Articoli

Papa Francesco

2018/05/06

Il Cammino Neocatecumenale, a 50 anni dalla sua fondazione a Roma.

Quando dico, come dico, che la mia vita è stata salvata dalla predicazione del Cammino neocatecumenale, dallo splendore della sua liturgia, dall’attesa della veglia di Pasqua recuperata in tutta la forza della sua vittoria sulla morte (col suo lucernario, i suoi battesimi, i suoi canti, il suo spazio dedicato ai bambini e alle loro domande sul perché dell’unicità di quella notte, la tensione nell’attesa del passaggio del Signore), quando constato i frutti sparsi a piene mani dall’obbedienza al comandamento divino sulla santità dell’atto sessuale aperto alla vita, quando vedo che persone capitate per caso alla stessa catechesi, nel corso degli anni, nel corso dei decenni, diventano fratelli che si amano e portano ciascuno i pesi degli altri, quando questo succede in un mondo che, in una direzione esattamente opposta, precipita in un universo di solitudine, di egoismo e di morte, quando vedo e testimonio questo, non sto facendo retorica. Sto solo descrivendo la realtà di cui sono testimone da 47 anni.

“Bisogna fare comunità cristiane come la Sacra Famiglia di Nazareth che vivano in umiltà, semplicità e lode. L’altro è Cristo”, così ha detto la Madonna a Kiko apparendogli l’8 dicembre 1964. Kiko e Carmen, la donna geniale, libera, colta, intuitiva, sapiente, lontana mille miglia da qualsiasi forma di piaggeria, che per cinquant’anni ha condiviso con Kiko l’onere, le fatiche, ma anche la gioia della missione, hanno obbedito: hanno fondato comunità. Comunità vive, con famiglie piene di figli e nipoti, bambini con tanti cugini e tanti zii, gente grata al Signore per i doni ricevuti, persone disposte a fare la volontà di Dio perché testimoni della sua manifestazione nella loro vita, pronte ad obbedire al comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. In un mondo senza Dio, in cui contano solo le ragioni dei più forti, dove impera il dettato gnostico di un relativismo totalitario che vuole imporre a tutti quando e come nascere, come vivere e quando morire, i successi della predicazione di Kiko e Carmen sono stati strabilianti. Come sempre quando si tratta di realtà volute da Dio. Ventunmilatrecento comunità, centoventi seminari con 2300 seminaristi e 2380 presbiteri già ordinati, 216 missio ad gentes in 62 nazioni (ognuna formata da 4 o 5 famiglie coi relativi figli, un presbitero con un socio, alcune sorelle) per un totale di 1.668 famiglie in missione con circa 6.000 figli.

Ieri a Tor Vergata c’è stato un maxi raduno dei fratelli del Cammino provenienti da tutto il mondo per festeggiare col Santo Padre i cinquanta anni di vita dell’esperienza neocatecumenale. In questo contesto di gioia ed allegria il Papa ha inviato 37 nuove missio ad gentes e 25 “comunità in missione” nelle zone più difficili di Roma. Sì, perché se non tutti sono chiamati a diventare preti o itineranti o famiglie in missione, tutti indistintamente sono chiamati ad evangelizzare. E così le comunità più antiche, estratte a sorte, si trasferiscono in zone della città in cui non c’è presenza cristiana, dove più urgente è il bisogno di qualcuno che annunci l’onnipotente amore di Dio a zingari, a musulmani, a uomini che si sono abituati a passare la vita nel degrado e nel nonsenso. A persone sole e senza speranza. Questo trasferimento in zone spesso lontane da quelle di provenienza comporta molta scomodità. Molta fatica nei trasferimenti in mezzo al traffico. Eppure quanti già da tempo vivono questo tipo di esperienza sono contenti di poter mettere la propria vita a servizio dell’evangelizzazione. Alla fine della liturgia e dell’invio dei nuovi missionari, un solenne Te Deum si è levato al cielo cantato a voce piena dall’assemblea dei centomila fratelli di tutti i continenti. La Roma città-mondo in cui ciascuno è a casa propria ha dato ancora una volta splendida prova della sua bimillenaria vitalità ecclesiale.

Angela Pellicciari

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Macron Donald Trump

2018/04/27

Macron Satana Napoleone

Se lo avesse fatto Berlusconi! Ve lo ricordate? Per una goliardata fatta in una delle infinite manifestazioni pubbliche cui ha partecipato l’hanno visto scherzosamente fare le corna. Indegno, “inadatto a governare un paese civile”, hanno sentenziato. E l’incredibile notizia ha fatto il giro del mondo. Oggi a fare le corna, con entrambe le mani che stringeva nella sua visita ufficiale negli Usa è stato Macron. Un gesto vistoso, non goliardico, fatto in occasione di una visita ufficiale in un momento ufficiale: a destra stringeva la mano di Melania a sinistra quella di Donald. Entrambe alzate sopra la testa. Un gesto inaudito. Eppure nessuno l’ha notato. Possibile? Perché nessuno ha raccontato quanto aveva visto? Le corna, come noto, hanno un padre nella nostra cultura e nella nostra simbologia: si tratta di satana. Il quale satana normalmente non va esibito in pubblico perché ancora –non ancora- non sta bene. In molti ambienti della cultura francese –e non solo- satana è invece osannato. Così, per esempio, quando Napoleone nel 1805 dà vita ad un roboante Regno d’Italia, sceglie come suo emblema un pentalfa (una stella a cinque punte) con due punte rivolte verso l’alto e una verso il basso: un’insegna satanica. Saltando di palo in frasca, il giudice che ha pronunciato la sentenza contro il trasferimento di Alfie in Italia, Anthony Hayde, è lo stesso che nel 2012 ha scritto un libro di 700 pagine dal titolo: “Children and same sex families”, a legal handbook. Quando si parla di segni dei tempi…

Angela Pellicciari

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Macron Arnauld Beltrame

2018/04/03

Macron non rende onore all'eroe Beltrame

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Perché il sempre tollerante Impero romano ha mandato a morte in modo spietato per tre secoli i cristiani? Perché hanno rifiutato di idolatrare lo Stato e chi lo governava. Dio è Dio e solo lui deve essere adorato. Agli idoli muti e sordi, frutto delle nostre mani e della nostra storia, non possiamo rendere culto.

Perché dico questo? Per curioso che possa sembrare il ricordo dell’Impero romano e della sua persecuzione anticristiana mi è venuto in mente leggendo il solenne discorso pronunciato da Macron il 28 marzo all’Hotel des Invalides in onore del “colonnello della gendarmeria” Arnaud Beltrame. L’eroe del supermercato di Trèbes.

I discorsi ufficiali in genere sono pieni di retorica. Pura muffa. Stantii. Quello di Macron no: un discorso “in marcia”, svelto, concreto, eppure pieno di solennità. Di una solennità operativa, fattiva e, quindi, diciamo così, godibile. In un mondo che ha perso speranza e senso, il discorso del Presidente orienta verso un senso, un senso superiore: “Lo dico alla gioventù francese che si dispera nella ricerca di qualcosa che ai nostri giorni sazi la fame di assoluto”. “L’assoluto è qui, di fronte a noi”, dice Macron.

Di quale assoluto parla? Ça va sens dire, della Francia.

La Francia, questa divinità marciante nelle parole di Macron è, a suo giudizio, l’unico idolo che dia senso al sacrificio estremo, quello della vita: “Sì, la Francia merita che le venga donato il meglio. Sì, l’impegno a servire e proteggere può essere elevato al massimo sacrificio. Sì, questo ha senso e dà un senso alla nostra vita”. “Essere pronto a donare la propria vita perché nulla è più importante della vita di un cittadino, questa è l’intima energia della trascendenza che portava [Beltrame] in sé. E’ stata questa grandezza che ha sbalordito la Francia”.

Nel lungo e asciutto discorso di Macron non c’è posto per altra “trascendenza” che non sia quella dello stato, che non sia la Francia. Eppure Arnaud Beltrame si converte a 33 anni, si battezza e si cresima a 36 e da allora “non ha mai nascosto l’allegria della fede ritrovata”, come testimonia il monaco Jean Baptiste, suo padre spirituale. Che tipo era Beltrame? Un tipo che aveva preso come modello San Giuseppe, che a casa aveva un posto dedicato alla preghiera, che ricordava con passione le glorie della Francia cristiana, che 4 giorni prima di morire ha scritto una lettera in cui manifestava la sua “adesione incondizionata e fervente a tutta la fede cattolica e alla sua tradizione”.

Di questo Beltrame nel discoro di Macron non c’è traccia: il nome di Beltrame “è divenuto il nome dell’eroismo francese, l’incarnazione di quello spirito di resistenza che è l’affermazione suprema di ciò che siamo, degli ideali per cui la Francia ha sempre combattuto, da Giovanna d’Arco al generale De Gaulle”.

Come non tiene in nessun conto il posto della fede nella vita di Beltrame, così Macron dimentica che la pastorella di 17 anni guida l’esercito francese alla vittoria non per un ideale, ma per obbedienza a una voce. La voce dell’arcangelo Michele che le ordina di scendere in difesa di Orléans e di Carlo VII. Per obbedire a questa voce la pulzella va dritta dritta al rogo ripetendo fino all’ultimo il nome dell’amato. Di quell’amato di cui Macron non conosce il nome. Non sa che è esistito, né sa che una schiera di francesi l’ha seguito sulla strada che ha indicato: “amatevi come Io vi ho amato”.

Macron è, oggi, la più pura espressione dell’idolatria di stato.

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Santa Sede e Cina, il precedente di Pio VII

2018/02/10

Santa Sede e Cina, il precedente di Pio VII

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

La storia della Chiesa è complessa. Ma per capire quanto sta accadendo oggi tra Santa Sede e Cina conviene tener presente cosa è successo fra Santa Sede e Francia, la Francia rivoluzionaria, alla fine del diciottesimo secolo.

Don Margotti, il prete storico-giornalista amico di Pio IX che, con passione per la verità, per la nostra religione e civiltà, documenta punto per punto la violenta immoralità che si è imposta in Italia nel nome del Risorgimento, così sintetizza le macerie prodotte dalla Francia giacobina: cinquantamila fra chiese e cappelle distrutte, abbattute dodicimila fra badie, conventi, abazie, priorati, saccheggiati e incendiati ventimila castelli.

Le pietre non soffrono: il trattamento riservato a uomini e donne in nome della libertà è passato però come un macigno sul corpo e sulla vita di centinaia di migliaia di persone, stritolando ed annientando tutto. Una tragedia. Di quelle che lasciano senza respiro. Attoniti.

In questa situazione, a violenza anticattolica momentaneamente finita, Napoleone, prima di iniziare un altro tipo di violenza per la conquista dell’Europa, ha bisogno del popolo francese unito sotto il suo comando. Ha bisogno di fare pace con la Francia cattolica. Ha quindi bisogno del papa cui impone la firma di un concordato scandaloso. E’ il 1801 e Pio VII, in cambio del culto cattolico nuovamente permesso, in cambio del versamento di una congrua in simbolico risarcimento dei possedimenti ecclesiastici confiscati, accetta di sostituire tutti i vescovi, compresi quelli che avevano eroicamente resistito all’oppressione giacobina affrontando concretissimi rischi di morte, persecuzioni e carcere («Sua Santità riferirà ai titolari delle sedi vescovili francesi che, con fiducia, si attende da loro per la pace e l’unità, qualunque tipo di sacrificio, compreso quello della propria sede», art. 3), e accetta che i nuovi vescovi siano nominati dal Primo Console cui sono anche tenuti a prestare giuramento di fedeltà («Giuro e prometto a Dio sui santi vangeli di prestare obbedienza e fedeltà al governo incaricato dalla costituzione della Repubblica Francese. Prometto anche di non avere connivenze, assistere a consigli o intrattenere rapporti, sia direttamente che indirettamente contrari all’ordine pubblico; prometto anche che qualora venissi a sapere che nella mia diocesi o altrove si stesse tramando contro lo Stato, informerò il Governo», art. 6).

Nel 1804 si ricomincia. Pio VII è costretto alla farsa di assistere all’autoincoronazione di Napoleone imperatore, due anni dopo il potere temporale è dichiarato decaduto, il papa imprigionato, Roma trasformata in provincia francese.

Le intenzioni di papa Chiaramonti erano ovviamente le migliori. Bisognava riportare un minimo di pace nella Francia sconvolta dal terrore e bisognava difendere i cattolici francesi permettendo loro di praticare liberamente la propria fede. In nome del male minore, in nome dell’adesione al principio di realtà, sono stati accettati non tanto grandi compromessi, quanto grandi ingiustizie.

Ci si può domandare se sia servito.

Al riguardo non sarà male ricordare come all’indomita forza morale, alla fede da gigante e all’assenza di qualsiasi compromesso col comunismo che hanno caratterizzato l’operato di Karol Wojtyla, sia seguito lo scioglimento come neve al sole del primo impero comunista della storia: quello dell’Unione Sovietica.

Angela Pellicciari

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Cavour

2017/12/20

Cavour e Renzi, anticattolici nel nome della Chiesa

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Era il 6 giugno 1861, festa del Corpus Domini. Cosa è successo quel giorno? E’ successo che l’onnipotente Cavour, cinquantunenne, efficientissimo e potentissimo realizzatore dell’unità politica italiana sotto i Savoia, in perfetta salute, è stato accompagnato al cimitero. Un articolo della Civiltà Cattolica, la splendida rivista dei gesuiti molto diversa da quella di oggi, scriveva: ha proibito la processione del Corpus Domini ma la processione, mesta quanto solenne, la fanno lo stesso: per lui; per accompagnarlo al campo santo.

Poco più di due mesi e mezzo sono stati concessi a Cavour per assaporare il suo trionfo. Ma, nonostante il poco tempo, l’uomo Cavour ha lasciato il segno. Dopo di lui l’Italia non è stata più la stessa: lotta forsennata alla Chiesa cattolica, fatta nel nome della Chiesa cattolica (così imponeva il primo articolo dello Statuto che dichiarava la religione cattolica unica religione di Stato). Abolizione per legge di tutti gli ordini religiosi, esproprio di tutte le opere pie, diocesi lasciate senza vescovo, vescovi e preti incarcerati. La popolazione italiana per la prima volta nella sua storia ridotta alla miseria. All’epoca di Cavour a regnare sovrana e incontrastata era la menzogna. Menzogna di uno Stato ufficialmente cattolico che dilapidava, disprezzandolo, mille e cinquecento anni di inestimabile patrimonio cattolico nazionale.

Da tempo, pensando al baldanzoso Renzi, salta all'occhio il paragone con Cavour. Renzi, il giovanissimo presidente del Consiglio che pronunciava il suo primo discorso in Senato con le mani in tasca. Renzi? Cattolico, boy scout, padre di tre figli, che va a messa e si fa riprendere mentre ci va. Renzi studioso e ammiratore di La Pira, il cattolico sindaco di Firenze in odore di santità. Renzi? Uno di noi. Questo Renzi, crollato dopo tre anni di governo alla prova referendaria da lui spavaldamente voluta e personalizzata (après moi le déluge), Renzi che si inabissa sempre più quanto più affannosamente tenta di rimanere a galla, non fa che ripeterlo: il mio governo ha il merito di aver sposato la causa dei diritti civili. Era ora. Anche nell’Italia un tempo cattolica ("grazie a me") è arrivato il progresso. Il progresso luminoso di sostituirsi a Dio nella definizione di bene e male.

Diritti civili: c’è un espressione più perfetta, semplice, morigerata e insieme lusinghiera di questa? Allo scadere del tempo, alla fine della legislatura, sfruttando senza scrupoli un autogol del papa, il governo Gentiloni, figlio di Renzi, ha portato a casa un altro risultato. Risultato che alcuni da noi, moltissimi all’estero, aspettavano con ansia: il diritto a morire. Il dovere per i medici di infrangere il giuramento di Ippocrate e di farlo senza poter nemmeno invocare l’obiezione di coscienza. Oggi, sui principali giornali, mentre anche la sua immagine è in caduta libera, campeggiava una foto della bella ed elegante ministra Boschi. Era a Firenze per celebrare, entusiasta, l’unione fra due suoi amici uomini che si vogliono bene.

Nonostante tutta l’ostentazione messa nella difesa dei diritti di civiltà (e questo in Italia e a Roma dove finora non erano riusciti a passare) le scelte del governo non sembrano premiare il giglio magico che le ha promosse. Il cattolico Renzi e la cattolica Boschi (catechista, partecipante alle Giornate Mondiali della Gioventù), hanno del tutto perso il loro appeal. Verrà mai in mente a qualcuno che, dopotutto, c’è una giustizia in cielo?

Angela Pellicciari

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Eugenio Scalfari

2017/12/12

Padre nostro, la versione di Scalfari

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

In un lontano domenicale del 1996, il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari si esercitava in una lunga disquisizione sul Padre Nostro: “Padre Nostro, dove stai?”. Come mai un laico a tutto tondo, anzi, il pontefice massimo della cultura laica italiana, aveva scelto un simile soggetto? Per stanchezza. Perché era stufo di doversi confrontare coi fatti e i personaggi della squallida politica nostrana. Basta. Basta, nell’ordine, coi Dini, i D’Alema, i Fini e i Berlusconi. Meglio, molto meglio, occuparsi della preghiera che “tocca i credenti fin nelle più intime fibre e suggerisce ai non credenti attenzione e rispetto”.

Le vene ai polsi del direttore Scalfari non tremavano e così, nell’incipit, a commento delle sei parole iniziali della preghiera (“Padre nostro che sei nei cieli”), il direttore-vate chiosava: “Quelle sei parole sono il condensato di tutta la civiltà ebraica-cristiana-islamica”. Forse nel frattempo qualcuno gli avrà pure chiarito come per l’islam sia pura aberrazione riferirsi ad Allah come ad un padre, ma tant’è. Quisquiglie, si dirà. E di lì giù a ridisegnare, smontandoli uno dopo l’altro, i versetti del Padre Nostro. La saggezza, la pacatezza, la disanima puntuale tipici della prosa (un pochino tronfia?) del direttore di Repubblica, servivano a Scalfari per affermare: “Sperare che ci salvi un Padre che sta nei cieli è una fuga. Qui e ora, questo è un compito che spetta interamente a noi”. I cieli, la modernità lo sa, non hanno padre. La legge ce la diamo da soli e la differenza fra bene e male siamo noi a stabilirla nella profondità della nostra libera coscienza: “Nel loro profondo essi –gli uomini moderni- pensano che i cieli siano vuoti, che il Padre sia morto e che comunque da Lui non sia mai venuto alcun comandamento. Essi pensano nel profondo che la moralità non sia accettazione di una legge ma scelta responsabile e autonoma, tanto più vincolante in quanto libera e liberata dall’aspettazione di premi e di castighi”.

I cieli sono vuoti ma, e Scalfari lo sa bene, la modernità nonostante tutto non è cattiva. Noi d’istinto rifiutiamo la condanna del peccatore perché “Bene e Male sono soltanto parole” e “per rimettere i debiti non c’è bisogno del Padre, né si debbono rimettere affinché il Padre a sua volta rimetta i nostri”. L’unica cosa che conta è l’amore: “Ama il prossimo come te stesso”, “Lì è il fondamento della carità, lì è la via dell’Amore al di sopra sia della fede che della saggezza. L’Amore è la riscoperta dell’Altro, del Prossimo, della Specie cui apparteniamo, della Vita nella sua finitezza preziosa che dà luce nell’atto stesso in cui si consuma e che non ha alternative al di fuori del consumarsi per far luce al Prossimo e a se stessi”. Amen.

Il domenicale di Scalfari del 21 gennaio 1996 muoveva da uno spunto offertogli da un’informazione riservata: una commissione di vescovi stava preparando una nuova versione del Padre Nostro “per adattarlo - si dice - ai mutamenti della modernità”. Nella nuova versione i vescovi (la memoria non ci consente di chiarire quali e l’articolo non ci aiuta) “propongono una modifica importante nel testo della preghiera: non più il ‘non indurci in tentazione’ bensì ‘non abbandonarci alla tentazione’”. Perché se è vero, come è vero, che nei cieli non c’è nessun padre, questo padre è buono, nel senso che non condanna nessuno né tanto meno induce nessuno in tentazione (“Sta all’uomo e a lui soltanto essere il tentatore di se stesso e scegliere sotto la sua responsabilità se sperimentare la tentazione o respingerla”).

Al di là delle questioni grammaticali, questa è la verità di Scalfari. Ma Scalfari, si sa, è la persona che molto ha fatto per scardinare dal cuore degli italiani la verità cattolica.

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