
2015/11/30
Lettera a Renzi
Caro Presidente,
è un sollievo sapere che non parteciperemo ad operazioni militari in bianco, senza che sia chiaro il progetto politico che le ispira.
E’ un sollievo sentirla parlare della nostra identità culturale, unica al mondo, e della necessità di tornare ad esserne consapevoli.
E’ un nonsenso omettere di ricordare che l’anima e la forza di quella splendida identità culturale è la religione cattolica.
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2015/11/26
Ma Jahvé e Allah non sono lo stesso Dio
(da “La Nuova Bussola Quotidiana)
Due giorni fa stavo tornando a Roma in macchina quando la radio ha trasmesso i discorsi pronunciati al funerale di stato celebrato in onore della ragazza assassinata in una discoteca di Parigi, mentre una banda rock suonava il suo pezzo forte: Kiss the Devil (“Io amo il diavolo e canterò la sua canzone, io amerò il diavolo e la sua canzone”, “Io amerò il diavolo, io bacerò la sua lingua, io bacerò il diavolo sulla sua lingua”).
Ho sentito un rappresentante musulmano affermare che in fondo fra il Dio di Israele (Jahvè) e il Dio dei musulmani (Allah) non c’è troppa differenza. E, devo dire, sono rimasta allibita. Perché questa affermazione è falsa.
L’Occidente, e l’Italia in modo tutto particolare, nel secondo dopoguerra ha subito una martellante campagna di diffamazione della Chiesa cattolica e della storia cattolica, definite entrambe oscurantiste, violente, intolleranti, colpevoli di ogni tipo di iniquità, incivili. Per dimostrare come la campagna anticattolica abbia colpito nel segno basta pronunciare alcune parole (“crociate, inquisizione, Giordano Bruno, Galilei”) per far sì che ogni italiano, ogni cattolico, si copra di vergogna e ammutolisca.
Le calunnie diffuse contro Cristo e la sua Chiesa sono state ovviamente accompagnate dall’esaltazione di altri modelli di culture e di religioni. In particolare l’islam. Per decenni abbiamo compianto i fedeli di Allah aggrediti dai violenti crociati che li hanno barbaramente uccisi e cacciati dalle proprie case.
In queste righe mi limito a sottolineare come in realtà fra il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e il Dio di Maometto le distanze siano incommensurabili. Jahvé ama il suo popolo di cui è padre (tutti i libri biblici definiscono Dio così) e sposo (basti vedere il libro di Osea e il Cantico dei cantici). Il Dio degli ebrei “È colui che è” (Jahvè) e gli uomini sono fatti a sua immagine e somiglianza e quindi, innanzi tutto, sono, hanno un’individualità, una libera volontà, una personalità. Una differenza qualitativa fra maschi e femmine è poi negata alla radice perché: “A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”.
Un sacerdote di grande cultura e profonda sensibilità, Gianni Baget Bozzo, qualche anno fa ha scritto sull’islam parole illuminanti. Eccone alcune: “La creazione è un concetto fondamentale del Cristianesimo proprio come realtà altra da Dio, anche se in Dio ha la sua origine e il suo fondamento. Per l’islam la creazione esiste solo come produzione costante della volontà divina: Dio è l’unica causa di tutti gli eventi. Il concetto di natura non ha quindi alcuna parte nel pensiero islamico, che non riconosce – differentemente dal Cristianesimo - alcuna autonomia alle causalità create”. Nella religione islamica, a rigore, il problema del male non si pone, come non si pone il problema del libero arbitrio: male è l’infedele, “un nulla che si ribella contro l’unica causa del suo esistere”. Un nulla che deve essere annientato: “È questa la sottile forma di nichilismo che pervade il pensiero islamico e che, non a caso, ha trovato nelle azioni annichilenti, cioè nelle azioni di guerra, la sua forma propria di azione civile e sociale. Al tempo stesso, l’annullamento, la morte in battaglia, è il modo con cui il musulmano entra nello spazio secondo della creazione che non è, come per il Cristianesimo, la vita in Dio, ma solo un’esistenza premiata”.
In una delle più belle piazze che la creatività cristiana abbia costruito, davanti alla splendida chiesa in cui è custodito il corpo di San Marco, abbiamo assistito, senza che le pietre urlassero il loro sdegno, all’equiparazione fra il Dio degli ebrei (il Dio di Gesù Cristo) e il Dio di Maometto.
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2015/11/18
I quattro castighi di Dio
(da “La Nuova Bussola Quotidiana)
Sabato notte, in seminario dove stavo facendo un corso su Agostino, quasi fuori dal mondo perché senza radio e televisione, ho vissuto alcune ore di angoscia. Mi capita spesso di dormire poco e male ma in quel caso non si trattava di insonnia: si trattava di angoscia. Mi sono messa a pregare, ho fatto il mattutino, e ho letto la lettura prevista dal breviario per quella notte: il profeta Ezechiele, capitolo 14, versetti 12-23.
In quel passo, attraverso il suo profeta, Dio manda a dire al popolo di Israele: “Figlio dell’uomo, se una terra pecca contro di me e si rende infedele, io stendo la mano sopra di essa, le tolgo la riserva del pane, le mando contro la fame e stermino uomini e bestie”; “Quando manderò contro Gerusalemme i miei quattro tremendi castighi: la spada, la fame, le bestie feroci e la peste, per estirpare da essa uomini e bestie, ecco, vi sarà un resto che si metterà in salvo con i figli e le figlie”. La mattina ho saputo cosa era successo a Parigi durante la notte e ho capito il perché mi era capitato di vegliare.
Le profezie di Ezechiele contro il popolo infedele e contro i falsi profeti che predicono la pace in nome di Dio, senza che questi li abbia inviati, sono agghiaccianti. E si sono avverate. Basta pensare a come è stata ridotta Gerusalemme dai romani.
Da quando esiste, l’islam punta alla conquista di Roma. Perché Roma significa il mondo e loro il mondo lo vogliono conquistato al vero Dio. Finora non sono stati capaci di trasformare San Pietro in una stalla, come era quasi riuscito a fare Maometto IV inviando contro l’Occidente un esercito poderoso al comando di Kara Mustafà. All’ultimo momento, alla vigilia della resa, l’11 settembre 1683, Vienna, ultimo baluardo sulla strada di Roma, non era caduta grazie all’intercessione di Maria impetrata dal santo cappuccino Marco D’Aviano e dalla preghiera di tanti uomini e donne terrorizzati. Finora i popoli cristiani, nell’ora del pericolo, si sono sempre rivolti con digiuni, preghiere, rosari ed elemosine, alla misericordia divina e alla protezione della Vergine.
Oggi cosa facciamo? Ce lo hanno detto in tutte le salse che a Roma stanno arrivando. Come ci prepariamo? I nostri profeti, come ai tempi di Ezechiele, hanno profetizzato e profetizzano pace. Ci vergogniamo della croce e proibiamo ai nostri figli di vedere quadri che la raffigurino, portando la nostra apostasia al limite della follia. Eppure se ci sono una città e una nazione che hanno ricevuto un’infinità di grazie da Dio, per la presenza a Roma del suo vicario, questi siamo noi.
Oggi di profeti Giona non se ne vede traccia. Chi chiama a conversione? Chi si pente della schifosa apostasia in cui siamo immersi? Chi invita a prendere le armi della fede – le uniche che contino - scongiurando Dio di avere misericordia di noi, dei nostri figli, della nostra storia, della nostra civiltà che è stata bellissima?
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2015/11/06
Ci risiamo con la spoliazione della Chiesa
(da “La Nuova Bussola Quotidiana)
Historia magistra vitae: durante il grande Risorgimento in nome della purezza della fede e della vera morale, in nome di Gesù nato e morto povero, la Chiesa è stata derubata di un gigantesco patrimonio: palazzi, conventi, chiese, oggetti d’arte, biblioteche, archivi, terreni. Tutti finiti in mano di ricchi borghesi che, così, sono diventati ricchissimi. La popolazione invece, non più sostenuta dai beni dei poveri (dai beni della Chiesa), finiva nella più nera miseria costretta ad una massiccia emigrazione.
Oggi ci risiamo anche se, nel frattempo, la Chiesa possiede solo qualche briciola in confronto ai patrimoni accumulati nei secoli, frutto di amore e di donazioni da parte dei fedeli, grati per la capillare assistenza loro fornita in tutti i frangenti della vita da un esercito di preti, frati, monache e suore.
Oggi fa scandalo che una delle personalità più influenti della Chiesa, quando prende l’aereo, si azzardi, addirittura, a viaggiare in business class. Oggi che c’è un papa che abita a Santa Marta dando l’esempio, bisognerebbe che tutti, dico tutti, per amore del Vangelo e la salvezza della Chiesa, facessero altrettanto. Oggi si ricorda che la Chiesa possiede, addirittura, bellissimi edifici nei posti più belli di Roma. Sarebbe ora che questi passassero gratis et amore Dei a chi è più degno di possederli e abitarli: i nuovi padroni che, ancora una volta, si apprestano a fare affari in nome di Gesù nato e morto povero, nonché del poverello che del santo di Assisi porta il nome.
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2015/10/23
Lutero e padri sinodali di lingua tedesca
di Angela Pellicciari
Il problema dell’accesso dei divorziati risposati alla comunione è davvero così difficile da risolvere?
Un gruppo di porporati di lingua tedesca suggerisce la quadratura del cerchio: si tratta di consentire a quanti si trovano nella spinosa situazione di voler fare la comunione pur senza averne diritto, di decidere cosa fare a livello personale, a livello di “foro interno”, con l’aiuto, va da sé, di un padre spirituale.
Portata alle estreme conseguenze la soluzione suggerita dal gruppo tedesco opta per un deciso ricorso al relativismo: non c’è una verità assoluta perché le cose cambiano col variare delle situazioni e ciascuno può valutare in coscienza la cosa migliore da fare. Padre di questa posizione è un altro tedesco, un tedesco famoso: Martin Lutero.
Mutatis mutandis anche Lutero si trova a dover prendere posizione su un caso spinoso: è lecito al langravio Filippo d’Assia, luterano della prima ora, definito dal “profeta della Germania” il “nuovo Arminio”, diventare bigamo? Vizioso e lussurioso, Filippo scrive a Lutero per ottenere il suo consenso alla celebrazione in pubblico di seconde nozze -cui la prima moglie acconsente- con la diciassettenne damigella di corte Margherita di Saale. Il caso non è di facile soluzione perché, se Lutero rifiuta, il suo braccio destro può passare armi e bagagli nelle fila del cattolico imperatore Carlo V.
Vista la delicatezza del momento Lutero e Melantone rispondono immediatamente, il giorno dopo aver ricevuto la lettera: in pubblico non si può celebrare nessun matrimonio perché lo scandalo sarebbe troppo grande; se però il langravio insiste, gli si può concedere una dispensa perché il “matrimonio supplementare” non ha nulla contro la legge di Dio e può essere determinato da una “necessità di coscienza”: “l’uomo può col consiglio del suo pastore, prendersi ancora un’altra donna”.
Continua a leggere ⇢2015/06/22
L’ineffabile Marino
Ricordo bene, durante la campagna elettorale del sindaco ciclista, che sui giornali comparivano foto a mezza pagina di suorine che abbracciavano il candidato del cuore, Ignazio Marino.
Adesso Marino, se possibile, ha superato se stesso. Sorridente e fiero ha sfoggiato una gran fascia tricolore durante il gay pride di Roma ma si è rifiutato di portare i suoi saluti alla manifestazione Difendiamoinostrifigli che ha riunito a Roma un milione di persone in piazza San Giovanni.
Orgoglioso di rappresentare gli omosessuali, sdegnato che bambini e famiglie osino mettere in discussione la bellezza del gender e la qualità della vita di pargoli che si ritrovano per genitori due mamme o due papà.
Ma non era il sindaco di tutti? Hanno voglia dal PD a ripetere che non sono contro la famiglia!
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