CHI SONO

Icona maria kiko

La mia storia è legata al Cammino neocatecumenale di cui faccio parte dal 1971. Liberal, un giornale su cui scrivevo, mi ha chiesto di pubblicare un pezzo sul Cammino visto dal di dentro e questo è il testo dell’articolo uscito il 31 maggio 2008:

Raccontare la propria vita a sconosciuti, sconosciuti che per di più non si hanno davanti agli occhi, non è cosa facile. Ci proverò perché mi è stato chiesto e perché mi sembra giusto rispondere alla richiesta. La mia vita è legata al Cammino neocatecumenale nel senso che è rinata grazie alla predicazione e all’affetto di Kiko e Carmen. Questo avveniva quando avevo 23 anni e mi ero letteralmente persa.

Avevo cercato la giustizia e la verità, ma lontano da Dio che non conoscevo, e mi ero imbattuta nel ’68 vissuto con passione come se fosse una missione. Ribelle per temperamento e storia, ero precipitata senza accorgermene in un vortice distruttivo di non senso e disprezzo per me stessa e per gli altri.

Una storia sentimentale finita nel peggiore dei modi mi aveva gettato in una disperazione cupa che mi rendeva difficile, la mattina, iniziare la giornata. A vent’anni la mia vita doveva ancora cominciare e per me era già finita. Questo il contesto in cui Dio ha deciso di farsi conoscere. Una notte, mentre prendevo in mano i pezzi della mia vita (soffrivo di una lucida forma di pazzia, era come se il mio io fosse “andato in pezzi” e non riuscissi più a convivere con me stessa), mentre contemplavo la catena dei “peccati” che inesorabilmente mi aveva condotto al punto in cui ero, mentre in una parola toccavo il fondo dell’angoscia, mi è apparso come un mare di fuoco. Un fuoco vivo. Sapevo che in quel mare c’era Dio. Ma come potevo incontrarlo?

L’ascolto della predicazione in una catechesi per adulti mi ha ridato speranza: mi veniva annunciato che Dio è amore. Che Dio mi amava così come ero e mi donava gratuitamente la possibilità di essere guarita dalle ferite e liberata dalla disperazione. Quell’amore che avevo cercato con tutte le mie forze senza riuscire ad incontrarlo mi veniva incontro come l’Assoluto e si faceva garante della possibilità di amare.

Il Cammino è la comunità. La comunità è quanto avevo cercato senza trovarla. La comunità è un gruppo di fratelli che non si sono scelti, che casualmente (ma il caso non esiste, è Provvidenza) si sono trovati ad ascoltare insieme una predicazione, l’hanno accolta, ed hanno acconsentito a fare un percorso di conversione insieme. Insieme vuol dire conoscendo le debolezze gli uni degli altri, le insopportabilità, le insofferenze, le stoltezze, le idiosincrasie, le invidie, le gelosie, eppure continuare a riunirsi perlomeno due volte a settimana per pregare e passare una giornata al mese insieme in “convivenza”. Tutto questo è possibile perché c’è Dio come garante. Perché piano piano si impara a volersi bene. Perché si impara il perdono. Perché si impara, anche, a dare la vita. Sia nel senso di metterla a disposizione per l’evangelizzazione, sia nel senso di mettere al mondo tutti i figli che la generosità di Dio manda.

Il Cammino è come un fiume che risana. Risana e rende possibile la vita insieme. A cominciare dalle coppie che non si separano. Dalle famiglie che si riuniscono. Dai figli che restano in comunità, nonostante il mondo vada da un’altra parte, perché vedono l’eroicità della fede dei loro genitori. Imparano che la fede non è una sovrastruttura e che non si tratta di prediche: si tratta di vivere nella quotidianità comportamenti impossibili alle sole forze umane.

Quanto a me, con gli anni, anzi, con i decenni, la mia vita è stata risanata. Da tutti i punti di vista, a cominciare dalla sessualità. Essendo separata, ero chiamata a vivere in castità. Ma senza un concreto e costante aiuto di Dio, bisognosa di affetto come sono, mi sarebbe stato impossibile praticarla. Mi è stato dato anche –e a cinquant’anni!- un discreto successo professionale. Quando molti vanno in pensione ho cominciato una nuova attività: quella di storica e di saggista. Ho visto che è possibile morire sperando nella risurrezione e non dubitare dell’amore di Dio in agonie lunghe mesi. Terrorizzata da sempre dalla morte che mi fa orrore e che nessuna catechesi del mondo è riuscita a farmi sembrare “naturale”, mi è stato concesso di vivere un’esperienza di tumore che avrebbe potuto essere molto seria (anche se poi così non è stato) in pace.

Che dire? Il Cammino è un fiume in piena. Ricco di acque. E’ una seria “iniziazione per adulti” alla fede, stracarico di frutti: itineranti, famiglie in missione, seminaristi e preti (più di 70 sono i seminari del Cammino nelle varie parti del mondo), monache di clausura (circa 4000 le sorelle entrate in convento), missioni ad gentes, evangelizzazione a tappeto di tutti i quartieri delle città, missioni popolari: fratelli che vanno due a due (come insegnato da Gesù) ad annunciare (come, fino a qualche tempo fa’, facevano solo i testimoni di Geova) dappertutto -nelle strade, negli ospedali, nelle giardini pubblici, ovunque- che il regno dei cieli è arrivato con la vittoria sulla morte di Gesù. Il Cammino è anche una predicazione inesauribile, assistita in modo manifesto dagli incredibili doni dello Spirito Santo. La predicazione di Kiko e Carmen è sempre fresca, nuova, profonda. Esistenziale, viva. Come l’ultima immagine che Kiko ci ha consegnato per il Family Day di Madrid (di cui è stato l’inventore): il mondo, ha detto, ci vuole far credere che la nostra vita sia come un transatlantico che non va da nessuna parte. Ma non è vero. “Non è vero che questo transatlantico sta fermo in un mare oscuro. Non è vero che la nave che è la nostra vita non va da nessuna parte! La nostra nave sta camminando verso la Gerusalemme celeste”.

...SUL CAMMINO NEOCATECUMENALE

Carmen

Carmen Hernandez Barrera

Grande intellettuale? Certamente Carmen lo è stata. Ma non basta. Perché accanto all’intelligenza, all’immediata percezione dei nodi centrali dei diversi problemi, Carmen ha avuto un’attenta, minuta, costante attenzione alla vita delle singole persone che incontrava. Anche i più lontani da lei. Donna senza barriere ideologiche, senza moralismi, avvicinava tutti con uguale attenzione, semplicità e fermezza. Donna che poteva a volte sembrare dura. Perché mai ha fatto compromessi. E perché diceva sempre la verità, non facendo attenzione a chi aveva davanti, fosse pure l’uomo più potente del mondo. Donna libera.
Libera perché amante di Gesù. Di quel Gesù che l’ha chiamata da bambina alla missione. Che l’ha formata negli anni facendole prendere parte alla sua passione e dandole prova della sua risurrezione. Perché, lo diceva spesso, non si può risorgere se prima non si muore. Chimica, teologa, lettrice indefessa dei padri e dottori della Chiesa come di tutta la letteratura teologica contemporanea, attenta studiosa dei pronunciamenti e documenti pontifici, Carmen, figlia di una famiglia molto ricca, agli inizi degli anni sessanta ha passato due anni in Israele lavorando come cameriera in case di famiglie ebraiche. Di qui l’amore per la terra di Gesù, la conoscenza della vita del Messia a partire dai luoghi e dalle pietre da lui calpestate. La geografia che si fa storia. La storia che si capisce a partire dalla geografia.
La conoscenza di Israele, della liturgia e della letteratura ebraiche, della concreta vita del popolo ebraico, ha segnato non solo la fede di Carmen, ma ha anche cambiato la vita dei fratelli del Cammino che, dietro di lei, hanno scoperto, vissuto e amato le tradizioni che Gesù ha praticato e vissuto come ebreo. “Amante della vita”: questo è il Dio di Israele e questo è il Dio che Carmen ha conosciuto e amato. Proprio per questo ha potuto difendere la vita e la donna che la vita gesta e custodisce. In una delle sue intuizioni più profonde ha capito con larghissimo anticipo che oggi, a essere minacciata, è soprattutto la donna. E proprio grazie alla sua principale caratteristica: la donna possiede la matrice della vita.
Quella vita che Satana vuole distruggere. Per invidia. L’invidia dei demoni per la donna che partorisce figli. Che partecipa con Dio all’opera della creazione. Anche per questo tutte le famiglie del Cammino sono piene di vita. Piene, esuberanti di figli, di nipoti e, quindi, di speranza. L’orrore dell’attacco gnostico contro la vita che oggi si dispiega sotto i nostri occhi, Carmen lo ha visto per tempo e ha risposto: con la Parola di Dio, con la fedeltà alle indicazioni della Bibbia e del magistero. Con la gratitudine a Paolo VI e alla sua eroica enciclica Humanae vitae.
L’idea di scrivere un pezzo su Carmen non è venuta a me. Per l’impossibilità di rendere giustizia a uno spirito gigante come il suo con qualche riga. Perché troppo complessa e ricca è la sua vita trascorsa salvando quanti incontrava. Compresa me. Donna che con grande umiltà e quasi con nascondimento ha fornito le basi liturgiche e dottrinali di quella magnifica realtà che è il Cammino. Mi sono limitata ad accennare ad uno degli aspetti più caratteristici della spiritualità di Carmen: l’amore per le radici ebraiche del cristianesimo.
Per questo chiudo citando alcune delle parole di condoglianza inviate a Kiko dall’influente rabbino americano Jay Rosenbaum, lette da don Francesco Voltaggio al funerale: «Carmen era davvero il cuore del Cammino e la passione e lo spirito che hanno mosso Kiko nel suo annuncio del Signore. Lei è stata una Tzadik –una donna santa e giusta dallo spirito profetico e dallo sconfinato amore per i figli di Dio. É stato un raro privilegio per me averla incontrata alla Domus lo scorso anno e aver sperimentato la Ruach Ha Kodesh, lo spirito di santità, che possedeva in modo unico. Pregherò per Carmen e dirò un Kaddish per lei durante la liturgia. Shalom». Shalom Carmen e grazie.

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