Garibaldi a Napoli

2018/11/16

Come Garibaldi a Napoli nel 1860

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

“Aiutare le donne economicamente significa diminuire la loro libertà ad abortire”, questa la sintesi efficace della posizione delle femministe di Alessandria espressa dal presidente del Consiglio comunale, Emanuele Locci, primo firmatario di una mozione pro-vita.

Centocinquantotto anni fà succedeva qualcosa di simile. Alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia, a Napoli, era arrivata la dittatura del libertador Giuseppe Garibaldi che nella sua vita, è vero, aveva fatto anche il commerciante di schiavi (da Canton al Perù), ma che in Italia meridionale si è riscattato facendo crollare un regno marcio, fondato sulla barbarie cattolica. Conquistata la capitale senza colpo ferire perché il giovane ed inesperto re Francesco II di Borbone segue il consiglio del suo ministro dell’interno Liborio Romano (massone colluso con Garibaldi) di lasciare Napoli senza combattere per risparmiarne la distruzione - tanto il tempo gli avrebbe dato ragione -, il nuovo governo garibaldino, dittatoriale in nome della libertà, si mette all’opera per diffondere la moralità in un regno che non la conosceva.

Fra le tante iniziative urgenti, una in particolare mette in mostra l’animo liberale della nuova classe dirigente: si trattava di fare giustizia agli studenti poveri. Si trattava di riparare a un grave torto da loro subito. Il governo borbonico aveva istituito borse di studio per permettere anche ai figli dei poveri di studiare. Quell’immoralità andava sanata. Quell’umiliazione doveva finire. E così il 26 ottobre 1860 il Prodittatore Giorgio Pallavicino e il Ministro dell’interno Raffaele Conforti promulgano il decreto n.189: Decreto col quale il fondo assegnato per soccorsi agli studenti e letterati poveri vien destinato ad altro uso. Questa la motivazione: “Considerando che non vi è niente di più vergognoso che domandare ed accettar limosina sotto il nome di studente o letterato povero” si decide che “I soccorsi agli studenti e letterati poveri sono tolti”. E chissà a chi saranno stati dati.

Angela Pellicciari

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