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Santa Sede e Cina, il precedente di Pio VII

2018/02/10

Santa Sede e Cina, il precedente di Pio VII

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

La storia della Chiesa è complessa. Ma per capire quanto sta accadendo oggi tra Santa Sede e Cina conviene tener presente cosa è successo fra Santa Sede e Francia, la Francia rivoluzionaria, alla fine del diciottesimo secolo.

Don Margotti, il prete storico-giornalista amico di Pio IX che, con passione per la verità, per la nostra religione e civiltà, documenta punto per punto la violenta immoralità che si è imposta in Italia nel nome del Risorgimento, così sintetizza le macerie prodotte dalla Francia giacobina: cinquantamila fra chiese e cappelle distrutte, abbattute dodicimila fra badie, conventi, abazie, priorati, saccheggiati e incendiati ventimila castelli.

Le pietre non soffrono: il trattamento riservato a uomini e donne in nome della libertà è passato però come un macigno sul corpo e sulla vita di centinaia di migliaia di persone, stritolando ed annientando tutto. Una tragedia. Di quelle che lasciano senza respiro. Attoniti.

In questa situazione, a violenza anticattolica momentaneamente finita, Napoleone, prima di iniziare un altro tipo di violenza per la conquista dell’Europa, ha bisogno del popolo francese unito sotto il suo comando. Ha bisogno di fare pace con la Francia cattolica. Ha quindi bisogno del papa cui impone la firma di un concordato scandaloso. E’ il 1801 e Pio VII, in cambio del culto cattolico nuovamente permesso, in cambio del versamento di una congrua in simbolico risarcimento dei possedimenti ecclesiastici confiscati, accetta di sostituire tutti i vescovi, compresi quelli che avevano eroicamente resistito all’oppressione giacobina affrontando concretissimi rischi di morte, persecuzioni e carcere («Sua Santità riferirà ai titolari delle sedi vescovili francesi che, con fiducia, si attende da loro per la pace e l’unità, qualunque tipo di sacrificio, compreso quello della propria sede», art. 3), e accetta che i nuovi vescovi siano nominati dal Primo Console cui sono anche tenuti a prestare giuramento di fedeltà («Giuro e prometto a Dio sui santi vangeli di prestare obbedienza e fedeltà al governo incaricato dalla costituzione della Repubblica Francese. Prometto anche di non avere connivenze, assistere a consigli o intrattenere rapporti, sia direttamente che indirettamente contrari all’ordine pubblico; prometto anche che qualora venissi a sapere che nella mia diocesi o altrove si stesse tramando contro lo Stato, informerò il Governo», art. 6).

Nel 1804 si ricomincia. Pio VII è costretto alla farsa di assistere all’autoincoronazione di Napoleone imperatore, due anni dopo il potere temporale è dichiarato decaduto, il papa imprigionato, Roma trasformata in provincia francese.

Le intenzioni di papa Chiaramonti erano ovviamente le migliori. Bisognava riportare un minimo di pace nella Francia sconvolta dal terrore e bisognava difendere i cattolici francesi permettendo loro di praticare liberamente la propria fede. In nome del male minore, in nome dell’adesione al principio di realtà, sono stati accettati non tanto grandi compromessi, quanto grandi ingiustizie.

Ci si può domandare se sia servito.

Al riguardo non sarà male ricordare come all’indomita forza morale, alla fede da gigante e all’assenza di qualsiasi compromesso col comunismo che hanno caratterizzato l’operato di Karol Wojtyla, sia seguito lo scioglimento come neve al sole del primo impero comunista della storia: quello dell’Unione Sovietica.

Angela Pellicciari

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Cavour

2017/12/20

Cavour e Renzi, anticattolici nel nome della Chiesa

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Era il 6 giugno 1861, festa del Corpus Domini. Cosa è successo quel giorno? E’ successo che l’onnipotente Cavour, cinquantunenne, efficientissimo e potentissimo realizzatore dell’unità politica italiana sotto i Savoia, in perfetta salute, è stato accompagnato al cimitero. Un articolo della Civiltà Cattolica, la splendida rivista dei gesuiti molto diversa da quella di oggi, scriveva: ha proibito la processione del Corpus Domini ma la processione, mesta quanto solenne, la fanno lo stesso: per lui; per accompagnarlo al campo santo.

Poco più di due mesi e mezzo sono stati concessi a Cavour per assaporare il suo trionfo. Ma, nonostante il poco tempo, l’uomo Cavour ha lasciato il segno. Dopo di lui l’Italia non è stata più la stessa: lotta forsennata alla Chiesa cattolica, fatta nel nome della Chiesa cattolica (così imponeva il primo articolo dello Statuto che dichiarava la religione cattolica unica religione di Stato). Abolizione per legge di tutti gli ordini religiosi, esproprio di tutte le opere pie, diocesi lasciate senza vescovo, vescovi e preti incarcerati. La popolazione italiana per la prima volta nella sua storia ridotta alla miseria. All’epoca di Cavour a regnare sovrana e incontrastata era la menzogna. Menzogna di uno Stato ufficialmente cattolico che dilapidava, disprezzandolo, mille e cinquecento anni di inestimabile patrimonio cattolico nazionale.

Da tempo, pensando al baldanzoso Renzi, salta all'occhio il paragone con Cavour. Renzi, il giovanissimo presidente del Consiglio che pronunciava il suo primo discorso in Senato con le mani in tasca. Renzi? Cattolico, boy scout, padre di tre figli, che va a messa e si fa riprendere mentre ci va. Renzi studioso e ammiratore di La Pira, il cattolico sindaco di Firenze in odore di santità. Renzi? Uno di noi. Questo Renzi, crollato dopo tre anni di governo alla prova referendaria da lui spavaldamente voluta e personalizzata (après moi le déluge), Renzi che si inabissa sempre più quanto più affannosamente tenta di rimanere a galla, non fa che ripeterlo: il mio governo ha il merito di aver sposato la causa dei diritti civili. Era ora. Anche nell’Italia un tempo cattolica ("grazie a me") è arrivato il progresso. Il progresso luminoso di sostituirsi a Dio nella definizione di bene e male.

Diritti civili: c’è un espressione più perfetta, semplice, morigerata e insieme lusinghiera di questa? Allo scadere del tempo, alla fine della legislatura, sfruttando senza scrupoli un autogol del papa, il governo Gentiloni, figlio di Renzi, ha portato a casa un altro risultato. Risultato che alcuni da noi, moltissimi all’estero, aspettavano con ansia: il diritto a morire. Il dovere per i medici di infrangere il giuramento di Ippocrate e di farlo senza poter nemmeno invocare l’obiezione di coscienza. Oggi, sui principali giornali, mentre anche la sua immagine è in caduta libera, campeggiava una foto della bella ed elegante ministra Boschi. Era a Firenze per celebrare, entusiasta, l’unione fra due suoi amici uomini che si vogliono bene.

Nonostante tutta l’ostentazione messa nella difesa dei diritti di civiltà (e questo in Italia e a Roma dove finora non erano riusciti a passare) le scelte del governo non sembrano premiare il giglio magico che le ha promosse. Il cattolico Renzi e la cattolica Boschi (catechista, partecipante alle Giornate Mondiali della Gioventù), hanno del tutto perso il loro appeal. Verrà mai in mente a qualcuno che, dopotutto, c’è una giustizia in cielo?

Angela Pellicciari

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Eugenio Scalfari

2017/12/12

Padre nostro, la versione di Scalfari

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

In un lontano domenicale del 1996, il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari si esercitava in una lunga disquisizione sul Padre Nostro: “Padre Nostro, dove stai?”. Come mai un laico a tutto tondo, anzi, il pontefice massimo della cultura laica italiana, aveva scelto un simile soggetto? Per stanchezza. Perché era stufo di doversi confrontare coi fatti e i personaggi della squallida politica nostrana. Basta. Basta, nell’ordine, coi Dini, i D’Alema, i Fini e i Berlusconi. Meglio, molto meglio, occuparsi della preghiera che “tocca i credenti fin nelle più intime fibre e suggerisce ai non credenti attenzione e rispetto”.

Le vene ai polsi del direttore Scalfari non tremavano e così, nell’incipit, a commento delle sei parole iniziali della preghiera (“Padre nostro che sei nei cieli”), il direttore-vate chiosava: “Quelle sei parole sono il condensato di tutta la civiltà ebraica-cristiana-islamica”. Forse nel frattempo qualcuno gli avrà pure chiarito come per l’islam sia pura aberrazione riferirsi ad Allah come ad un padre, ma tant’è. Quisquiglie, si dirà. E di lì giù a ridisegnare, smontandoli uno dopo l’altro, i versetti del Padre Nostro. La saggezza, la pacatezza, la disanima puntuale tipici della prosa (un pochino tronfia?) del direttore di Repubblica, servivano a Scalfari per affermare: “Sperare che ci salvi un Padre che sta nei cieli è una fuga. Qui e ora, questo è un compito che spetta interamente a noi”. I cieli, la modernità lo sa, non hanno padre. La legge ce la diamo da soli e la differenza fra bene e male siamo noi a stabilirla nella profondità della nostra libera coscienza: “Nel loro profondo essi –gli uomini moderni- pensano che i cieli siano vuoti, che il Padre sia morto e che comunque da Lui non sia mai venuto alcun comandamento. Essi pensano nel profondo che la moralità non sia accettazione di una legge ma scelta responsabile e autonoma, tanto più vincolante in quanto libera e liberata dall’aspettazione di premi e di castighi”.

I cieli sono vuoti ma, e Scalfari lo sa bene, la modernità nonostante tutto non è cattiva. Noi d’istinto rifiutiamo la condanna del peccatore perché “Bene e Male sono soltanto parole” e “per rimettere i debiti non c’è bisogno del Padre, né si debbono rimettere affinché il Padre a sua volta rimetta i nostri”. L’unica cosa che conta è l’amore: “Ama il prossimo come te stesso”, “Lì è il fondamento della carità, lì è la via dell’Amore al di sopra sia della fede che della saggezza. L’Amore è la riscoperta dell’Altro, del Prossimo, della Specie cui apparteniamo, della Vita nella sua finitezza preziosa che dà luce nell’atto stesso in cui si consuma e che non ha alternative al di fuori del consumarsi per far luce al Prossimo e a se stessi”. Amen.

Il domenicale di Scalfari del 21 gennaio 1996 muoveva da uno spunto offertogli da un’informazione riservata: una commissione di vescovi stava preparando una nuova versione del Padre Nostro “per adattarlo - si dice - ai mutamenti della modernità”. Nella nuova versione i vescovi (la memoria non ci consente di chiarire quali e l’articolo non ci aiuta) “propongono una modifica importante nel testo della preghiera: non più il ‘non indurci in tentazione’ bensì ‘non abbandonarci alla tentazione’”. Perché se è vero, come è vero, che nei cieli non c’è nessun padre, questo padre è buono, nel senso che non condanna nessuno né tanto meno induce nessuno in tentazione (“Sta all’uomo e a lui soltanto essere il tentatore di se stesso e scegliere sotto la sua responsabilità se sperimentare la tentazione o respingerla”).

Al di là delle questioni grammaticali, questa è la verità di Scalfari. Ma Scalfari, si sa, è la persona che molto ha fatto per scardinare dal cuore degli italiani la verità cattolica.

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Card. Burke

2017/12/11

La chiesa non è nazionalista

Sul Giornale del primo dicembre il cardinal Burke, descrivendo l’attuale situazione della chiesa, diceva: “per me la confusione è preoccupante. Mi pare quasi che la Chiesa stia diventando un insieme di Chiese nazionali. Paesi confinanti hanno posizioni opposte persino sui sacramenti”.

Per quasi due millenni si è molto insistito sulla caratteristica “romana” della chiesa cattolica. La motivazione è proprio il rischio, serissimo per la comunità dei fedeli, che all’interno del corpo di Cristo che è la chiesa, si insinui il veleno nazionalista. Cristo è venuto per tutti. E infatti la chiesa è cattolica come l’etimologia dell’aggettivo specifica. La cattolicità della chiesa è sottolineata con forza dall’aggettivo “romana”, al punto che il tradizionale, solenne messaggio, che il papa pronuncia il primo di ogni anno, è rivolto urbi et orbi, alla città e al mondo. Alla città perché Roma, da sempre, è il mondo. La storia su questo punto è chiara. Fin dal primo secolo a.C. è Diodoro Siculo, storico greco, a esplicitarlo con cristallina chiarezza: “tutto il mondo come se fosse una sola città”. La letteratura, la storiografia, la retorica pagana, nel corso dei secoli faranno eco a Diodoro e ripeteranno la stessa cosa: a Roma tutti sono a casa propria perché Roma è il mondo.

Pietro e Paolo, venuti a Roma e qui martirizzati, fondano una città perfettamente universale, che realizza appieno l’aspirazione imperiale romana: nella nuova Roma non c’è differenza fra schiavi e liberi, fra uomini e donne, fra circoncisi e incirconcisi, come ripetutamente scrive Paolo alle comunità da lui fondate. Tutti sono uno in Cristo Gesù. Nel corso del tempo in molti hanno provato a cambiare le cose sottraendo a Roma la sua universalità. Costruendo, sulle ceneri di quello romano, un nuovo potere universale.

Così è stato per Costantinopoli, la seconda Roma, così per Maometto (non è un caso che da quasi mille e cinquecento anni l’islam punti ad arrivare a Roma), così per la Francia all’epoca di Avignone, così per la Wittenberg di Lutero, così per la Francia di Napoleone (che addirittura trasforma Roma in territorio francese). I nemici della chiesa hanno sempre cercato di far diventare Roma qualcosa di diverso da quello che era. Così, grazie al risorgimento, Roma non è più stata Roma, ma una semplice capitale di uno staterello nazionale. Roma? Capitale d’Italia.

In epoca moderna il pensiero illuminato ha descritto con chiarezza quale fosse la migliore arma per attaccare e distruggere quella roccia cattolica che restava salda nonostante i tanti attacchi nemici. Quella corte romana che resisteva, unica, alla volontà di potenza della gnosi al potere. Citiamo un esempio eloquente: Federico II, despota illuminato, in una lettera a Voltaire così prefigura le tappe che avrebbero portato alla scomparsa dell’anomalia cattolica: “si penserà alla facile conquista dello stato del Papa per supplire alle spese straordinarie, e allora il pallio è nostro e la scena è finita. Tutti i potentati d’Europa non volendo riconoscere un Vicario di Gesù Cristo soggetto ad un altro Sovrano, si creeranno un patriarca ciascuno nel proprio stato”; “Così a poco a poco ognuno si allontanerà dall’unità della Chiesa, e finirà coll’avere nel suo regno una religione come una lingua a parte” (il cardinal Pecci, futuro Leone XIII, cita questo documento nella Lettera Pastorale inviata ai perugini nel 1860).

Il cardinale Burke ha ragione. Per la chiesa cattolica il nazionalismo è un pericolo mortale.

Angela Pellicciari

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Roma - Città del Vaticano

2017/11/02

Romana, cattolica e corrispondente a Dio

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

La chiesa cattolica è romana. Ed è romana perché è cattolica. Non è un giro di parole.

C’è un unico posto al mondo, una sola città, la cui storia è tanto unica da potersi identificare col mondo: Roma. Così, nel corso dei secoli, hanno creduto e ripetuto poeti, retori, storici, e, in successione, padri della chiesa, santi e papi. Così, per strano che possa sembrare, ogni primo gennaio di ogni nuovo anno, il vescovo di Roma fa una benedizione solenne alla città e al mondo: urbi et orbi. Perché fra il mondo e la città c’è un’identità perfetta.

A metà del primo secolo avanti Cristo, lo storico greco Diodoro Siculo così sintetizza la natura di Roma: “Tutto il mondo come se fosse una sola città”. Le stesse parole sono usate tre secoli dopo da un altro greco, il retore Elio Aristide, nel suo Encomio a Roma: “Tutto qui è a disposizione di tutti. Nessuno è straniero in nessun posto”; all’inizio del quinto secolo il poeta latino Rutilio Namaziano canta: “hai costruito una sola patria per popoli diversi, hai reso il mondo una città”.

Nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando Dio si immette nella storia e la trasforma dal di dentro perché vince la morte, Pietro e Paolo, le colonne, vanno a Roma. E a Roma trasformano in realtà fattuale l’aspirazione all’universalità, anzi, la pretesa di averla raggiunta, che caratterizzava la città. E così: “Non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), e ancora: “Qui non c’è più greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).

Unica è Roma, come unica è la chiesa che è per tutti, ma proprio per tutti, per incredibile e miracolosa che questa realtà possa sembrare: la cattolica, cioè universale, chiesa di Gesù Cristo. Ed è proprio questo il motivo della venuta di Pietro a Roma. Il Vangelo, la buona notizia, è diretto al mondo intero e non è relegabile nei confini di una sola nazione: “Perché tu, gente santa e popolo eletto, città sacerdotale e regale, presiedessi per la religione divina più estesamente che per il dominio terreno”, predica Leone Magno nella festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma [Sermo 82 (80), PL 54, 423]. Ancora una volta in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2008, a distanza di più di mille e cinquecento anni dal grande papa Leone, Benedetto XVI ripete: “La missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.

Tutti quelli, e sono tanti, che nel corso dei duemila anni della sua storia, hanno tentato di distruggere la Chiesa, hanno sempre provato a farlo scindendo il binomio “cattolico-romano”. E l’hanno fatto o occupando materialmente Roma (come i Savoia e i liberal-massoni al servizio delle potenze straniere che hanno voluto strappare Roma alla sua identità sottraendola al mondo e rendendola capitale di una nazione) o, come ha fatto Lutero, diffondendo odio e disprezzo verso la chiesa romana definita regno dell’anticristo e rossa puttana di Babilonia. Lutero ha provato a far diventare universale la chiesa tedesca da lui fondata ma, non riuscendo a trasformare Wittenberg in una nuova Roma, si è accontentato di fondare una chiesa nazionale. E così hanno fatto in molti.

La chiesa cattolica è romana e questa è la garanzia per tutti della sua verità. Della sua corrispondenza alla volontà di Dio.

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Pena di morte - sedia elettrica

2017/10/20

"La schizofrenia gnostica sulla pena di morte"

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

All’inizio del quinto secolo, nel primo libro de La città di Dio Agostino scrive: “L’autorità divina ha stabilito alcune eccezioni al divieto di uccidere”, “Non trasgrediscono perciò il comandamento non uccidere quelli che conducono guerre volute da Dio e, ricoprendo posti di pubblico potere, hanno condannato a morte conformemente alle leggi, cioè secondo i giusti dettami della ragione, delle persone colpevoli”.

Il Catechismo della chiesa cattolica, al numero 2266, chiarisce: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Il catechismo specifica: “La pena ha lo scopo di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Il potere temporale cristiano e la stessa Chiesa, quando ha avuto potere temporale, si sono sempre attenuti a queste indicazioni.

Negli ultimi decenni il pensiero gnostico, radicale, e liberal massonico, ha aperto un fuoco di sbarramento contro la pena di morte, che non si dovrebbe applicare mai, in nessun caso, nemmeno in presenza di crimini efferati. Curiosamente l’avversione alla pena di morte inflitta ai malfattori si è affermata parallelamente all’esaltazione della pena di morte inflitta agli innocenti: ai milioni di bambini uccisi nel seno della propria madre, e, per ora, alle migliaia ma in un futuro prossimo ai milioni di persone uccise perché vecchie o malate o disabili. L’aborto è definito e propagandato come scelta di libertà e diritto umano, mentre la morte applicata ai malati e alle persone in difficoltà viene detta “buona”, “dolce”: eutanasia, per l’appunto. In definitiva una specie di morte tutta particolare che, in fondo, non sarebbe una morte.

L’alleanza con la morte che il pensiero dominante impone e vuole ratificato per legge si accompagna all’orrore per la morte inflitta ai colpevoli dei più gravi reati. Come spiegare una simile schizofrenia?

L’istituzione che genera, protegge e tutela - anche se, purtroppo, non sempre - la vita in tutte le sue fasi è la famiglia. In particolare è la famiglia che protegge la vita dei neonati, dei bambini e degli adolescenti. La vita di quanti sono il bersaglio privilegiato degli “orchi” che purtroppo esistono e non sono pochi.

Un violento attacco alla famiglia è sempre stato caratteristico del mondo gnostico, ma lo è in modo particolare del mondo gnostico sviluppatosi a partire dalla rivoluzione luterana, trionfante ovunque grazie alla dottrina dei “lumi”.

E’ possibile che all’origine dell’opposta valutazione della morte (buona per gli innocenti, cattiva per i colpevoli) ci sia, anche, il desiderio degli orchi di sfuggire alle dure condanne in cui potrebbero incorrere? E’ possibile che si voglia smantellare la difesa dell’ordine pubblico e della “sicurezza delle persone” a partire dall’eliminazione del massimo deterrente (per estremo e terribile che possa essere) agli orrendi reati a sfondo sessuale?

Angela Pellicciari

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