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Addio al celibato?

2020/01/23

Addio al celibato?

(da "Il Folgio")

Si discute di preti sposati da cinquecento anni. Il sacerdozio e il matrimonio sono sotto attacco da quando il più grande rivoluzionario del secondo millennio, Martin Lutero, decreta che né l’uno né l’altro sono sacramenti. Da quando l’intervento della grazia è escluso sia dallo stato matrimoniale che da quello sacerdotale. A riguardo del sacerdozio a dire il vero Lutero non si limita a volere preti sposati: in nome dell’uguaglianza dei fedeli di fronte a Dio impone la cancellazione del sacerdozio. Niente gerarchia e niente magistero.

Ai nostri giorni non si parla di abolizione del sacerdozio, si vuole solo renderlo compatibile con le esigenze della vita moderna: ci si limita a chiedere che anche i preti possano sposarsi. Cosa ha da dire Lutero al riguardo? Niente a proposito dei preti, ma molto rispetto ai religiosi. Lui, monaco agostiniano, in un primo momento mette al bando la possibilità che a qualcuno venga in mente di emettere i voti (castità, povertà, obbedienza), poi ci ripensa e parla della loro liceità solo per un tempo: come si fa ad impegnarsi per sempre mettendo in discussione in modo tanto vistoso la propria libertà?

Lutero e con lui il mondo moderno immergono l’uomo nella relatività negando che, creato ad immagine e somiglianza di Dio, sia in grado di fare scelte assolute. Scelte che valgono per sempre. Scelte che, con l’aiuto del sacramento, cioè della grazia, rendono possibile una vita santa: “siate santi perché io il Signore vostro Dio sono santo”, Lv19. Investita dall’onda d’urto della rivoluzione luterana, è tutta la società europea che sbanda. In particolare, come ovvio, sono le regioni tedesche ad essere le più disorientate. E’ proprio in Germania che si fa strada la proposta di abolire il celibato sacerdotale. Perché? Perché ci sono pochi preti e molti di questi sono concubinari. Stando così le cose gli imperatori Ferdinando I e suo figlio Massimiliano II propongono una soluzione di buon senso: sanare la situazione dei preti concubinari e porre fine al celibato ecclesiastico: “che si dispensino i preti ormai ammogliati e si conceda che in regioni povere di preti siano ammessi agli Ordini dei laici coniugati”. Così racconta Ludwig von Pastor nella sua Storia dei papi.

Nonostante l’estrema difficoltà del momento e la necessità di salvare le buoni relazioni con l’impero, la posizione di Roma è chiara: al papa compete il dovere di occuparsi del mondo intero “e non della sola Germania e non può per salvare un solo paese inferire un grave danno all’intero corpo della chiesa”. Per non dire che, una volta “che si concedesse in Germania”, la novità sarebbe immediatamente estesa alle altre nazioni cattoliche. E infine, permettere il matrimonio ai preti è una decisione radicalmente errata perché è “un mezzo sbagliato volere rialzare la religione mediante cessioni alla sensualità”. Molte le analogie fra la situazione di ieri e quella di oggi. A cominciare dal ruolo pilota della Germania, nazione imperiale, che si fa paladina della riforma e lo fa ricorrendo alle stesse concrete evidenze: mancano preti. L’unica differenza di rilievo è che oggi a guidare le danze riformatrici sono i vescovi, non gli imperatori.

Nel corso del tempo, a puntare sull’abolizione del celibato non sono solo gli imperatori (cattolici?) del sedicesimo secolo. Anche giacobini e comunisti all’inizio delle rispettive rivoluzioni sponsorizzano la possibilità che i preti si sposino. Divide et impera: la guerra al cristianesimo va fatte per tappe. Senza contare l’ovvietà che un prete costretto a mantenere moglie e figli è molto più ricattabile, e quindi condizionabile, di uno celibe che non ha responsabilità familiari. In sintesi: a favore dei preti sposati sono da un lato i cristiani che vengono a patti con la santità della vocazione cristiana e dall’altro i più feroci nemici della religione cristiana.

di Angela Pellicciari

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Intervista Angela Pellicciari

2019/11/06

Contro-storia / Angela Pellicciari: “Il mio elogio della Spagna cattolica. Per giustizia e riconoscenza”

A cura di Aldo Maria Valli

Si intitola Una storia unica - da Saragozza a Guadalupe (Cantagalli, 152 pagine, 17 euro) l’ultimo libro della storica Angela Pellicciari. Un libro bello, coraggioso, utile. Con il quale l’autrice (come nel caso di Risorgimento da riscrivere, Martin Lutero e Una storia della Chiesa, solo per citare alcuni tra i titoli più celebri) prosegue nella sua opera che potremmo definire di “contro-storia”. Le cose spesso non stanno come ce le hanno raccontate. Il che vale anche per la cattolica Spagna, circondata da una leggenda nera che la vorrebbe a lungo arretrata a causa del cattolicesimo. Angela Pellicciari afferma infatti che è vero il contrario: proprio perché cattolica, la Spagna è riuscita a liberarsi dal dominio musulmano, fermando un espansionismo che avrebbe avuto conseguenze devastanti per l’intera Europa. Proprio perché cattolica, specie durante il regno di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, la Spagna si è trasformata in una nazione moderna, con un livello altissimo sotto il profilo culturale e amministrativo. E proprio perché cattolici i sovrani di Spagna riuscirono, con la scoperta del’America, a inserire nell’alveo della civiltà greco-romana e del cristianesimo un intero continente.

Quando e come è nata in te l’idea di questo libro?

L’idea mi è stata suggerita qualche tempo fa da un giovane amico. Lui non aveva ancora finito di parlare che io ero già sicura che proprio quello di quello dovevo occuparmi. Come mai non ci avevo pensato prima? Qualche decennio fa la mia catechista Carmen Hernandez, cui il libro è dedicato, arrivò a una convivenza agitando un libretto sulla colonizzazione spagnola: “E sono contenta – disse – che non l’ha scritto uno spagnolo!”. Il libro era il Il Vangelo delle Americhe di Jean Dumont. Un libro serio, pieno di documenti e citazioni precise, l’esatto contrario della storiografia dominante costruita su pregiudizi e narrazioni mitologiche. Quel libro in un certo senso ha cambiato la mia vita. Da allora mi sono a più riprese occupata della Spagna. Anche per gratitudine. A me, sessantottina fuori della Chiesa, la salvezza è venuta dalla predicazione di due spagnoli.

La Spagna ha fatto i suoi progressi in campo culturale, civile e amministrativo sempre in nome della fede cattolica, e tu lo documenti. Ma allora perché l’immagine prevalente è esattamente opposta: una Spagna povera e oscurantista a causa della Chiesa cattolica?

Perché, come scriveva nel 1883 Leone XIII nella Saepenumero considerantes, “la scienza storica sembra essere una congiura degli uomini contro la verità”. Il primo a falsificare la storia della Chiesa romana in modo sistematico è stato Lutero che l’ha fatto, per così dire, in maniera scientifica, metodica. Lutero voleva che la Germania, con Wittenberg, diventasse la nuova Roma: per ottenere questo risultato doveva diffondere disprezzo e odio verso Roma e verso tutti i cattolici. Si trattava di riscrivere la storia in modo da giustificare la pretesa di mettersi alla testa di un mondo nuovo, illuminato dal proprio progetto rivoluzionario.

Dopo di lui, le potenze protestanti e gli gnostici, cioè i massoni, hanno continuato a diffondere odio contro Roma e contro la Spagna, l’unica grande potenza che ha difeso la Chiesa ed è riuscita nell’impresa di scoprire, evangelizzare e colonizzare un intero continente. E questo con pochissimi uomini e in poco tempo. Le conseguenze della propaganda protestante-massonica le vediamo ancora oggi. Per fare un esempio: sono state proiettate sulla cattolica Spagna le azioni di sterminio perpetrate dai calvinisti in America settentrionale. I protestanti hanno fatto un uso spregiudicato della propaganda menzognera contro i cattolici: a cominciare dalla diffusione a tappeto delle violente e volgari xilografie antiromane e anticattoliche ideate dalla fantasia di Lutero e del suo amico Lucas Cranagh il Vecchio, impresa continuata dall’incisore Theodor De Bry (1528-1598) cha ha descritto nei dettagli le sadiche azioni che gli spagnoli avrebbero perpetrato contro gli indios. Le incisioni di De Bry testimoniano solo la perversa fantasia del loro autore, ma si sono imposte a livello mondiale e sono state utilizzate contro la Spagna e contro i cattolici dall’internazionale protestante unita nella lotta.

L’altolà imposto all’Islam e la riconquista, avvenuta sotto il segno della croce, dopo tanti secoli hanno qualcosa da insegnare anche a noi europei di oggi?

Gesù dice che a chi ha fede è possibile spostare le montagne. La storia della riconquista mostra come questa espressione sia vera alla lettera. Senza la fede gli spagnoli non avrebbero potuto resistere. A dire la verità, anche il Cielo ha fatto la sua parte. L’apparizione di Maria prima a Saragozza e poi a Covadonga, unita al ritrovamento delle ceneri di Giacomo a Compostella e all’aiuto da lui concesso in battaglia, hanno fatto la differenza. D’altronde il Cielo interviene sempre per aiutare chi ha fede e tu lo sai bene perché di questo hai parlato nell’ultimo romanzo che hai scritto.

Dal punto di vista della riforma della Chiesa, che cosa insegna l’esperienza della Spagna del Quattrocento, sotto il regno di Ferdinando e Isabella?

Insegna che la fede, lo ripeto, sposta le montagne. È la fede di Isabella che le fa anticipare di mezzo secolo le decisioni del concilio di Trento. È ancora la sua fede che le fa tassativamente proibire la riduzione in schiavitù dei nuovi sudditi indiani, anche se praticavano sacrifici umani di massa e anche se la loro vita selvaggia faceva propendere molti studiosi per la tesi aristotelica della schiavitù per natura. Tieni conto che la regina muore nel 1504, mentre la Chiesa arriverà solo nel 1537 a proibire la schiavitù degli indios (Paolo III, Pastorale officium).

Anche nel caso della colonizzazione dell’America Latina c’è una leggenda nera che tu vuoi sfatare: i conquistadores non furono tutti avventurieri crudeli e assetati di ricchezze, ma spesso si trattò di autentici uomini di Dio che, pur confrontandosi con culture oggettivamente molto arretrate, ebbero a cuore la dignità delle persone e dei popoli. Su che cosa basi questa tua analisi?

Sulle numerosissime testimonianze che raccontano le gesta dei conquistatori. Fin dall’inizio, fin dalla seconda spedizione avvenuta nel 1493, le caravelle trasportano, insieme a soldati, artigiani e contadini, anche frati e religiosi che da subito si dedicano a studiare e descrivere le abitudini, le credenze, le caratteristiche delle popolazioni che a mano a mano incontrano. Che mettono anche la Corona in grado di giudicare del comportamento dei conquistatori raccontando nel dettaglio le loro azioni. In particolare sono rimasta colpita dal comportamento di Cortès che, appena arrivato in una località, annuncia l’amore di Gesù e di Maria, distrugge gli orrendi idoli cui gli indios immolano un fiume di sangue umano, promette aiuto alle popolazioni oppresse dal violento dominio azteco e di fatto le libera dal terrore in cui sono costrette a vivere. Alcuni degli uomini di Cortès diventeranno francescani, uno domenicano.

Per capire la qualità degli uomini che vanno in America credo sia sufficiente ricordare che dei nove fratelli di Teresa d’Avila, Teresa la Grande, sette vanno nelle Indie. È la classe dirigente cattolica al completo che parte spinta dal desiderio di evangelizzare e di coprirsi di gloria. Non è un caso che l’America sia scoperta lo stesso anno in cui gli spagnoli riescono a ultimare la riconquista. Granada cade nel 1492: forgiati da secoli di battaglie in difesa della propria identità religiosa e culturale, gli spagnoli trasferiscono in America il loro slancio di fede e il fervore missionario.

Avrai seguito, immagino, il recente sinodo pan-amazzonico, durante il quale il concetto di “inculturazione” della fede è stato messo al servizio di un ecologismo e di un panteismo francamente sconcertanti. Che cosa pensi di queste posizioni assunte dalla Chiesa cattolica e di certi riti dal sapore idolatrico che si sono svolti durante il sinodo? Il mito del buon selvaggio sta tornando in salsa ecologista? Perché l’Occidente è così superficiale? Perché la nostra cultura sembra presa da un impulso di autodissoluzione?

Quando ero giovane avevo molte curiosità e leggevo di tutto, anche di psicoanalisi. Fra le tante letture me ne ricordo bene una (James Hillman, The Great Mother) perché mi rivelò un aspetto che mi era completamente ignoto: il matriarcato e la venerazione della madre terra. La madre terra è una dea spaventosa perché concede sì la vita, ma poi se la riprende e spesso in maniera crudele. La violenza delle società matriarcali è superiore a quella delle società patriarcali, quindi il superamento della venerazione della madre terra è coinciso con la liberazione di risorse umane e spirituali tenute schiave dal terrore. Questo ricordo di giovinezza mi ha portato a un sospiro di sollievo quando ho visto sprofondare nel Tevere le statuette della Pachamama, la grande madre amazzonica.

D’altronde come mai la Chiesa, sempre creatrice di bellezza (e noi italiani ne sappiamo qualcosa) ha distrutto gli idoli pagani? Me lo sono chiesta spesso. Perché, per esempio, Benedetto, prima di costruire il monastero di Montecassino, ha distrutto i resti del tempio di Apollo venerato dagli abitanti della regione? Non sarebbe stato meglio lasciare in pace le rovine e le statue di Apollo che probabilmente erano belle?

Oppure, perché Bonifacio, l’apostolo della Germania, quando a ottant’anni decide di andare a evangelizzare i frisoni, gli odierni olandesi, abbatte una quercia sacra da loro venerata? Che male faceva quella bella pianta che, fra l’altro, gli è costata la vita perché dopo è stato martirizzato?

Quando ho scritto Una storia della Chiesa questo problema me lo sono posto: perché grandi santi hanno distrutto gli idoli pagani? La risposta me l’ha data Agostino: perché gli idoli non sono innocui. Perché dietro ogni idolo c’è satana. C’è il demonio che vuole schiavizzare le persone costringendole all’adorazione di divinità irrazionali e mostruose che, non di rado, richiedono riti violenti e perversi.

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Fabriano Vescovo

2019/07/28

Fabriano rimarrà senza vescovo?

Tanto forte è stata la fede unita alla cultura e alla ricerca della bellezza in tutta Italia, certamente in modo tutto particolare in Italia centrale, sede dello Stato Pontificio, che a Fabriano, la città regina della carta, prima della “liberazione napoleonica” seguita dalla liberazione sabauda, c’erano 17 conventi e 32 chiese. Un tessuto architettonico e urbanistico mirabile.

Centro nevralgico nel corso dei secoli della produzione artigianale e industriale, nonostante la qualifica di “città creativa” dell’Unesco, Fabriano ha conosciuto negli ultimi anni un crollo economico preceduto da un crollo demografico e morale. Anche a Fabriano, come in tutta Italia, un clero essenzialmente liberale nell’impostazione pastorale non ha tenuto conto del magistero pontificio, ignorando l’Humanae vitae di Paolo VI. Le esigenze della modernità con l’idolatria del lavoro che comporta, accompagnata dal mito della libertà, hanno avuto la meglio sul rispetto della volontà di Dio chiaramente indicata nella rivelazione e ribadita dal magistero. Risultato? Invecchiamento e crollo della popolazione, scomparsa dei cugini e dei fratelli, separazioni e divorzi. Solitudine e abbandono.

Le responsabilità della Chiesa italiana per la situazione di denatalità, di degrado e di perdita di senso in cui ci troviamo a vivere sono vistose. Anche se non sembra ancora arrivato il momento di cambiare rotta. Al contrario, ci si affretta a smantellare l’ateneo di eccellenza della morale familiare voluto da Giovanni Paolo II, in modo da rendere l’uso della sessualità sempre più “misericordioso”, libero da lacci e lacciuoli. Conseguenza diretta del crollo demografico è la necessità di accorpare le diocesi. In Italia sono troppe. Troppe per la fede che non c’è più. Troppe per la popolazione che non c’è più. Sono i diktat della cruda realtà. E però! Perdere il vescovo è un lutto. Vedere il palazzo vescovile che è al centro della città privo del suo legittimo inquilino è una desolazione. Una tristezza. Io sono di Fabriano e ho dolore nel vedere come è ridotta la città in cui sono cresciuta.

Venendo ai fatti: sembrerebbe che la nostra diocesi sia destinata a scomparire, accorpata a quella di Camerino-San Severino ritornando così alla situazione precedente il 1728. La decisione però non è priva di aspetti controversi che rendono il lutto per la perdita del vescovo particolarmente difficile da accettare. Il parroco della cattedrale, don Alfredo Zuccatosta, si è fatto portavoce di queste difficoltà e, dopo aver esposto per lettera le sue ragioni al Papa e al Nunzio, ha accettato di parlarne con noi della Bussola: “L’inaspettata decisione di nominare Amministratore Apostolico l’Arcivescovo di Camerino ci ha addolorato e ci ha lasciato molto perplessi, soprattutto perché sembra preludere allo smembramento e, quindi, ad un accorpamento in vista della soppressione della nostra Diocesi. Non riusciamo a capire perché Camerino debba prevalere su Fabriano”.

Don Alfredo mette in evidenza la sproporzione esistente fra le due città sia dal punto di vista demografico che sociale e religioso: “Già prima del terremoto Camerino era ridotta ad una piccola città (circa 4.000 abitanti, 6.800 comprendendo il territorio). Ora, dopo gli eventi sismici, il centro storico è completamente disabitato e non si sa quando verrà reso di nuovo agibile, ma passeranno decenni. La Diocesi, pur vasta territorialmente, è costituita da una miriade di paesetti pressoché deserti. Il clero è perlopiù molto anziano. Fabriano invece ha 31.000 abitanti e la nostra Chiesa, pur essendo piccola, ha ancora vitalità e forze per continuare la sua vita”.

Don Alfredo così prosegue: “In questo momento di crisi profonda dal punto di vista soprattutto lavorativo, togliere alla città di Fabriano e al suo territorio la figura e il ruolo di guida ecclesiale, spirituale, ma anche morale e sociale, che il Vescovo riveste, sarebbe un danno gravissimo sia alla comunità ecclesiale, sia alla comunità civile. Negli anni dolorosi della chiusura di industrie e di laboratori artigianali, il Vescovo monsignor Giancarlo Vecerrica è stato un punto di riferimento insostituibile per la città, che si sentirebbe abbandonata anche dalla Chiesa”.

Queste le considerazioni che spingono don Alfredo a sperare che la diocesi di Fabriano continui a esistere: “Desideriamo ardentemente che venga presto scelto un nuovo Vescovo che continui a guidare il Popolo di Dio nel nostro territorio diocesano”.

Da parte mia noto come sia strano, in un’epoca che favorisce il decentramento e la collegialità, non tener conto del parere della Conferenza episcopale marchigiana che si è espressa per il mantenimento della diocesi di Fabriano. Inusuale è stata anche la scelta di far intervenire solo quattro vescovi, e tutti legati a Camerino, alla visita pontificia che si è svolta in città il 17 giugno.

Speranza ultima dea: il vescovo di Camerino, nominato amministratore apostolico, ha già iniziato il suo lavoro a Fabriano. Il decreto di soppressione della diocesi però non è ancora arrivato…

Angela Pellicciari

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La soppressione dei Gesuiti

2019/07/27

Chiesa, domina il dispotismo illuminato

“Una società di ecclesiastici” non ha il diritto di “obbligarsi per giuramento a un certo simbolo immutabile” perché questo equivarrebbe ad “un crimine contro la natura umana”, che ha come fine il “progresso”; “concertarsi per mantenere in vita una costituzione religiosa immutabile”, “e con ciò arrestare per un certo periodo di tempo il cammino dell’umanità verso il suo miglioramento”, “non è assolutamente permesso”. Siamo nel 1784 e a scrivere è l’Immanuel Kant della Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo. Di lì a 5 anni gli illuminati al potere proveranno a distruggere la Chiesa cattolica, la cui esistenza non era assolutamente permessa.

Prima che l’Essere Supremo della “dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” dell’89 garantisse il rispetto dei “diritti naturali, inalienabili e sacri” per tutti, il secolo dei Lumi aveva assistito ad un paziente lavoro di loggia, di club filosofici, di libere intelligenze, il cui obiettivo era liberare l’uomo dai vincoli religiosi e sociali che l’opprimevano. Libertà. Libertà e ancora libertà. Da Lutero in poi è questo l’obiettivo dichiarato.

In un primo momento si tratta di liberarsi da Roma, poi da Dio e infine dai re. Ma sempre e comunque l’obiettivo è garantire libertà agli gnostici, cioè a quanti ambiscono a definire il bene e il male pensando di saperlo fare meglio di Dio (cfr. Gn 3). Gli gnostici esigono per sé una libertà piena e totale perché, convinti come sono di essere i migliori, sono sicuri che la libertà da loro stessi definita e imposta andrà a vantaggio di tutti.

Le menti più illuminate, con le logge che sempre le precedono e le accompagnano, a metà del secolo riescono a scalzare a corte il prestigio e l’influenza dei gesuiti. A cominciare dal Portogallo, retto dal massone marchese di Pombal, i gesuiti sono soppressi ovunque, una corte dopo l’altra. La Santa Sede segue per ultima nel 1773 con la bolla Dominus ac redemptor di Clemente XIV. Lo storico massone Giuseppe La Farina giustamente interpreta la decisione pontificia come una vittoria dei monarchi, saggiamente guidati dai liberi muratori. Per la Chiesa una vera capitolazione: “La bolla di papa Ganganelli non fu una riforma, ma una capitolazione imposta dal vincitore”.

Messa momentaneamente a tacere la ragione dei gesuiti, quanti sono illuminati dalla luce di una ragione libera dai pregiudizi, impongono il trionfo del “dispotismo illuminato”. Il nome è un programma. In nome della libertà, del progresso, della giustizia e della felicità, le corti europee sopprimono conventi di clausura, limitano l’accesso ai voti religiosi, rendono la vita di monaci e frati più ragionevole. Meno esagerata. Più moderata. Più illuminata dai dettami di una ragione non superstiziosa. Così, tanto per dire, viene abolito l’ufficio notturno.

Quando la ragione si contrappone alla fede (quando l’uomo fa come se Dio non ci fosse) il destino è sempre lo stesso: una violenza indiscriminata contro quanti negano le luminose esigenze del progresso.

Quanto un tempo era tipico dell’attacco massonico alla Chiesa cattolica, oggi vale per le questioni di fede ad intra, all’interno della Chiesa cattolica. In nome delle ragione e del progresso si rischia di far trionfare all’interno della Chiesa un pensiero unico che vuole imporre a Roma (dicasi: a Roma) il modo di vita semplice e veramente umano (!) delle popolazioni amazzoniche. Culti locali compresi.

Un pensiero unico che vuole uniformare in una direzione più moderna e ragionevole le pretese eccessivamente rigorose di alcuni ordini religiosi troppo esigenti. La vita delle famiglie religiose va normalizzata, resa ovunque corrispondente ai desideri non dei rispettivi fondatori (e, quindi, dello Spirito Santo) ma di quanti hanno potere di decidere cosa è bene e cosa è male all’interno della Chiesa.

Angela Pellicciari

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Garibaldi

2019/07/05

Carola come Garibaldi?

“Se ne ride chi abita i cieli”. Da un po’ di giorni le parole del secondo salmo mi mettono allegria. Proprio così. Tante ne dicono e tante ne fanno i vertici della chiesa non solo italiana che tenere bene a mente chi è il Signore della storia giova a mantenere il senso delle proporzioni e il buonumore.

Gian Carlo Perego, ex direttore della fondazione della conferenza episcopale italiana Migrantes, attuale vescovo di Ferrara-Comacchio (diocesi che per la prima volta dopo decenni di dominio incontrastato del Pci-Pd ha visto trionfare alle elezioni europee la Lega), ha paragonato Carola all’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi suggerendo per lei l’intestazione del porto di Lampedusa. Evidentemente il compito di difendere i migranti comporta un impegno a tutto campo. Un impegno che non ammette distrazioni. Come pretendere che un vescovo impegnato in questioni umanitarie abbia conoscenze storiche superiori e diverse da quelle diffuse dai mezzi di comunicazione di massa del mondo intero?

Chi è Garibaldi? Il massone che definisce Pio IX un “metro cubo di letame” e che ha un odio tanto smisurato per la Chiesa cattolica da avventurarsi nella stesura di romanzi d’appendice contro preti e gesuiti. Garibaldi è l’uomo che nel 1852, prima di dedicarsi alla liberazione dell’Italia meridionale che “gemeva” sotto il malgoverno borbonico, faceva il commerciante di schiavi: il mercantile da lui diretto, la Carmen, mentre all’andata trasportava guano dal Perù alla Cina, al ritorno portava un carico di cinesi.

L‘ideatore della spedizione dei Mille, il massone siciliano Giuseppe La Farina, così racconta a Cavour in allarmati dispacci l’ordine che regna in Sicilia sotto la dittatura del generale: “io non debbo a lei celare che nell’interno dell’isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose”, “l’altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2.000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro 3 tarì al giorno”, “Si dà commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne fa domanda; così che esistono gran numero di battaglioni, che hanno banda musicale e officiali al completo e quaranta o cinquanta soldati!”, “Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni”. Il 19 luglio 1860 La Farina, segretario della Società Nazionale, così scrive all’amico Giuseppe Clementi: “i bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali”.

Quando è la volta di liberare Roma, nel 1867, Pio IX così documenta le gesta dei garibaldini nella lettera Ex quo intensissimi: “si accozzarono improvvisate masnade d’infima plebe, prontissime ad ogni misfatto, che si inoltrarono nelle nostre province per alzare la bandiera della ribellione: col terrore, con le rapine e con ogni sacrilega scelleratezza portarono la desolazione nei villaggi, nei paesi, nelle città senza però riuscire ad allontanare le popolazioni dalla debita fede, dall’ossequio verso di Noi e la Sede Apostolica”. Che il papa non esageri lo si può dedurre dalla descrizione che Garibaldi fa dei suoi uomini: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”.

Chissà, forse il paragone fra Carola e Garibaldi porebbe pure avere qualcosa di sensato. Di certo non nel senso inteso dal vescovo di Ferrara.

Angela Pellicciari

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Duccio di Buoninsegna (1255- 1318 o 1319) - La Pentecoste - Maestà del Duomo di Siena (1308-1311) - Museo dell'Opera del Duomo Siena

2019/06/09

Giorno di Pentecoste e di elezioni

Oggi è giorno di elezioni, c’è silenzio elettorale ma appena ieri su Repubblica è comparsa una lunga intervista del Presidente dei vescovi italiani, cardinal Bassetti: “staccare i fedeli dal Papa è una manovra sbagliata e controproducente”; “Nessuno dividerà i cattolici dal Papa”; “Non basta dirsi credenti per diventare De Gasperi. Accogliere i migranti non è opera pia ma necessità democratica e priorità civile”. Certo non appaiono nomi, non c’è scritto Salvini, però il riferimento alla Lega e al suo capitano è evidente a tutti.

A questo punto la domanda è: può un cattolico votare per qualcuno che tenta di mettere i fedeli contro il papa? Certo che no. In occasione delle celebrazioni liturgiche di Pentecoste, la conferenza episcopale del Lazio ha deciso che tutti i parroci avrebbero dovuto leggere una lettera indirizzata ai fedeli. Iniziativa insolita. D’altronde si capisce l’ansia dei pastori di aprire il cuore dei cattolici alla speranza in un tempo in cui questa virtù teologale è decisamente in ribasso (“nella speranza noi siamo stati salvati”, lettera ai Romani 8, 24).

Le letture di Pentecoste infatti ripercorrono l’intera storia della salvezza giungendo alla meravigliosa epifania dello Spirito che piomba sugli apostoli riuniti nel cenacolo “come un vento che si abbatte gagliardo” e che si posa su ciascuno di loro in forma di “lingue di fuoco”. Un evento prodigioso. Un evento che trasforma la vita di tutti gli apostoli perché li rende liberi, vittoriosi sulla paura che li aveva fino ad allora paralizzati, e li trasforma negli intrepidi araldi del Vangelo che conosciamo.

A dire la verità il messaggio dei vescovi non sembrava far riferimento al grandioso piano di salvezza elaborato da Dio a nostro favore. Non sembrava un canto di lode a Dio: “Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante della povertà e delle diseguaglianze, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi”; “Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c'è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali”; “Da certe affermazioni che appaiono essere "di moda" potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza”. Anche in questo caso il bersaglio mai nominato (salvo gli accenni ai tempi bui, pregni di intolleranza e razzismo), ma comunque certo, è la persona di Salvini e la Lega che rappresenta.

Bisogna dirlo: l’intervento del cardinale Bassetti, l’imposizione della lettura in tutte le chiese del Lazio di una lettera che di pentecostale aveva niente, il tutto in giorni di elezioni, potrebbero far pensare che i vescovi italiani si siano messi in aperto contrasto con i desiderata del Santo Padre che non vuol sentir parlare di vescovi pilota. In questa legislatura abbiamo un leader che si richiama pubblicamente a Maria e al rosario. Nella scorsa legislatura abbiamo avuto un leader cattolico (non divorziato, bravo marito e padre di famiglia) che in nome dei diritti degli omosessuali è riuscito a far approvare un simil matrimonio omosessuale nonché una dichiarazione sul fine vita che di cattolico non ha nulla. Eppure in quei casi nessuno, nessun vescovo (a parte i soliti due o tre), ha fatto sentire la propria voce per impedire che anche in Italia, la patria del cattolicesimo, venissero approvati provvedimenti legislativi che combattono frontalmente la vita e la rivelazione. In quei mesi i laici hanno provato con grandi sacrifici personali, con grandissima generosità, con grande slancio di fede e di speranza, a fermare la deriva legislativa voluta dal cattolico Renzi. A fronte dello sforzo, della fatica, del costo economico sopportato dalle famiglie italiane, si è assistito al silenzio (quando non all’aperta opposizione) delle gerarchie italiane e vaticane. Adesso Bassetti ricorda a chi di dovere “che nessuno dividerà i cattolici dal papa”. Sicuro che i vescovi non hanno al riguardo alcuna responsabilità?

Angela Pellicciari

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