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Invio Famiglie 2016

2016/06/09

Se Kasper ci vuole alla scuola di Lutero

(da “La Nuova Bussola Quotidiana)

Il primo giugno è uscito un comunicato congiunto della Federazione luterana mondiale e il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nella sostanza riprende le linee del comunicato della Sala stampa vaticana del 25 gennaio che annunciava il viaggio del papa a Lund, in Svezia, per “commemorare” i 500 anni della riforma. La novità di giugno – e non si tratta di un particolare di poco conto- è la specificazione che il papa resterà in Svezia un giorno in più per incontrare i cattolici e celebrare con loro un’Eucaristia.

Per capire in che senso la Chiesa cattolica commemori Martin Lutero con l’obiettivo di celebrare “i doni della Riforma” (così afferma il comunicato congiunto), è utile prendere le mosse da un piccolo libro su Lutero recentemente dato alle stampe dal cardinale Kasper (Martin Lutero - Una prospettiva ecumenica, Queriniana). Il libro di Kasper, efficace, chiaro, ben scritto, parte da una tesi di fondo: Lutero aveva ragione, la Chiesa romana torto. Personalità dal «fascino addirittura magnetico», che «per alcuni cattolici è già diventato quasi un padre comune della chiesa», Lutero, dopo aver tentato invano di convincere papa e vescovi ad attuare la riforma da lui stesso prefigurata, «dal momento che i vescovi si rifiutavano di procedere», «dovette accontentarsi di un ordinamento d’emergenza».

Ancora: «L’appello di Lutero alla penitenza» non è stato accolto e «anziché reagire con la disponibilità alla penitenza e con le necessarie riforme, si rispose con polemiche e condanne». Vale la pena di sottolineare ancora una volta il punto di vista di Kasper: «Roma e i vescovi non hanno accolto l’appello di Lutero alla penitenza e alla riforma», e quindi, pur non volendo, Lutero è stato in qualche modo costretto a divenire ciò che è stato: Lutero «divenne il Riformatore, pur non definendosi tale». Lutero dal canto suo «si poneva nella lunga tradizione dei rinnovatori cattolici che lo avevano preceduto. Si pensi soprattutto a Francesco d’Assisi, che con i suoi fratelli volle vivere semplicemente il vangelo e così predicarlo. Oggi si parlerebbe di nuova evangelizzazione».

Kasper ricorda come la vita del monaco agostiniano ruotasse intorno alla domanda: «Come posso trovare un Dio misericordioso? Questo era il problema esistenziale di Lutero». Riforma, penitenza, misericordia, collegamento con lo spirito francescano: Kasper usa queste definizioni per proporre un’azzardata analogia con papa Bergoglio che va a Lund a “commemorare” i cinquecento anni della Riforma, che si pone come riformatore, che sta tutto dalla parte della misericordia e che ha scelto di chiamarsi Francesco.

Devo a Kasper gratitudine perché, leggendo il suo libro, ho finalmente capito cosa significhi l’espressione ecumenismo. Parola che per me era finora rimasta nel limbo della vaghezza e, in fondo, dell’irrilevanza. Adesso invece so cosa significhi e quale progetto sottintenda, almeno per Kasper. Seguiamo il ragionamento del Cardinale: «Per ecumenismo si intende tutto il globo terrestre abitato, dunque universalità invece che particolarità. Si può anche dire: a differenza del cattolicesimo e del protestantesimo, limitati nel loro aspetto confessionale, ecumenismo significa la riscoperta della cattolicità originaria, non ristretta ad un punto di vista confessionale». Deduzione: dal momento che cattolicesimo e protestantesimo esistono uno affianco all’altro, nessuno dei due è universale. Per raggiungere l’universalità si tratta di uscire dalla confessionalità, cioè dalla particolarità delle Chiese, e conquistare l’ecumenicità, nuovo modo per indicare la caratteristica universale del messaggio cristiano. Le Chiese - che sono tutte sullo stesso piano perché tutte ugualmente confessionali, cioè particolari - «devono vivere l’una con l’altra e andare l’una incontro all’altra».

Kasper è convinto che la strada dell’ecumenismo così inteso sia ormai obbligata: un regresso al confessionalismo «sarebbe una catastrofe» perché così facendo non saremmo in grado di contrastare l’ecumenismo secolare «che vorrebbe estromettere il cristianesimo dalla sfera pubblica». Ancora: «Nell’ecumenismo cristiano, perciò, è in gioco l’unità della Chiesa, nel servizio all’unità e alla pace del mondo. Si tratta di un umanesimo universale, che è fondato in Gesù Cristo quale nuovo e ultimo Adamo». L’impianto del ragionamento di Kasper è chiarissimo quanto originale: la Chiesa di Roma non è cattolica perché non è universale. È confessionale. Per riconquistare la cattolicità bisogna che insieme alle altre Chiese dia vita ad una «diversità riconciliata».

Questo però è l’esatto opposto di quanto la Chiesa ha sempre insegnato in duemila anni. Nonostante tutte le eresie e tutti gli attacchi che le sono stati rivolti (da Lutero con estrema violenza) la Chiesa non ha mai perso la consapevolezza di essere cattolica, cioè universale. Chiesa cattolica, apostolica, romana. Non a caso romana: da tempo immemorabile Roma è il mondo (come la benedizione solenne urbi et orbi mostra) e Pietro e Paolo a Roma non fanno che portare a compimento la vocazione romana all’universalità (non c’è più né schiavo né libero, né uomo né donna, né giudeo né greco, scrive Paolo ai Colossesi e ai Galati). La Chiesa cattolica, apostolica, romana, non ha alcun bisogno di recuperare quell’universalità che da sempre la caratterizza e che da sempre è insidiata da altri centri di potere che desiderano imporre sulle ceneri dell’universalità romana un nuovo tipo di universalità.

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generico

2016/05/15

Politici ignoranti e Chiesa in confusione

(da “La Nuova Bussola Quotidiana)

Caro direttore, qualche giorno fa un giulivo presidente del Consiglio che si dichiara cattolico ha proclamato: mica ho giurato sul vangelo, ho giurato sulla Costituzione. L’allegro presidente evidentemente non sa quello che dice. Il punto è che, altrettanto evidentemente, altrimenti non lo farebbe, è certo di rivolgersi a un pubblico smemorato, disorientato, che non sa più cosa credere e cosa pensare. Un pubblico che non ha più i minimi riferimenti non dico teologici ma nemmeno culturali.

Al goliardo Renzi ha fatto seguito il candidato sindaco di Roma, Alfio Marchini, che dopo aver fatto esultare tanti dichiarando che mai avrebbe officiato matrimoni omo, in un’intervista al Corriere ha così chiarito cosa voleva dire: la legge sulle unioni civili è giusta, «il mio impianto ideologico si ispira a Sant’Agostino, ama e fai ciò che vuoi». Evidentemente dando retta a qualche buon consigliere, l’indomani Marchini in un incontro pubblico ha aggiustato il tiro invitando a guardarsi dal relativismo e ricordando l’incontestabile diritto dei bambini a un padre e una madre.

In un tempo in cui interprete ufficiale del papa si autoproclama l’illuminato Scalfari è inevitabile che si ingeneri qualche confusione. In realtà la questione è chiarissima. E dovrebbe esserlo anche per tutti i cattolici che si aggirano nei meandri della politica. Prendiamo Agostino. Che significa la bella frase, la frase-effetto tante volte citata a destra e a manca, “ama e fa ciò che vuoi”? Agostino sta commentando la prima lettera di Giovanni, la meravigliosa lettera in cui l’evangelista svela il nome di Dio: “Dio è amore”. E’ ragionevole dedurre che questo Dio, che è misericordia, approvi, accetti e benedica qualsiasi pulsione affettivo-sessuale sgorghi dai nostri cuori? E’ possibile che il nostro livello di conoscenza della verità rivelata sia sprofondato così in basso? Di quale amore parla Giovanni? “Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. Ama e fa ciò che vuoi significa quindi: ama come Gesù, finendo in croce per quelli che ami, e fai pure ciò che vuoi.

Stiamo vivendo in un’epoca drammatica. Da decenni è mancato il catechismo, l’insegnamento catechetico. Quello cui assistiamo oggi con la stampa scatenata - compresi giornali cattolicissimi - nel sostenere la “rivoluzione” di papa Bergoglio è stato preparato da decenni di incuria pastorale. Decenni di mancata preparazione ai massimi livelli di educazione, compresa quella di tante università cattoliche.

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Belgio

2016/03/30

Belgio filo islamico, dava la caccia solo ai cattolici

(da “La Nuova Bussola Quotidiana)

Vi ricordate del cardinal Suenens? Léon-Joseph Suenens (1904-1996), cardinale progressista, la persona che forse ha dato un contributo decisivo al passaggio dal Belgio cattolico al Belgio nichilista. Bene, quel cardinale ha subito da morto un’onta vergognosa: qualche anno fa la polizia e la magistratura belghe in cerca di prove contro il clero cattolico, di professione pedofilo, sono scese nella cripta di Saint Rombout a Mechelen muniti di martelli pneumatici e hanno profanato la sua tomba nella convinzione che i preti avessero nascosto proprio lì le prove dei loro vergognosi trascorsi.

Oggi, pur di fronte all’evidenza che polizia e magistratura belga sono responsabili di mancata sorveglianza nei confronti del terrorismo di matrice islamica, il ministro degli interni Jan Jambon ritiene impossibile evocare lo stato di emergenza – come successo in Francia - per la buona ragione che si deve conservare il sangue freddo: “Penso che dobbiamo restare cool, non lasciarci trascinare dalla situazione”, perché contrario “alla nostra democrazia”.

L’odio anticattolico che rende ciechi e stolti proprio come il pregiudiziale spirito democratico filoislamico rende ciechi e stolti, mi fa venire in mente un divertente episodio del risorgimento, naturalmente sconosciuto, raccontato nei particolari dal prete giornalista e storico Giacomo Margotti, naturalmente quasi sconosciuto. Siamo nel 1848 in pieno trionfo dello spirito liberale. A quell’epoca la persecuzione inizia dalla soppressione della Compagnia di Gesù e ordini affini.

Cacciati i gesuiti dalle loro case destinate a miglior uso, rimane da scovare dove i padri abbiano nascosto i loro tesori. Questo il contesto in cui viene scambiato per gesuita un uomo che nulla ha a che fare con la Compagnia. Una folla “indignata” gli intima di svelare il nascondiglio del tesoro e costui (un “giovialone” lo definisce Margotti) svela un particolare rilevante delle abitudini dei padri: “il tesoriere e i superiori” entravano ed uscivano di continuo da una certa stanza. L’indizio viene preso come testimonianza certa della presenza dell’oro e i liberali iniziano a tastare i muri per scovare il nascondiglio. Trovato un punto che “risuonava”, certi di aver finalmente trovato, picconano con foga e fanno progetti sulla spartizione del bottino. Alla fine il muro cede e si comincia a “sentire una certa fragranza, che non era né di rosa, né di gelsomino”. Il tanfo aumenta al punto da diventare insopportabile anche per gli “eroi d’Italia”, commenta Margotti.

Nel 1854 la speranza di trovare l’oro si fa nuovamente certezza. Il ministro delle finanze riceve una lettera che rivela l’ubicazione del denaro: il tesoro è custodito nel collegio dei Santi Martiri di Torino, in cantina, “sotto tanti palmi di terra”. La lettera è dettagliata e pertanto, così si pensa, le informazioni non possono che essere vere. Uno stuolo di funzionari si reca ai Santi Martiri perché la scoperta di tanta ricchezza va documentata: “Si scassinano porte, si scava nel luogo indicato, e circa un metro più in là, due metri più in giù, e il tesoro non comparisce”.

Non c’è due senza tre e si dà credito a una nuova soffiata che rivela l’ubicazione di una grande quantità di denaro a Genova, a palazzo Tursi. Margotti così racconta: il cavalier Barnato (la persona incaricata dal governo di trovare e portare a Torino i sacchi d’oro) “chiama a sé due architetti, e il sindaco, e l’intendente generale di Genova, e sul pomeriggio del 17 aprile, tutti e cinque s’incamminano processionalmente a palazzo Tursi, per ritirare il tesoro dei Gesuiti. Tastano, rompono, guastano il pavimento, e non trovano il becco d’un quattrino. Si consultano, rileggono le istruzioni, tornano a ricercare, a rompere, a guastare, e il tesoro non c’è”. Commento: “che cime d’uomini sono i nostri ministri, che si lasciano così raggirare! O poveri noi, in che brutti panni siamo dopo tanta libertà e tanto libero scambio!”.

Dicono che in Belgio comandi la più anticattolica e laicista massoneria del mondo, chissà se è vero.

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Invio Famiglie 2016

2016/03/19

Francesco invia le famiglie missionarie: «Parto con voi»

(da “La Nuova Bussola Quotidiana)

Da duemila anni la chiesa, cioè il corpo di Cristo, è attaccata da satana dall’esterno con le persecuzioni e dall’interno con le eresie. Oggi sia le persecuzioni che le eresie godono un tempo di grande fortuna. Ma da duemila anni l’onnipotente fantasia dello Spirito Santo e l’eroismo di quanti hanno incontrato Cristo hanno impedito a satana di trionfare: non prevalebunt.

In un tempo in cui, in occidente, l’età media di chi frequenta la chiesa è molto alta, in cui le chiese si chiudono, si vendono o vengono smantellate, in un tempo in cui l’apostasia –Italia compresa- delle nazioni ex cristiane è generalizzata, in questo tempo di sconforto, denatalità, solitudine e disperazione, la Chiesa, come sempre, è giovane, fresca, allegra. Intendendo per chiesa i corpi, le comunità, di quanti capiscono e accettano che la volontà di Dio sulla loro vita è la missione, cioè l’annuncio della vittoria sulla morte.

Ieri mattina, in Vaticano, il Papa ha inviato in missione uno stuolo di famiglie (270) piene di figli (1500): sono le nuove 56 missiones ad gentes del Cammino neocatecumenale che vanno ad aggiungersi alle altre 128 già inviate negli anni passati. Le missiones ad gentes sono un tipo di evangelizzazione radicalmente nuova che lo Spirito Santo ha suscitato per venire incontro alla desolazione dei nostri tempi. Sono famiglie che hanno sperimentato la tenerezza di Dio nella loro vita e nella vita delle comunità di cui fanno parte, tenerezza, amore e provvidenza, che li spinge ad essere generosi con Dio come Dio è stato generoso con loro: dando la vita per l’annuncio del kerygma.

E così, provenienti da tutte le parti del mondo, coi loro tanti, tantissimi bambini, tutti ben vestiti, attenti ed educati, consapevoli dell’importanza del momento che stanno vivendo, hanno ricevuto dal Santo Padre la croce missionaria e l’invio ufficiale della Chiesa che li manda nei territori più scristianizzati o mai evangelizzati, ovunque un vescovo ne faccia richiesta, a vivere la fede in mezzo ai pagani. Una novità radicale nella millenaria vita della chiesa. Vanno senza niente, devono inventare tutto, cercare lavoro, casa, scuola per i figli. Nei luoghi di missione non c’è chiesa, non ci sonno edifici di muratura, ci sono corpi sui quali è chiamata a scendere la Shekinà di Dio. La carità di Dio. Come nei primissimi tempi apostolici non ci sono edifici adibiti al culto e la comunità si riunisce nelle case.

Ogni missio è formata da quattro o cinque famiglie coi loro figli, un presbitero col suo socio, alcune sorelle: una quarantina di persone, una comunità cristiana. “Guardate come si amano”: dice Tertulliano della meraviglia che suscitano i cristiani presso i pagani. Guardate come si amano, guardate come non sono soli, come si perdonano: questo aspetto della vita comunitaria, oggi come ieri, attira i tanti che sono soli e la cui vita non ha sapore perché non ha senso.

«Le famiglie sono un vero spettacolo», ha detto l’iniziatore del Cammino Kiko Argüello prima dell’arrivo del Papa. E’ vero. Le famiglie, quelle famiglie, sono uno spettacolo. E il papa ha dedicato loro parole commosse. Parole che hanno richiamato la caratteristica fondamentale della vita cristiana che è l’umiltà, manifestando la gratitudine della chiesa, di tutta la chiesa, per quello stuolo di missionari: «Vi ringrazio, a nome mio, ma anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare, andare verso l’ignoto e anche soffrire. Perché? ci sarà? sofferenza, ma ci sarà? anche la gioia della gloria di Dio, la gloria che è sulla croce».

«Non sarà facile per voi – ha aggiunto – la vita in Paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione. E questo lo fate per amore, per amore alla madre Chiesa, all’unità di questa madre feconda; lo fate perché la Chiesa sia madre e feconda».

Alla fine del suo intervento, prima di benedire le croci che ogni membro delle missio teneva alzate, prima della benedizione solenne dell’invio, il Papa ha detto: «Io resto qui, ma con il mio cuore parto con voi». Dopo duemila anni la chiesa è giovane e bellissima.

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2016/03/13

Politica anticattolica Renzi come Cavour

(da “La Nuova Bussola Quotidiana)

Qualche tempo fa sulla Bussola mi interrogavo su quale fosse il denominatore comune fra Renzi, Cameron e Hollande: una prova di forza violenta, insolente, contro tutto il mondo cattolico (mondo che non è espresso in parlamento ma che esiste), come quella imposta col voto di fiducia sui simil-matrimoni omosessuali, non sembrava una scelta ragionevole, tanto più che il Renzi nel 2007 aveva pubblicamente sostenuto il Family Day.

Ma c’è anche un precedente storico che Renzi sembra ricalcare, e riguarda il conte di Cavour. Ovvero il Cavour della legge 29 maggio 1855 contro gli ordini mendicanti e contemplativi della Chiesa di stato. Ordini cui il presidente del consiglio sottrae la personalità giuridica derubandoli di tutti i beni, mettendo in pratica a modo suo il principio della libera Chiesa in libero stato.

Con quella legge Cavour si gioca il tutto per tutto. In politica interna come in politica estera. Appoggiato dalle potenze liberali per costruire in Italia un mondo migliore – anticattolico - il conte è costretto ad occuparsi di questioni religiose sommamente divisive con cui mai avrebbe voluto aver a che fare. Il dibattito per l’approvazione della legge dura sei mesi; la corona, secondo la profezia di don Bosco, deve a quella legge la sua scomparsa dal novero delle dinastie regnanti, tutta la popolazione è nettamente contraria. Eppure il conte va avanti. Perché? Perché la politica anticattolica è la sola che garantisca l’appoggio delle potenze liberali (Francia e Inghilterra in primo luogo) senza il quale il regno di Sardegna e Cavour non vanno da nessuna parte: «Molti in Europa si interessano a questa lotta che noi sosteniamo», «Vi potrei citare la stampa di quasi tutti i paesi d’Europa; vi potrei citare i libri ed i fogli della Francia, dell’Inghilterra, del Belgio e di una parte della Germania».

Già nel 1852, in Senato, mentre è in discussione la legge sul matrimonio civile, agli avversari che paventano una contrarietà delle potenze alleate il conte ribatte: «Egli non è molto che io mi fermai qualche tempo in Francia», «Molte di queste persone influentissime - quelle che aveva incontrate -, se facevano un rimprovero» non era quello «d’aver proposto una legge non abbastanza cattolica sul matrimonio, ma sibbene di non aver proposto all’approvazione del Parlamento la legge francese». Rosario Romeo dice la stessa cosa in altri termini: «Il Piemonte, spinto dalle sue ambizioni su una via interrotta a ogni passo da insidie e pericoli, doveva tenere nel massimo conto i desideri e talora i capricci dei potenti vicini».

Mutatis mutandis adesso non è (per il momento) in discussione un attacco diretto allo stato vaticano, è in discussione però la pretesa italiana di non piegarsi ai dictat dei poteri internazionali che vogliono la fine del matrimonio e della famiglia aperta alla vita. Che vogliono la fine di quanto resta del rispetto per i 10 comandamenti.

E come fa un presidente del consiglio che da tre anni gode di un appoggio unanime di tutta la stampa che conta (dopo che per vent’anni contro Berlusconi era stata dichiarata una guerra civile), come fa a sottrarsi ai desiderata dell’élite internazionale che quei giornali e quelle opinioni governa? Però ai Savoia la politica anticattolica non ha portato bene. A Cavour in fondo nemmeno, perché è morto subito dopo la nascita della sua creatura, il neonato regno d’Italia.

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2016/03/03

Pio IX docet: anche la scomunica è Misericordia

(da “La Nuova Bussola Quotidiana)

È interessante che ieri il Papa all’udienza generale abbia esplicitamente affermato che la correzione e la punizione siano parte della Misericordia. In effetti nel capitolo 18 del vangelo di Matteo si legge: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano». Non a caso il capitolo 18 di Matteo è all’origine della scomunica: un’arma estrema in difesa della retta dottrina e della retta guida del popolo cristiano da parte di governanti che si definiscono cristiani. Oltre che agli eretici la scomunica è quindi comminata anche a chi, alla guida della cosa pubblica, pur proclamandosi cristiano in realtà non lo è.

Nell’Ottocento italiano Pio IX è costretto a scomunicare l’intera classe politica. In una lettera del 1849 alla granduchessa Maria di Toscana papa Mastai scrive che l’unica cosa che gli preme è la verità: «Che i popoli cattolici conoscano la verità e siano rischiarati sui principi della virtù e del vizio che oggi si tenta di capovolgere». A metà dell’Ottocento il regno di Sardegna si appresta a conquistare la penisola in nome della libertà, della costituzione, della vera religione e del progresso. Succede che, nonostante il primo articolo dello Statuto albertino dichiari la religione cattolica unica religione di stato, il 29 maggio 1855 venga promulgata una legge che decreta «la soppressione di quasi tutte le comunità monastiche e religiose di entrambi i sessi» stabilendo l’alienazione dei rispettivi beni.

La verità impone di smascherare governo, parlamento e corona decretando la scomunica per l’intera classe politica che si definisce liberale e cattolica: «Siamo costretti a dichiarare che tutti coloro i quali, nel Regno Subalpino, non esitarono a proporre, approvare, sancire i predetti decreti e la legge contro i diritti della Chiesa e di questa Santa Sede, nonché i loro mandanti, fautori, consulenti, aderenti, esecutori, sono incorsi nella scomunica maggiore».

Adottando questo provvedimento Pio IX fa violenza alla sua natura («Riesce a Noi assai greve e penoso, Venerabili Fratelli, il dover deflettere da quella mansuetudine e moderazione che attingemmo e derivammo dalla stessa natura»), ma l’attacco sferrato alla Chiesa e alla società tutta in nome della Chiesa (così impone il primo articolo dello Statuto), esige che il Papa faccia chiarezza denunciando come nemici quanti, mentendo, si professano amici: «Siamo costretti ad usare contro di loro la severità ecclesiastica per non venir meno al Nostro dovere e per non abbandonare la causa della Chiesa».

Se all’epoca del Risorgimento – anche grazie alla soppressione di tutti i suoi ordini religiosi - si persegue la distruzione della Chiesa, oggi è in gioco qualcosa di più. Oggi l’attacco non è più a Cristo-Dio attraverso la sua Chiesa, oggi l’attacco è rivolto direttamente contro Dio. Dio creatore, legislatore, «amante della vita». Oggi è dichiarato giusto, diritto civile, amore per i bambini, rispetto per le persone, superamento di un inaccettabile oscurantismo cultural-religioso, l’approvazione di un simil matrimonio tra persone dello stesso sesso che contrasta nel modo più radicale con tutta la rivelazione (sia Antico che Nuovo Testamento), con la bimillenaria pratica religiosa, con l’intera storia dell’umanità.

Portabandiera di questa conquista di civiltà (inevitabile anticipo dell’adozione da parte di coppie omosessuali) è lo stesso presidente del consiglio che fino a qualche tempo fa non aveva difficoltà a farsi riprendere all’uscita della messa. Ma Renzi non agisce in splendido isolamento “cattolico” perché è circondato da ministri che si dichiarano cattolici: uno scandalo nel senso proprio del termine.

Certo, le spinte moderniste all’interno della Chiesa sono oggi fortissime. Certo, la lobby omosessuale all’interno della Chiesa è altrettanto forte. Certo, le esigenze dell’8 per mille hanno le loro ragioni. Certo, nonostante tutto questo, il rispetto della verità è, per i cattolici, un obbligo assoluto.

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