Articoli

Card. Burke

2017/12/11

La chiesa non è nazionalista

Sul Giornale del primo dicembre il cardinal Burke, descrivendo l’attuale situazione della chiesa, diceva: “per me la confusione è preoccupante. Mi pare quasi che la Chiesa stia diventando un insieme di Chiese nazionali. Paesi confinanti hanno posizioni opposte persino sui sacramenti”.

Per quasi due millenni si è molto insistito sulla caratteristica “romana” della chiesa cattolica. La motivazione è proprio il rischio, serissimo per la comunità dei fedeli, che all’interno del corpo di Cristo che è la chiesa, si insinui il veleno nazionalista. Cristo è venuto per tutti. E infatti la chiesa è cattolica come l’etimologia dell’aggettivo specifica. La cattolicità della chiesa è sottolineata con forza dall’aggettivo “romana”, al punto che il tradizionale, solenne messaggio, che il papa pronuncia il primo di ogni anno, è rivolto urbi et orbi, alla città e al mondo. Alla città perché Roma, da sempre, è il mondo. La storia su questo punto è chiara. Fin dal primo secolo a.C. è Diodoro Siculo, storico greco, a esplicitarlo con cristallina chiarezza: “tutto il mondo come se fosse una sola città”. La letteratura, la storiografia, la retorica pagana, nel corso dei secoli faranno eco a Diodoro e ripeteranno la stessa cosa: a Roma tutti sono a casa propria perché Roma è il mondo.

Pietro e Paolo, venuti a Roma e qui martirizzati, fondano una città perfettamente universale, che realizza appieno l’aspirazione imperiale romana: nella nuova Roma non c’è differenza fra schiavi e liberi, fra uomini e donne, fra circoncisi e incirconcisi, come ripetutamente scrive Paolo alle comunità da lui fondate. Tutti sono uno in Cristo Gesù. Nel corso del tempo in molti hanno provato a cambiare le cose sottraendo a Roma la sua universalità. Costruendo, sulle ceneri di quello romano, un nuovo potere universale.

Così è stato per Costantinopoli, la seconda Roma, così per Maometto (non è un caso che da quasi mille e cinquecento anni l’islam punti ad arrivare a Roma), così per la Francia all’epoca di Avignone, così per la Wittenberg di Lutero, così per la Francia di Napoleone (che addirittura trasforma Roma in territorio francese). I nemici della chiesa hanno sempre cercato di far diventare Roma qualcosa di diverso da quello che era. Così, grazie al risorgimento, Roma non è più stata Roma, ma una semplice capitale di uno staterello nazionale. Roma? Capitale d’Italia.

In epoca moderna il pensiero illuminato ha descritto con chiarezza quale fosse la migliore arma per attaccare e distruggere quella roccia cattolica che restava salda nonostante i tanti attacchi nemici. Quella corte romana che resisteva, unica, alla volontà di potenza della gnosi al potere. Citiamo un esempio eloquente: Federico II, despota illuminato, in una lettera a Voltaire così prefigura le tappe che avrebbero portato alla scomparsa dell’anomalia cattolica: “si penserà alla facile conquista dello stato del Papa per supplire alle spese straordinarie, e allora il pallio è nostro e la scena è finita. Tutti i potentati d’Europa non volendo riconoscere un Vicario di Gesù Cristo soggetto ad un altro Sovrano, si creeranno un patriarca ciascuno nel proprio stato”; “Così a poco a poco ognuno si allontanerà dall’unità della Chiesa, e finirà coll’avere nel suo regno una religione come una lingua a parte” (il cardinal Pecci, futuro Leone XIII, cita questo documento nella Lettera Pastorale inviata ai perugini nel 1860).

Il cardinale Burke ha ragione. Per la chiesa cattolica il nazionalismo è un pericolo mortale.

Angela Pellicciari

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Roma - Città del Vaticano

2017/11/02

Romana, cattolica e corrispondente a Dio

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

La chiesa cattolica è romana. Ed è romana perché è cattolica. Non è un giro di parole.

C’è un unico posto al mondo, una sola città, la cui storia è tanto unica da potersi identificare col mondo: Roma. Così, nel corso dei secoli, hanno creduto e ripetuto poeti, retori, storici, e, in successione, padri della chiesa, santi e papi. Così, per strano che possa sembrare, ogni primo gennaio di ogni nuovo anno, il vescovo di Roma fa una benedizione solenne alla città e al mondo: urbi et orbi. Perché fra il mondo e la città c’è un’identità perfetta.

A metà del primo secolo avanti Cristo, lo storico greco Diodoro Siculo così sintetizza la natura di Roma: “Tutto il mondo come se fosse una sola città”. Le stesse parole sono usate tre secoli dopo da un altro greco, il retore Elio Aristide, nel suo Encomio a Roma: “Tutto qui è a disposizione di tutti. Nessuno è straniero in nessun posto”; all’inizio del quinto secolo il poeta latino Rutilio Namaziano canta: “hai costruito una sola patria per popoli diversi, hai reso il mondo una città”.

Nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando Dio si immette nella storia e la trasforma dal di dentro perché vince la morte, Pietro e Paolo, le colonne, vanno a Roma. E a Roma trasformano in realtà fattuale l’aspirazione all’universalità, anzi, la pretesa di averla raggiunta, che caratterizzava la città. E così: “Non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), e ancora: “Qui non c’è più greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).

Unica è Roma, come unica è la chiesa che è per tutti, ma proprio per tutti, per incredibile e miracolosa che questa realtà possa sembrare: la cattolica, cioè universale, chiesa di Gesù Cristo. Ed è proprio questo il motivo della venuta di Pietro a Roma. Il Vangelo, la buona notizia, è diretto al mondo intero e non è relegabile nei confini di una sola nazione: “Perché tu, gente santa e popolo eletto, città sacerdotale e regale, presiedessi per la religione divina più estesamente che per il dominio terreno”, predica Leone Magno nella festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma [Sermo 82 (80), PL 54, 423]. Ancora una volta in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2008, a distanza di più di mille e cinquecento anni dal grande papa Leone, Benedetto XVI ripete: “La missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.

Tutti quelli, e sono tanti, che nel corso dei duemila anni della sua storia, hanno tentato di distruggere la Chiesa, hanno sempre provato a farlo scindendo il binomio “cattolico-romano”. E l’hanno fatto o occupando materialmente Roma (come i Savoia e i liberal-massoni al servizio delle potenze straniere che hanno voluto strappare Roma alla sua identità sottraendola al mondo e rendendola capitale di una nazione) o, come ha fatto Lutero, diffondendo odio e disprezzo verso la chiesa romana definita regno dell’anticristo e rossa puttana di Babilonia. Lutero ha provato a far diventare universale la chiesa tedesca da lui fondata ma, non riuscendo a trasformare Wittenberg in una nuova Roma, si è accontentato di fondare una chiesa nazionale. E così hanno fatto in molti.

La chiesa cattolica è romana e questa è la garanzia per tutti della sua verità. Della sua corrispondenza alla volontà di Dio.

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Pena di morte - sedia elettrica

2017/10/20

"La schizofrenia gnostica sulla pena di morte"

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

All’inizio del quinto secolo, nel primo libro de La città di Dio Agostino scrive: “L’autorità divina ha stabilito alcune eccezioni al divieto di uccidere”, “Non trasgrediscono perciò il comandamento non uccidere quelli che conducono guerre volute da Dio e, ricoprendo posti di pubblico potere, hanno condannato a morte conformemente alle leggi, cioè secondo i giusti dettami della ragione, delle persone colpevoli”.

Il Catechismo della chiesa cattolica, al numero 2266, chiarisce: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Il catechismo specifica: “La pena ha lo scopo di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Il potere temporale cristiano e la stessa Chiesa, quando ha avuto potere temporale, si sono sempre attenuti a queste indicazioni.

Negli ultimi decenni il pensiero gnostico, radicale, e liberal massonico, ha aperto un fuoco di sbarramento contro la pena di morte, che non si dovrebbe applicare mai, in nessun caso, nemmeno in presenza di crimini efferati. Curiosamente l’avversione alla pena di morte inflitta ai malfattori si è affermata parallelamente all’esaltazione della pena di morte inflitta agli innocenti: ai milioni di bambini uccisi nel seno della propria madre, e, per ora, alle migliaia ma in un futuro prossimo ai milioni di persone uccise perché vecchie o malate o disabili. L’aborto è definito e propagandato come scelta di libertà e diritto umano, mentre la morte applicata ai malati e alle persone in difficoltà viene detta “buona”, “dolce”: eutanasia, per l’appunto. In definitiva una specie di morte tutta particolare che, in fondo, non sarebbe una morte.

L’alleanza con la morte che il pensiero dominante impone e vuole ratificato per legge si accompagna all’orrore per la morte inflitta ai colpevoli dei più gravi reati. Come spiegare una simile schizofrenia?

L’istituzione che genera, protegge e tutela - anche se, purtroppo, non sempre - la vita in tutte le sue fasi è la famiglia. In particolare è la famiglia che protegge la vita dei neonati, dei bambini e degli adolescenti. La vita di quanti sono il bersaglio privilegiato degli “orchi” che purtroppo esistono e non sono pochi.

Un violento attacco alla famiglia è sempre stato caratteristico del mondo gnostico, ma lo è in modo particolare del mondo gnostico sviluppatosi a partire dalla rivoluzione luterana, trionfante ovunque grazie alla dottrina dei “lumi”.

E’ possibile che all’origine dell’opposta valutazione della morte (buona per gli innocenti, cattiva per i colpevoli) ci sia, anche, il desiderio degli orchi di sfuggire alle dure condanne in cui potrebbero incorrere? E’ possibile che si voglia smantellare la difesa dell’ordine pubblico e della “sicurezza delle persone” a partire dall’eliminazione del massimo deterrente (per estremo e terribile che possa essere) agli orrendi reati a sfondo sessuale?

Angela Pellicciari

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Catalogna

2017/10/05

"Stato nazionale: un diritto naturale?"

La vicenda dell’unificazione italiana durante l’Ottocento può aiutarci a capire cosa sta succedendo oggi in Spagna? Forse. Qualche considerazione: l’anima del risorgimento è la massoneria, un’istituzione dal carattere internazionale, che si serve del mito del nazionalismo per scompaginare l’esistente privandolo della sua forza. L’unica istituzione che contrasta le mire egemoniche della massoneria è la chiesa cattolica, ergo la chiesa va distrutta, Roma espugnata, lo stato pontificio eliminato. Roma è da sempre caput mundi? Roma deve diventare caput Italiae.

Il nazionalismo in Italia è merce di importazione. In ordine cronologico sono Napoleone, Palmerston e Murat a spiegarci che la nostra nazione doveva risorgere dalla schiavitù in cui da tanto tempo giaceva (da quando era cattolica). La più convinta paladina del diritto agli stati nazionali durante l’Ottocento è l’Inghilterra, massima potenza coloniale. Il mondo liberale impone il diritto alla nazionalità ai soli stati cattolici: è nel nome del nazionalismo che gli Stati Uniti sostituiscono la Spagna nel controllo degli stati latino-americani appena liberati (la famosa teoria della “America agli americani” sostenuta nel 1823 dal presidente Monroe); è nel nome della libertà e dell’indipendenza che si persegue l’allontanamento dell’Austria dalla penisola italiana; è ancora nel nome della libertà e dell’indipendenza che verrà imposto –questa volta ad opera principalmente della Francia- il dissolvimento dell’impero austro-ungarico. Per contrastare la propaganda liberale, per fare un minimo di chiarezza sull’uso delle parole e sul loro significato, nel 1846 il gesuita Luigi Taparelli D’Azeglio (fratello di Massimo e Roberto che, pur di differenziarsi dagli “illuminati” e ingombranti fratelli, aggiunge il cognome materno a quello paterno) scrive un piccolo testo molto chiaro: Nota sulla nazionalità.

A fronte della semplicità del ragionamento dello storico massone Giuseppe La Farina (1815-1863) che nella sua Storia d’Italia scrive: “il principio e la fonte di ogni diritto è il diritto naturale, del quale è parte essenziale il diritto nazionale”, “L’unità nazionale è la rivendica di un diritto naturale, e ciò che la natura ordinò dovere osservare”, Taparelli si domanda: il diritto agli stati nazionali è davvero basato sul diritto naturale? Si può invocare il principio della nazionalità in modo assoluto, a prescindere da qualsiasi altro tipo di considerazione? Si può parlare di schiavitù a proposito di qualsiasi governo sovranazionale?

No, è la risposta. Non si può invocare il diritto alla nazionalità prescindendo dalla giustizia e dal diritto: “Il vero, il supremo tornaconto de’ popoli come degl’individui, è sempre l’osservanza del dritto dell’ordine”; “la società non viene a rendersi schiava con l’obbedire a principe straniero, finché questo la ordina a bene sociale di lei, conservandole l’essere suo, la sua lingua, le sue istituzioni ec. Giacché il vero schiavo […] egli è un uomo ordinato nell’essere suo al bene d’altro uomo, un uomo immolato al suo simile; onde una nazione ordinata al bene suo proprio non è schiava: schiava sarebbe se si ordinasse al bene privato del suo solo principe, ovvero al ben di popolo straniero”.

“Contingente, sì, è nella sua applicazione il vocabolo Nazione, giacché chi non vede essere oggidì le Nazioni tutt’altre da quelle che furono? E chi assicura che non saranno fra un secolo tutte altre da quelle che or sono?”; “Tutto è contingenza, tutto eventualità nell’applicazione concreta dell’idea Nazione: toglietene la costante l’invariabile norma del dritto, e ridurrete ogni ordine pubblico a barcollare perpetuamente sopra l’onde burrascose delle vicende”. Oggi in Catalogna una minoranza di cittadini vuole la repubblica. Una minoranza violenta che esplicitamente si rifà al comunismo e alla repubblica spagnola del 1936, con l’odio per la chiesa che li caratterizza. Una minoranza che per imporsi usa una bandiera: indipendenza nazionale. Diritto all’autodeterminazione. Questa storia l’abbiamo già vissuta.

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Tenda Porto San Giorgio

2017/09/14

"Una settimana senza soldi e senza cellulare per annunciare l’amore di Dio"

(da "La Verità")

Come si annuncia la buona notizia? Come ha voluto Gesù: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,9-10). Solo in questo modo, cioè solo mettendo a disposizione la loro vita, i discepoli sono credibili. Si è chiuso martedì 12 il periodo di circa tre mesi in cui 13.000 fra uomini, donne, preti, seminaristi, giovani e meno giovani, appartenenti al Cammino neocatecumenale, hanno annunciato in tutte le nazioni in cui sono presenti che Gesù ha vinto la morte e ci ama. In una parola hanno annunciato il Vangelo, la buona notizia. Sono stati inviati due a due (maschi e femmine separati), dopo che le coppie sono state estratte a sorte, come a sorte è stata estratta la località di missione, senza soldi, senza cellulare, senza niente. Avevano solo la Bibbia, il salterio, il rosario, il crocifisso e il biglietto di andata e ritorno per il posto della missione. E’ quasi incredibile ma tutti, dico tutti, anche quelli che hanno dormito sempre all’aperto racimolando qualcosa per sopravvivere (anche le briciole date alle oche nei parchi, come è successo a Gabriel a Tudela del Duero), tutti sono tornati dopo una settimana contenti. Una settimana, questa infatti era la durata della missione. Andando per strada, nei parchi, nei bar, nei centri commerciali, si incontrano persone di ogni tipo. E spesso succedono fatti singolari, per non dire miracolosi, per non dire incontri che Dio ha espressamente previsto, permesso e voluto. Così racconta Cletha, 50 anni, indiana, in missione a Hubli: “abbiamo incontrato una ragazza che sembrava sconvolta, le abbiamo annunciato la vittoria di Cristo sulla morte, è scoppiata a piangere e ci ha consegnato dei soldi che aveva in borsa: le servivano per acquistare veleno per farla finita (di casi del genere, di persone che stavano per uccidersi, ne sono stare incontrate parecchie). La chiesa, corpo di Cristo, somiglia al suo Signore: è splendida. E quando si vede, quando si intravede lo splendore della chiesa, si resta stupefatti. Qualche testimonianza fra quelle che, al ritorno, ho avuto modo di ascoltare:

“Sono Francesca, 44 anni, di Verona, avvocato, sposata con Andrea. Da 4 anni, dopo aver lasciato tutto, siamo catechisti itineranti in Kenya e Tanzania. Io sono stata inviata insieme ad una sorella tanzana, Eva, nella città di Arusha, nel nord. Questa missione è stata per me umanamente una follia (due donne, sole, senza soldi, cellulare, vestiti di ricambio, senza sapere dove dormire, come muoversi… in Africa!), ma una "follia" benedetta da Dio. Sono partita piena di timore, sentendomi impreparata ed incapace di affrontare la realtà africana senza mio marito, ma nella precarietà e povertà dell'ospitalità che abbiamo ricevuto, in una parrocchia della periferia con strade polverose e piene di immondizia, dormendo in una stanza con un solo letto per entrambe, con un bagno senza porta, senza doccia e con poca acqua, ho sperimentato una gioia, una pace, una felicità enorme, un'intimità con Cristo mai vissuta così intensamente: stare con Dio non solo basta, ma appaga ogni desiderio. Pur nel disagio, nella difficoltà di parlare la lingua swahili, in alcuni casi anche nell'umiliazione del rifiuto, annunciare la Buona Notizia e l'amore di Dio mi rallegrava profondamente. Le persone erano molto colpite dalla nostra esperienza personale, soprattutto quella di Eva, anche lei moglie senza figli (maledizione grandissima e sofferenza insuperabile per la cultura africana): il vescovo, nel lungo incontro che abbiamo avuto con lui, le ha chiesto più volte se davvero credesse che questa sua croce fosse redenta e, ancora più stupito, le ha domandato se suo marito fosse rimasto con lei! Lui e molti parroci si sono meravigliati del tipo di missione che stavamo facendo, increduli per il fatto che eravamo davvero partite senza nulla e (curiosamente) stupefatti per il nostro annunciare la buona notizia per le strade a tutti: cristiani cattolici, non cattolici, musulmani. In sintesi: in un luogo che io non avrei mai scelto ed in condizioni certamente non confortevoli, una settimana in perfetta letizia, in cui si è manifestata tangibilmente la Provvidenza”.

“Mi chiamo Elia, ho 32 anni, sono sacerdote della Diocesi di Roma. Sono stato inviato ad Ancarano, un paesino in provincia di Ascoli Piceno. Sono tornato da questa esperienza rinnovato nell’anima perché io, che sono un ragazzo attento all’aspetto esteriore, ho sperimentato la precarietà di dormire 5 notti all’aperto senza potermi mai lavare e digiunando molte volte. In tre occasioni mentre dormivamo sono venuti dei ragazzi a deriderci e a scattarci delle foto. Per me è stato molto umiliante soprattutto nell’ultima notte quando volevano rubarmi le scarpe. In quel momento, quando sono andati via questi ragazzi, ho avuto un combattimento interiore molto forte, nel quale stavo per maledire questa esperienza, ma ho sentito forte la presenza di Cristo che mi diceva “Sono con Te”. Questo ha fatto scendere la pace nel mio cuore e mi sono addormentato. Prima di andarcene abbiamo saputo che il luogo dove abbiamo dormito era un giardino appartenente ad un istituto di suore che, una volta abbandonato, è diventato luogo di riti satanici. Per questo motivo credo sia stata provvidenziale la presenza di Cristo attraverso due semplici missionari che hanno offerto scomodità per questo paese”.

“Sono Sara, 42 anni, giornalista. Sono stata in un paesino dell'appennino abruzzese. Abbiamo annunciato l'amore di Dio e la vittoria di Cristo sulla morte per strada, nelle case, al bar, vedendo accendersi la speranza negli occhi di coloro che ascoltavano. Il Signore ci ha accompagnato e, anche se il parroco non ci ha accolto, non ci è mancato il cibo e abbiamo dormito tutte le notti sul pavimento di una sala che ci è stata offerta. La gente era stupita della nostra totale precarietà, disposte a rischiare, scomode, eppure nella gioia. Alla fine sembrava che non volessero più lasciar andar via "le missionarie". “Sono Armando, 38 anni, presbitero itinerante. Sono stato inviato a Milano, in centro. Nessuno ci ha accolti (ad eccezione di un presbitero ortodosso, che ci ha offerto una cena), nessun parroco ci ha ospitati né tantomeno le pochissime persone che ci hanno ascoltato: nessuno credeva che fossi un prete cattolico. Ho dormito per strada con i barboni e sono stati loro ad ascoltare la buona notizia e a provvedere per il cibo e qualche cartone per dormire. “Ai poveri è annunciata la buona notizia”: ho sperimentato che Dio c'è e che i poveri sono quelli che lo accolgono”.

“Sono Lucio, 69 anni, 8 figli, itinerante. Sono stato inviato a Genova dove ci hanno accolto solo i barboni della stazione: uno di loro ci ha accompagnati a dormire insieme a lui e ad altri 8 al pronto soccorso dell'ospedale. Abbiamo avuto la grazia di annunciare alle prostitute la buona notizia ricordando quanto ha detto Gesù: “le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”. Tutte hanno ascoltato il Vangelo poi tutte hanno baciato il crocifisso”.

“Sono Denis, 35 anni, sono prete dello Zambia inviato a Lusaka. Abbiamo incontrato un ubriaco che ci si è avvicinato chiedendo aiuto. Diceva di non volere soldi, ma “una parola”. Gli ho detto che Dio lo amava e quell’uomo ha cominciato a piangere come un bambino: era un prete cattolico la cui vita, da quando era stato scomunicato, si era trasformata in un inferno”. È la forza morale dei cristiani, quella che rende uomini e donne di ogni ceto e di ogni età capaci di rischiare e di mettere in gioco la propria vita, che ha dato forma e vita a quello che si chiama occidente. E che l’occidente, oggi letteralmente a pezzi, ha rifiutato. In quest’Italia stanca, senza guida, senza morale e senza figli, con gente che viene da altri mondi sparsa un po’ dappertutto senza alcuna possibilità di essere integrata nel tessuto sociale e culturale locale, questi missionari sono una speranza. Sono La speranza.

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Karl Marx

2017/08/23

Le élite ci hanno ridotto a colonie, un crimine di cui sarà chiesto conto

Si incentiva l'immigrazione musulmana perchè si vuole distruggere la cultura cattolica

(da "La Verità")

Nel 1844 Marx iniziava i suoi Manoscritti economico filosofici con una domanda seria: come mai le quantità di merci prodotte non fanno che aumentare mentre la popolazione diventa sempre più povera? Invece di rispondere, lui ebreo, nell’unico modo possibile, e cioè perché l’uomo, avendo ripudiato Dio, si è abituato a trattare i poveri come bestie per produrre ricchezza, Marx si è inventato una risposta gnostica grazie alla quale, riscrivendo il DNA della natura umana, presumeva di risolvere i problemi della società liberale: la causa della palese contraddizione di una ricchezza sempre maggiore cui corrispondeva una povertà sempre più generalizzata, l’origine di tanta ingiustizia, andava individuata nella proprietà privata dei mezzi di produzione. Col risultato di trasformare in despoti satanici quanti hanno guidato il processo di spogliazione dell’uomo di tutto quello che ha di più caro, e lo hanno fatto, per di più, in nome della giustizia e della libertà.

Qualcosa di simile accade anche oggi. Oggi come allora siamo spettatori di una gigantesca contraddizione: come mai da decenni le nostre autorità politiche, europee e nazionali, non fanno che incentivare l’immigrazione di popolazioni in prevalenza musulmane, immigrazione per cui vengono spese cifre astronomiche mentre viene abbandonata a sé stessa la nostra popolazione povera? Le persone più avvertite danno a questo interrogativo una risposta che in realtà pone una seconda domanda: perché abbiamo bisogno di manodopera, di persone che paghino le nostre pensioni, rispondono, dal momento che la popolazione europea ha smesso di mettere al mondo figli.

Ma se il problema è davvero questo, se le cose stanno così, se il punto è che non facciamo più figli, come mai allora, e questa è la domanda, la nostra classe dirigente, tutti i mezzi di comunicazione di massa, televisioni e film, e adesso anche le scuole, non fanno che pubblicizzare come diritto di civiltà uno stile di vita che promuove la dissoluzione della famiglia e, quindi, la decrescita della popolazione?

Nel 1884 Leone XIII scriveva nell’Humanum genus: “poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto”. Al di là delle interessanti e articolate risposte al dramma cui stiamo assistendo, dramma che, se non interrotto, condurrà la popolazione italiana alla guerra civile, una guerra fra poveri, e alla completa dissoluzione della nostra bimillenaria, splendida, cultura e identità, la risposta vera non può che essere una: perché le élites illuminate che ci dominano e ci hanno ridotto a colonia, disprezzano, anzi odiano, la cultura cattolica, ponendo in atto ogni mezzo per distruggerla.

Certo, di questo crimine sarà chiesto conto a quanti l’hanno promosso, come sarà chiesto conto ai politici che si sono girati dall’altra parte facendo finta di niente. Sarà chiesto conto però anche a noi e alla nostra spensierata quanto cieca e supina acquiescenza.

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