaeae

2018/10/09

Ascolto? Sì, ma di Dio

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

“Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. Questo è lo Shemà, la preghiera, la preghiera per eccellenza che Israele recita due volte al giorno, la mattina quando si alza e la sera alla fine della giornata. Quando uno scriba domanda a Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”, Gesù risponde: “Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12, 28-30).

Ascolta! Amerai! Ascolta! Questo è l’unico comando per la vita. Non ce ne sono altri. Di questi tempi c’è un Sinodo per i giovani. Perché possano esprimere i loro dubbi, le loro necessità, le loro speranze e domande. Ma una sola è la risposta che Israele come la Chiesa hanno dato nel corso dei millenni: “Ascolta, Israele; il Signore è uno”.

Per gli ebrei come per i cristiani la salvezza viene solo dall’ascolto, e, quindi, dall’obbedienza ai comandamenti di Dio. Dio nella sua misericordia ci insegna, ci parla, perché noi, giorno dopo giorno, ascoltando, possiamo seguire le orme dei passi da lui lasciati. Fuori dell’ascolto non ci sono strade. O perlomeno, non ci sono strade che portano alla vita. Non c’è speranza.

Qual è il dramma di oggi? Dei giovani come dei vecchi? Che non ci sono profeti. Che non c’è più nessuno che parli con parole di Dio. E, quindi, non c’è più nessuno che ascolta. Il punto non è che i pastori odano, sentano, l’elenco delle sofferenze, dei sogni, delle disillusioni, dei giovani. Il punto è che i pastori abbiano una risposta. E la risposta non dipende dalle difficoltà o dalle caratteristiche del momento. La risposta vera è eterna: i comandamenti e la Parola di Dio che è Gesù Cristo. Non varia a seconda delle esigenze delle diverse epoche.

Se si privilegia il cosiddetto dialogo, parola di cui non c’è traccia nella Bibbia, se si privilegia l’ascolto delle necessità, dei bisogni, delle angosce e delle speranze dei giovani, come se non si conoscessero già, significa che la Chiesa ritiene giusto adattare ai tempi presenti e alle loro caratteristiche le risposte da dare. Significa che oggi non è più possibile vivere come il Levitico e tutta la Bibbia prescrivono: “Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2). Questo è il comando. E a renderlo possibile c’è la grazia divina.

Io ho avuto la grazia, dopo la dissoluzione del Sessantotto, di incontrare profeti che mi hanno annunciato la verità. Senza sconti. La Chiesa ha bisogno di carismi. Carismi che, come è sempre successo, siano in grado di parlare di Dio alla generazione presente. Se questi carismi non ci sono – o non si vuole riconoscere quelli che ci sono - l’unica cosa da fare non è il dialogo ma la preghiera insistente a Dio perché abbia misericordia della sua Chiesa e “mandi operai per la sua messe”.

Angela Pellicciari

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San Michele

2018/10/01

San Michele e il rosario, un gesto importante

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

In un contesto drammatico, in un tempo in cui il papa era ridotto a “prigioniero in Vaticano” (e lo era alla lettera), quando la massoneria di tutte le logge e di tutti i paesi esultava per aver ridotto Roma e l’Italia a sua colonia, Leone XIII componeva una preghiera in cui chiedeva all’Arcangelo San Michele di farsi difensore della Chiesa e della civiltà da essa scaturita. Nel 1884, qualche mese dopo aver scritto l’Humanum Genus, la sua più dettagliata e vibrante lettera contro la massoneria, il 13 ottobre il papa ha una visione terrificante del demonio all’attacco della Chiesa: è questo il contesto in cui compone una preghiera a San Michele che vuole recitata alla fine di tutte le messe:

“San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen”.

Chi è Michele? E’ “chi è come Dio?”; è colui di cui Daniele scrive: “Il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo”. Leone XIII grida al Gran Principe che salvi la Chiesa dalle mani del suo nemico satanico, impersonato dal pensiero gnostico incarnato dalle logge.

Il 29 settembre, festa dei Santi arcangeli, la Sala Stampa vaticana ha reso noto che il Santo Padre «ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi».

Ai nostri giorni chi sono i nemici contro cui invochiamo la protezione celeste? Della presenza massonica nella Chiesa oggi nulla si sa avendo il magistero smesso di occuparsi dell’argomento dalla morte di Leone XIII nel 1903 (salvo una breve precisazione in cui l’allora Prefetto per la dottrina della Fede, card. Ratzinger, che scriveva con l’esplicito appoggio di papa Wojtyla, riaffermava la piena validità delle condanne pontificie, cfr. Dichiarazione sulla massoneria, 26 novembre 1983).

Quali sono oggi i nemici che insidiano la Chiesa dal di dentro? Contro chi si deve chiamare il cielo in aiuto? Vale la pena di ricordare come tutti gli autori del Nuovo Testamento mettano in guardia contro le dottrine perverse che certamente si insinueranno all’interno del popolo di Dio. Scegliamo alcuni ammonimenti: nella sua prima lettera Giovanni mette in guardia: «Come avete udito che deve venire l’anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi», sono usciti di mezzo a noi «ma non erano dei nostri»; Matteo scrive: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci»; nel libro degli Atti Paolo scrive: «Perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé»; Pietro nella sua seconda lettera ammonisce: «Ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati ed attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di improperi». Chiudiamo con Paolo che così profetizza nella seconda lettera a Timoteo: verrà giorno «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole».

La verità vi farà liberi, dice Gesù. La verità. La verità rivelata. Compresa la verità rivelata sull’amore umano che è quello che lega l’uomo e la donna chiamati con la loro unione sacramentale a partecipare all’opera creatrice di Dio.

Oggi è la verità sul corpo umano e sull’uso che siamo chiamati a farne ad essere messa in discussione. In particolare sembra scomparsa la coscienza della gravità del peccato contro natura. Eppure su questo aspetto la Bibbia è chiarissima. L’Antico come il Nuovo Testamento. E tutta la tradizione con loro. Ci limitiamo a citare due testi: nel Levitico 18,22 si legge: «Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio»; Paolo nella prima lettera ai Corinti scrive: «Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il Regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti… erediteranno il Regno di Dio» (I Cor 6, 9-10).

Certamente oggi sono in molti, dentro e fuori la Chiesa, laici ed ecclesiastici, teologi, religiosi e vescovi, a mettere in dubbio la verità rivelata sulla sessualità. Così facendo si sono separati da Dio e, inevitabilmente, seminando zizzania, hanno confuso e diviso il popolo di Dio.

Fa benissimo papa Francesco a chiamare la Chiesa, tutta la chiesa, alla preghiera. Il rischio è che venga messa tra parentesi la dottrina, cioè la verità rivelata, cioè la condizione che ci rende liberi. Le nostre vite sono in gravissimo pericolo e la vita della società intera è in pericolo insieme a noi.

Angela Pellicciari

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