Articoli

Padre Spadaro

2019/06/05

I "rospi" di padre Spadaro e i gesuiti dell'800

Che dire? Le parole dell’attuale direttore della Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro suonano inquietanti: “c’è un rospo”, una “malattia mortale” nella “pancia del nostro paese”, scrive su Famiglia Cristiana. Un linguaggio noir. Un linguaggio oscuro, viscido, fatto per suscitare incubi piuttosto che analisi ragionate. Uno stile che evoca quello del Bergman della Fontana della vergine (ancora lo ricordo con ribrezzo) che mostra un rospo vivo che si agita dentro un panino mentre sta per essere ingoiato - a distanza di tanto tempo non saprei dirlo con esattezza - da una giovane strega. La metafora del rospo nel linguaggio dell’intellettuale cattolico è utilizzata per descrivere Matteo Salvini. Salvini e, con lui, il 34% degli italiani? Non lo dice apertamente ma così lascerebbe intendere. Ho passato molto tempo nella biblioteca della Civiltà Cattolica a Villa Malta perché sulle gesta del Risorgimento i padri hanno probabilmente la migliore documentazione esistente.

La Civiltà Cattolica nasce nel 1850 in piena lotta delle potenze protestanti e massoniche contro la Chiesa e, quindi, contro Roma. Alla guerra anticattolica i gesuiti hanno risposto con la fondazione di una rivista prestigiosa, serissima, che rispondeva punto per punto alle falsità diffuse in tutto il mondo dalla propaganda anticattolica. Con stile, con equilibrio, con scrupolo, con una documentazione molto precisa, con un’attenta analisi dei fatti, con la lettura argomentata di tutte le più significative pubblicazioni sia cattoliche che anticattoliche mano mano che venivano date alle stampe, con un’amorosa attenzione (secondo il carisma proprio della Compagnia) al magistero pontificio unita alla puntuale denuncia delle calunnie che il mondo liberal-massonico diffondeva su Pio IX.

Un servizio prezioso reso ai cattolici per evitare che cadessero preda della propaganda anticattolica spacciata per verità fattuale. Per evitare che le parole d’ordine uscite dalle logge (a cominciare dal trinomio libertà-uguaglianza-fratellanza) fossero prese dai cattolici come espressione della millenaria tradizione cristiana mentre erano veicolo del pensiero gnostico anticristiano.

I gesuiti dell’Ottocento forse farebbero fatica a riconoscere i loro fratelli di oggi. Gli studi sulla massoneria portati avanti con precisione ed attenzione dal gesuita spagnolo Ferrer Benimenli, per esempio, suggeriscono che i papi nella condanna dell’ordine non avessero presente l’effettiva realtà delle logge per mancanza di seria documentazione (“In qualche caso esiste una chiara divaricazione tra ciò che Clemente XII e Benedetto XIV intendevano per massoneria e l’autentica Massoneria del XVIII secolo: cioè, quella che senza essere seriamente conosciuta era stata perseguitata e condannata da Roma”).

L’attuale generale della Compagnia, il venezuelano Arturo Sosa Abascal eletto nel 2016, prima di scomparire dalle cronache dei giornali si è esibito in una serie di affermazioni a dir poco sorprendenti, la più curiosa delle quali riferita a Gesù sulle cui parole nulla potremmo affermare con certezza perché all’epoca non erano ancora stati inventati i registratori.

La Chiesa cattolica è romana. Costruita sull’eroismo dei martiri e dei santi. Erede della millenaria tradizione giuridica, teologica, culturale romana. Chissà, forse anche la vicenda dei rospi nella pancia dell’Italia e degli italiani farebbe meglio ad essere passata sotto silenzio. Qualche digiuno dalle cronache non farebbe male nemmeno all’attuale direttore della Civiltà Cattolica.

Angela Pellicciari

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Augusto del Noce

2019/05/16

Del Noce e il delicato rapporto fra politica e cattolicesimo

Mentre in Polonia si formavano la tempra morale e il genio intellettuale di Karol Wojtyla e i cardinali polacchi non si avventuravano ancora nei meandri dei tombini di Roma, anche in Italia esisteva una prestigiosa intellighentia cattolica, che non sempre era nel giusto, che però sempre era caratterizzata da un pensiero forte, colto e strutturato. Un pensiero quindi confutabile sulla base di argomentazioni razionali.

C’erano da una parte i cattolici-comunisti con in testa Franco Rodano, dall’altra una singola individualità che pensava, scriveva e agiva fuori da qualsiasi schema di pensiero consolidato. Un isolato di genio. Un profeta, si potrebbe dire anche. Quando preparavo l’esame di ammissione alla scuola di economia e politica diretta da Franco Rodano e Claudio Napoleoni, ho portato come testo di riferimento Il problema dell’ateismo di Augusto del Noce. Già il titolo la dice lunga. In un momento in cui non solo la diplomazia vaticana, ma tutti i maggiori intellettuali e politici dell’epoca ritenevano l’affermazione planetaria del marxismo ineluttabile, Del Noce percorreva un’altra strada. La strada dell’uso rigoroso della ragione che non indulge a mode ma si fida solo dell’analisi dai dati di cui dispone. E così da un’attenta analisi del marxismo, dei suoi presupposti e delle sue conseguenze (“la non-filosofia di Marx è annullamento della filosofia”), Del Noce profetizzava l’ineluttabile scacco dell’ateismo marxista che sarebbe inevitabilmente precipitato nel nichilismo.

Tanti i paradossi, tanti i ribaltamenti di prospettive filosofiche che pure sembravano assodate. Una per tutte. Del Noce sovverte il rapporto che si pensava scontato fra morale e politica in Machiavelli e in Marx: “il machiavellismo separa morale da politica, proprio perché in esso permane l’utopia cristiana; viceversa Marx riconcilia morale e politica proprio per la sua negazione di questa antropologia”; “alla subordinazione cristiana di politica a etica deve sostituirsi nel marxismo l’assorbimento dell’etica nella politica”. Nel Cattolico comunista Del Noce riprende il suo rapporto di confronto-scontro con Franco Rodano perché il marxismo è tutt’altro che “un momento di purificazione del cristianesimo”.

L’occasione di parlare di Del Noce e delle caratteristiche del pensiero cattolico italiano nel secondo dopoguerra mi è stata offerta dalla lettura del bel saggio di Luca del Pozzo Filosofia cristiana e politica in Augusto Del Noce (Roma 2019, pp. 263, euro 18) che affronta in modo specifico il problema del rapporto fra politica e cattolicesimo. Rapporto che serve tenere presente per contrastare la deriva irrazionale della situazione politica italiana.

Certo, seguire Del Noce nella strada complessa dei suoi ragionamenti esige lavoro, dedizione, fatica. Si tratta di una fatica che vale la pena di fare? La domanda non è retorica, è che per essere liberi bisogna avere cultura. Cioè bisogna lavorare. E questo, oggi, a cominciare dai tombini, non è scontato.

Angela Pellicciari

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Dio ama i massoni

2019/05/12

A Montpellier si chiedono se Dio ama i massoni

La prestigiosa –nel corso dei secoli- diocesi di Montpellier si occupa anche, e ovviamente, di cultura. Da sempre la chiesa che origina dalla Rivelazione dell’amore sconfinato di Dio per i suoi figli ha dato origine ad un’antropologia meravigliosa -e quindi a una cultura- che vede nell’uomo il “signore del creato”, “immagine e somiglianza di Dio”. Da questa Rivelazione è da sempre scaturito un modo di vivere, di impostare la propria vita, le proprie relazioni sociali e familiari, il proprio lavoro, la dedicazione a Dio di una schiera di uomini e donne chiamati a vivere eroicamente secondo lo spirito dei fondatori dei rispettivi ordini religiosi, per non parlare delle infinite opere di misericordia laicali con lo splendore delle tante manifestazioni della lode a Dio attraverso la bellezza. Bellezza di chiese, palazzi, città, ospedali, università, borghi e conventi.

Adesso la diocesi di Montpellier si pone un interrogativo culturale davvero interessante, che mai fino ad ora era stato posto nella sua franca brutalità. Il titolo della conferenza organizzata per martedì 14 maggio dall’associazione Chrétiens et Cultures è il seguente: Dieu aime-t-il les francs-maçons? (Dio ama i massoni?). Bisogna riconoscerlo, si tratta di una domanda inquietante, quasi scandalosa: se c’è un aspetto che caratteristica dall’inizio la chiesa cattolica è appunto l’essere cattolica, cioè romana, cioè universale, cioè rivolta a tutti. A tutti, ma in particolare ai peccatori. Paolo lo afferma nei termini più espliciti nella lettera a Timoteo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”. D’altronde le colonne della chiesa romana, Pietro e Paolo, sono l’uno un traditore l’altro un omicida. Niente è più certo di questo: Dio riversa il suo amore su tutti. Su tutti i peccatori perché, come noto, il giusto pecca sette volte al giorno. La domanda che la diocesi di Montpellier si pone (Dio ama i massoni?) è quindi una domanda impensabile per un cattolico.

Gesù Cristo, il Salvatore, ama e salva indistintamente tutti i peccatori, cioè tutti quelli che si ritengono bisognosi del suo perdono. Certo ama (ma non può salvare) quanti sono ostinatamente convinti di incarnare il meglio delle virtù intellettuali e morali dell’umanità, caratteristica che accomuna i massoni di tutti i tempi e di tutti i luoghi. O meglio: ovviamente Gesù ama tutti, e quindi anche i massoni, solo che, appunto perché ci ama, ci lascia liberi. Liberi di rifiutare il suo amore. Liberi di rifiutare la sua santità e il progetto di santità che ha sulla nostra vita.

Forse a Montpellier sono così intelligenti da mettere fra parentesi la tragica realtà del peccato originale, quel peccato che condanna l’innocente al supplizio della croce (prima, durante e dopo l’incarnazione di Dio in Cristo Gesù). Alla diocesi di Montpellier sembra fare difetto l’abc della cultura. Della cultura cattolica. Di quella cultura che ha aperto alla speranza la vita di tutti, indistintamente tutti, i membri del corpo sociale: “Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).

Di quella cultura che ha sempre combattuto le pretese gnostiche di rifare l’uomo e il mondo a immagine e somiglianza della propria intelligenza creatrice, eliminando il peccato dal panorama culturale.

Dio ama i massoni

Angela Pellicciari

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Massoneria e Fascismo, Mussolini

2019/05/03

Quello stretto (ignorato) legame tra massoneria e fascismo

I libri di storia ben scritti hanno fascino. E quello scritto da Gerardo Padulo ne ha. E molto. Innanzitutto per il tipo di scrittura che, documentata alla virgola, non è né pedante né noiosa. Poi per la novità e l’autorevolezza con cui disegna del fascismo e del suo rapporto con la massoneria un quadro tanto diverso da quello conosciuto da farlo risultare inedito e insieme ovvio. Sto parlando di L’ingrata progenie. Grande Guerra, Massoneria e origini del Fascismo (1914-1923), edito da Nuova Immagine (208 pagine, 30 euro).

Padulo sposta l’origine del fascismo dall’adunata di San Sepolcro nel 1919, dopo la guerra, alla fondazione del Popolo d’Italia nel 1914, prima della guerra. Non è questione di poco conto. Il Popolo d’Italia è un giornale voluto e finanziato dalla massoneria “per portare il paese alla guerra” e per “fare della guerra una guerra di popolo”. Il socialista Mussolini serve a spezzare il fronte pacifista del Partito socialista mettendolo così in condizioni di non nuocere: il Popolo d’Italia «non spaccò il Partito socialista ma lo immobilizzò su un dibattito sterile da cui nascerà la parola d’ordine “né aderire né sabotare”».

Per la massoneria l’entrata in guerra obbediva a un imperativo categorico: solo la guerra avrebbe potuto portare a compimento le “conquiste” del risorgimento ponendo fine al pacifismo, all’arrendevolezza, alla pusillanimità, all’oscurantismo, incarnati dalla tradizione cattolica della popolazione italiana. Fatta l’Italia bisognava fare gli italiani e per farlo era indispensabile ricorrere alla guerra. Mussolini e i fascisti servivano perfettamente allo scopo.

Padulo sostiene a ragione che, per “mettere in discussione tutta la guerra” e “per capire il fascismo”, bisogna “rifare la storia della sua fase originale”, strettamente collegata alla strategia massonica: per comprendere perché e come nasce il fascismo “la massoneria è una via obbligata”. Ma non si tratta di un’impresa facile dal momento che “sulle origini del fascismo grava il peso delle interpretazioni” e “le lezioni dei maestri rischiano di oscurare l’evidenza dei fatti”. L’unica strada è partire dai documenti. Ai documenti, ad una straordinaria abbondanza di documenti e ad una altrettanto straordinaria maestria nel padroneggiarli, è affidato il racconto storico impostato da Padulo che ribalta la leggenda storiografica dominante proprio grazie all’abbondanza del ricorso alle fonti (le più varie).

Se, come risulta in maniera inconfutabile, tra fascismo e massoneria il legame è strettissimo e costitutivo dall’inizio, cioè dal 1914 e dalla fondazione del Popolo d’Italia, allora veramente, come recita il titolo, Mussolini e i fascisti che nel 1923 dichiarano l’incompatibilità fra fascismo e massoneria sono “un’ingrata progenie”. Perché lo fanno? Per rispondere con serietà alla domanda, bisogna seguire Padulo nelle sue lucide e documentatissime analisi. No. Mussolini non è stato un uomo solo al comando.

Angela Pellicciari

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Tavistok center

2019/04/20

La funzione del Tavistock Center

Solo nell’ultimo anno più di 2500 bambini inglesi sono stati indirizzati al centro che si occupa di riassegnazione del genere. Qualche giorno fa’ il Times di Londra, portabandiera del pensiero liberal, ha dedicato all’argomento 2 pagine intere. L’attualità di cui si dava conto era quella delle dimissioni di 5 medici il cui compito era decidere quali bambini avviare al trattamento di interruzione della pubertà. Perché i dottori si sono dimessi? Per le forti pressioni subite per indirizzare verso il cambiamento di sesso bambini i cui disagi psicologici non erano stati sufficientemente accertati né studiati.

La Bussola (lanuovabq.it) si è già occupata del caso, io mi limito a qualche considerazione sul centro in cui simili esperimenti su bambini vengono condotti: The Tavistock Center. Un centro istituito in nome della scienza che si prefigge di conseguire fini puramente scientifici. Conviene intendersi sul significato delle parole: in nome della scienza durante la seconda guerra mondiale i giapponesi hanno realizzato in Manciuria esperimenti su larga scala che misuravano con precisione quanto tempo impiegassero a morire persone sottoposte a diversi tipi di tortura. Tavistock Center dunque. Se posso usare questa parola ero amica di Ettore Bernabei, una delle personalità che più hanno contribuito ai successi della cattolica Italia postbellica. Chiacchierando con lui a casa sua una sera, mi ha mostrato un libro sottolineato con cura che io, per motivi vari, avevo deciso di non comprare: Massoni del gran maestro del grande oriente democratico Gioele Magaldi. Lettura interessante. Certo, per i profani di cui faccio parte, lettura di cui spesso riesce difficile decodificare i messaggi sottintesi. Eppure un’informazione mi sembra chiara, interessante, e difficilmente sospettabile di faziosità: la narrazione della vicenda del Tavistock Center. Per raccontarla ricorro a Magaldi come unica fonte di informazione. Il gran maestro mi perdonerà.

L’istituto Tavistock nasce a Londa nel 1920 come clinica psichiatrica. Nel 1921 vi “furono condotte ricerche sulle psicosi traumatiche da bombardamento nei reduci della Prima guerra mondiale. Si trattava di identificare con criteri scientifici la ‘soglia di rottura’ della resistenza di un essere umano sottoposto a sollecitazioni limite”. Nel 1932 si aggiunge al gruppo di scienziati un “fuoriuscito tedesco”, “specialista in ‘dinamiche di gruppo’, ovvero tecniche di manipolazione del singolo inserito in un gruppo tese a fargli acquisire una sua nuova personalità e nuovi valori”. Nel secondo dopoguerra l’istituto si ripropone un “progetto ambizioso: applicare nientemeno che al corpo sociale i risultati di quegli studi sul ‘punto di rottura’ messi a punto nel corso delle due guerre mondiali, per distruggere ogni resistenza psicologica nell’individuo e metterlo alla mercé del Nuovo ordine mondiale”; “Negli anni Sessanta fu lo stesso Tavistock, in collaborazione coi servizi segreti inglesi, a pilotare l’esperimento della diffusione e dell’impiego di droga” funzionali a “esperimenti di ‘ingegneria sociale’ mediati dalla droga”.

A giudizio di Magaldi obiettivo primario del Tavistock di oggi “in ultima analisi, è la ricerca delle modalità per provocare ‘mutamenti dei paradigmi culturali’ nelle società umane attraverso l’instaurazione di ‘ambienti sociali perturbati’ o la manipolazione delle ‘dinamiche occulte di gruppo’. A titolo di saggio, nel 1989 venne tenuto presso l’istituto Tavistock un ciclo di conferenze sul tema: ‘Il ruolo delle organizzazioni non governative nell’indebolire gli stati nazionali’”. Ancora: “La rete del controllo della mente del singolo e dei comportamenti collettivi miranti a creare, col supporto delle grandi fondazioni, il pensiero unico fondante una nuova scala di valori ‘politically correct’, in pochi decenni si è irradiata –come ognun vede- in tutto l’Occidente”.

Mi sembra che questa lettura chiarisca in quale “scientifico” contesto vadano inseriti gli esperimenti sui bambini inglesi.

Angela Pellicciari

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Georges Pontier

2019/04/18

Il vescovo di Marsiglia lascia e apre alle donne prete

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Al momento di lasciare Marsiglia e la presidenza della conferenza episcopale francese, il settantacinquenne vescovo Georges Pontier ha rilasciato un’intervista al giornale locale La Provence.

E’ preoccupato per la situazione della chiesa, chiede il giornalista? Certo - risponde - il clima in cui siamo immersi è “complesso”; bisogna che la chiesa torni a Gesù Cristo “il che equivale a dire che vada verso gli altri, i poveri, facendo prova di umiltà”. La chiesa “non deve essere centrata su sé stessa”: “Il buon Dio ci sveglia con questa prova [scandali sessuali] e ci mette davanti le nostre responsabilità”; dobbiamo “essere più aperti alla società, coinvolgerla di più. Essendo più attenti ai laici e alle donne”; “Gli abusi sessuali sono conseguenza di abusi di potere e di coscienza”.

Fino a questo punto Pontier sembra limitarsi ad una litania che potremmo definire alla moda. Alla fine dell’intervista però si avventura in una considerazione sorprendente: “Può darsi che un giorno avremo donne preti o uomini sposati ordinati. Ma non è da qui che dobbiamo cominciare”, “Quello che conta è esercitare il potere in modo diverso. Essere più in sintonia con la società che ci circonda”. Il vescovo Pontier parla di abuso di potere. Ma come lo vogliamo definire un vescovo che, nel pieno esercizio delle sue funzioni, spaccia per buona una dottrina che la chiesa condanna senza appello?

Il 22 maggio 1992, giorno di Pentecoste (e non si tratta di un particolare insignificante), Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis indirizzata ai “vescovi della chiesa cattolica” si occupa della “ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini”. Dopo aver ricordato come il sacerdozio sia sempre stato riservato agli uomini, papa Wojtyla cita Paolo VI ripetutamente intervenuto sul tema per le evidenti “ragioni veramente fondamentali”: il “modo di agire di Cristo” non è infatti “guidato da motivi sociologici o culturali propri del suo tempo”.

Giovanni Paolo II prosegue citando la Lettera apostolica Mulieris dignitatem in cui scriveva: “Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la vocazione e la dignità della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo”. D’altronde, prosegue, “il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli apostoli né il sacramento ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo”.

Nonostante tutto ciò, nel nostro tempo, si è tornati a mettere in discussione la “dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini”. Questa la perentoria conclusione di Giovanni Paolo II: “Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su una questione di grande importanza”, “dichiaro che la chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”. Nonostante la chiarezza inequivocabile del pronunciamento di papa Wojtyla, il 28 ottobre 1995 il cardinal Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, è costretto a tornare sul tema con l’esplicito avallo di Giovanni Paolo II per ribadire come la lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis abbia un carattere perenne e definitivo perché appartiene al deposito della fede.

La necessità di riconfermare tante volte lo stesso principio fa venire in mente gli infiniti pronunciamenti antimassonici cui la chiesa è stata costretta dalle sempre reiterate pretese dei “fratelli” di non incorrere nelle condanne emesse in precedenza. Chissà se il sasso lanciato da Pontier con apparente noncuranza e leggerezza non abbia l’obiettivo di suggerire un nuovo pronunciamento pontificio che apra all’ordinazione femminile? Alla domanda di cosa Pontier pensi del proprio successore alla guida della conferenza episcopale francese il porporato risponde: “Ha le capacità di risolvere le sfide lanciate alla chiesa”. Sarebbe interessante sapere a quali sfide si riferisca.

Angela Pellicciari

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