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Macron Arnauld Beltrame

2018/04/03

Macron non rende onore all'eroe Beltrame

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Perché il sempre tollerante Impero romano ha mandato a morte in modo spietato per tre secoli i cristiani? Perché hanno rifiutato di idolatrare lo Stato e chi lo governava. Dio è Dio e solo lui deve essere adorato. Agli idoli muti e sordi, frutto delle nostre mani e della nostra storia, non possiamo rendere culto.

Perché dico questo? Per curioso che possa sembrare il ricordo dell’Impero romano e della sua persecuzione anticristiana mi è venuto in mente leggendo il solenne discorso pronunciato da Macron il 28 marzo all’Hotel des Invalides in onore del “colonnello della gendarmeria” Arnaud Beltrame. L’eroe del supermercato di Trèbes.

I discorsi ufficiali in genere sono pieni di retorica. Pura muffa. Stantii. Quello di Macron no: un discorso “in marcia”, svelto, concreto, eppure pieno di solennità. Di una solennità operativa, fattiva e, quindi, diciamo così, godibile. In un mondo che ha perso speranza e senso, il discorso del Presidente orienta verso un senso, un senso superiore: “Lo dico alla gioventù francese che si dispera nella ricerca di qualcosa che ai nostri giorni sazi la fame di assoluto”. “L’assoluto è qui, di fronte a noi”, dice Macron.

Di quale assoluto parla? Ça va sens dire, della Francia.

La Francia, questa divinità marciante nelle parole di Macron è, a suo giudizio, l’unico idolo che dia senso al sacrificio estremo, quello della vita: “Sì, la Francia merita che le venga donato il meglio. Sì, l’impegno a servire e proteggere può essere elevato al massimo sacrificio. Sì, questo ha senso e dà un senso alla nostra vita”. “Essere pronto a donare la propria vita perché nulla è più importante della vita di un cittadino, questa è l’intima energia della trascendenza che portava [Beltrame] in sé. E’ stata questa grandezza che ha sbalordito la Francia”.

Nel lungo e asciutto discorso di Macron non c’è posto per altra “trascendenza” che non sia quella dello stato, che non sia la Francia. Eppure Arnaud Beltrame si converte a 33 anni, si battezza e si cresima a 36 e da allora “non ha mai nascosto l’allegria della fede ritrovata”, come testimonia il monaco Jean Baptiste, suo padre spirituale. Che tipo era Beltrame? Un tipo che aveva preso come modello San Giuseppe, che a casa aveva un posto dedicato alla preghiera, che ricordava con passione le glorie della Francia cristiana, che 4 giorni prima di morire ha scritto una lettera in cui manifestava la sua “adesione incondizionata e fervente a tutta la fede cattolica e alla sua tradizione”.

Di questo Beltrame nel discoro di Macron non c’è traccia: il nome di Beltrame “è divenuto il nome dell’eroismo francese, l’incarnazione di quello spirito di resistenza che è l’affermazione suprema di ciò che siamo, degli ideali per cui la Francia ha sempre combattuto, da Giovanna d’Arco al generale De Gaulle”.

Come non tiene in nessun conto il posto della fede nella vita di Beltrame, così Macron dimentica che la pastorella di 17 anni guida l’esercito francese alla vittoria non per un ideale, ma per obbedienza a una voce. La voce dell’arcangelo Michele che le ordina di scendere in difesa di Orléans e di Carlo VII. Per obbedire a questa voce la pulzella va dritta dritta al rogo ripetendo fino all’ultimo il nome dell’amato. Di quell’amato di cui Macron non conosce il nome. Non sa che è esistito, né sa che una schiera di francesi l’ha seguito sulla strada che ha indicato: “amatevi come Io vi ho amato”.

Macron è, oggi, la più pura espressione dell’idolatria di stato.

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Santa Sede e Cina, il precedente di Pio VII

2018/02/10

Santa Sede e Cina, il precedente di Pio VII

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

La storia della Chiesa è complessa. Ma per capire quanto sta accadendo oggi tra Santa Sede e Cina conviene tener presente cosa è successo fra Santa Sede e Francia, la Francia rivoluzionaria, alla fine del diciottesimo secolo.

Don Margotti, il prete storico-giornalista amico di Pio IX che, con passione per la verità, per la nostra religione e civiltà, documenta punto per punto la violenta immoralità che si è imposta in Italia nel nome del Risorgimento, così sintetizza le macerie prodotte dalla Francia giacobina: cinquantamila fra chiese e cappelle distrutte, abbattute dodicimila fra badie, conventi, abazie, priorati, saccheggiati e incendiati ventimila castelli.

Le pietre non soffrono: il trattamento riservato a uomini e donne in nome della libertà è passato però come un macigno sul corpo e sulla vita di centinaia di migliaia di persone, stritolando ed annientando tutto. Una tragedia. Di quelle che lasciano senza respiro. Attoniti.

In questa situazione, a violenza anticattolica momentaneamente finita, Napoleone, prima di iniziare un altro tipo di violenza per la conquista dell’Europa, ha bisogno del popolo francese unito sotto il suo comando. Ha bisogno di fare pace con la Francia cattolica. Ha quindi bisogno del papa cui impone la firma di un concordato scandaloso. E’ il 1801 e Pio VII, in cambio del culto cattolico nuovamente permesso, in cambio del versamento di una congrua in simbolico risarcimento dei possedimenti ecclesiastici confiscati, accetta di sostituire tutti i vescovi, compresi quelli che avevano eroicamente resistito all’oppressione giacobina affrontando concretissimi rischi di morte, persecuzioni e carcere («Sua Santità riferirà ai titolari delle sedi vescovili francesi che, con fiducia, si attende da loro per la pace e l’unità, qualunque tipo di sacrificio, compreso quello della propria sede», art. 3), e accetta che i nuovi vescovi siano nominati dal Primo Console cui sono anche tenuti a prestare giuramento di fedeltà («Giuro e prometto a Dio sui santi vangeli di prestare obbedienza e fedeltà al governo incaricato dalla costituzione della Repubblica Francese. Prometto anche di non avere connivenze, assistere a consigli o intrattenere rapporti, sia direttamente che indirettamente contrari all’ordine pubblico; prometto anche che qualora venissi a sapere che nella mia diocesi o altrove si stesse tramando contro lo Stato, informerò il Governo», art. 6).

Nel 1804 si ricomincia. Pio VII è costretto alla farsa di assistere all’autoincoronazione di Napoleone imperatore, due anni dopo il potere temporale è dichiarato decaduto, il papa imprigionato, Roma trasformata in provincia francese.

Le intenzioni di papa Chiaramonti erano ovviamente le migliori. Bisognava riportare un minimo di pace nella Francia sconvolta dal terrore e bisognava difendere i cattolici francesi permettendo loro di praticare liberamente la propria fede. In nome del male minore, in nome dell’adesione al principio di realtà, sono stati accettati non tanto grandi compromessi, quanto grandi ingiustizie.

Ci si può domandare se sia servito.

Al riguardo non sarà male ricordare come all’indomita forza morale, alla fede da gigante e all’assenza di qualsiasi compromesso col comunismo che hanno caratterizzato l’operato di Karol Wojtyla, sia seguito lo scioglimento come neve al sole del primo impero comunista della storia: quello dell’Unione Sovietica.

Angela Pellicciari

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Cavour

2017/12/20

Cavour e Renzi, anticattolici nel nome della Chiesa

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Era il 6 giugno 1861, festa del Corpus Domini. Cosa è successo quel giorno? E’ successo che l’onnipotente Cavour, cinquantunenne, efficientissimo e potentissimo realizzatore dell’unità politica italiana sotto i Savoia, in perfetta salute, è stato accompagnato al cimitero. Un articolo della Civiltà Cattolica, la splendida rivista dei gesuiti molto diversa da quella di oggi, scriveva: ha proibito la processione del Corpus Domini ma la processione, mesta quanto solenne, la fanno lo stesso: per lui; per accompagnarlo al campo santo.

Poco più di due mesi e mezzo sono stati concessi a Cavour per assaporare il suo trionfo. Ma, nonostante il poco tempo, l’uomo Cavour ha lasciato il segno. Dopo di lui l’Italia non è stata più la stessa: lotta forsennata alla Chiesa cattolica, fatta nel nome della Chiesa cattolica (così imponeva il primo articolo dello Statuto che dichiarava la religione cattolica unica religione di Stato). Abolizione per legge di tutti gli ordini religiosi, esproprio di tutte le opere pie, diocesi lasciate senza vescovo, vescovi e preti incarcerati. La popolazione italiana per la prima volta nella sua storia ridotta alla miseria. All’epoca di Cavour a regnare sovrana e incontrastata era la menzogna. Menzogna di uno Stato ufficialmente cattolico che dilapidava, disprezzandolo, mille e cinquecento anni di inestimabile patrimonio cattolico nazionale.

Da tempo, pensando al baldanzoso Renzi, salta all'occhio il paragone con Cavour. Renzi, il giovanissimo presidente del Consiglio che pronunciava il suo primo discorso in Senato con le mani in tasca. Renzi? Cattolico, boy scout, padre di tre figli, che va a messa e si fa riprendere mentre ci va. Renzi studioso e ammiratore di La Pira, il cattolico sindaco di Firenze in odore di santità. Renzi? Uno di noi. Questo Renzi, crollato dopo tre anni di governo alla prova referendaria da lui spavaldamente voluta e personalizzata (après moi le déluge), Renzi che si inabissa sempre più quanto più affannosamente tenta di rimanere a galla, non fa che ripeterlo: il mio governo ha il merito di aver sposato la causa dei diritti civili. Era ora. Anche nell’Italia un tempo cattolica ("grazie a me") è arrivato il progresso. Il progresso luminoso di sostituirsi a Dio nella definizione di bene e male.

Diritti civili: c’è un espressione più perfetta, semplice, morigerata e insieme lusinghiera di questa? Allo scadere del tempo, alla fine della legislatura, sfruttando senza scrupoli un autogol del papa, il governo Gentiloni, figlio di Renzi, ha portato a casa un altro risultato. Risultato che alcuni da noi, moltissimi all’estero, aspettavano con ansia: il diritto a morire. Il dovere per i medici di infrangere il giuramento di Ippocrate e di farlo senza poter nemmeno invocare l’obiezione di coscienza. Oggi, sui principali giornali, mentre anche la sua immagine è in caduta libera, campeggiava una foto della bella ed elegante ministra Boschi. Era a Firenze per celebrare, entusiasta, l’unione fra due suoi amici uomini che si vogliono bene.

Nonostante tutta l’ostentazione messa nella difesa dei diritti di civiltà (e questo in Italia e a Roma dove finora non erano riusciti a passare) le scelte del governo non sembrano premiare il giglio magico che le ha promosse. Il cattolico Renzi e la cattolica Boschi (catechista, partecipante alle Giornate Mondiali della Gioventù), hanno del tutto perso il loro appeal. Verrà mai in mente a qualcuno che, dopotutto, c’è una giustizia in cielo?

Angela Pellicciari

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Eugenio Scalfari

2017/12/12

Padre nostro, la versione di Scalfari

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

In un lontano domenicale del 1996, il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari si esercitava in una lunga disquisizione sul Padre Nostro: “Padre Nostro, dove stai?”. Come mai un laico a tutto tondo, anzi, il pontefice massimo della cultura laica italiana, aveva scelto un simile soggetto? Per stanchezza. Perché era stufo di doversi confrontare coi fatti e i personaggi della squallida politica nostrana. Basta. Basta, nell’ordine, coi Dini, i D’Alema, i Fini e i Berlusconi. Meglio, molto meglio, occuparsi della preghiera che “tocca i credenti fin nelle più intime fibre e suggerisce ai non credenti attenzione e rispetto”.

Le vene ai polsi del direttore Scalfari non tremavano e così, nell’incipit, a commento delle sei parole iniziali della preghiera (“Padre nostro che sei nei cieli”), il direttore-vate chiosava: “Quelle sei parole sono il condensato di tutta la civiltà ebraica-cristiana-islamica”. Forse nel frattempo qualcuno gli avrà pure chiarito come per l’islam sia pura aberrazione riferirsi ad Allah come ad un padre, ma tant’è. Quisquiglie, si dirà. E di lì giù a ridisegnare, smontandoli uno dopo l’altro, i versetti del Padre Nostro. La saggezza, la pacatezza, la disanima puntuale tipici della prosa (un pochino tronfia?) del direttore di Repubblica, servivano a Scalfari per affermare: “Sperare che ci salvi un Padre che sta nei cieli è una fuga. Qui e ora, questo è un compito che spetta interamente a noi”. I cieli, la modernità lo sa, non hanno padre. La legge ce la diamo da soli e la differenza fra bene e male siamo noi a stabilirla nella profondità della nostra libera coscienza: “Nel loro profondo essi –gli uomini moderni- pensano che i cieli siano vuoti, che il Padre sia morto e che comunque da Lui non sia mai venuto alcun comandamento. Essi pensano nel profondo che la moralità non sia accettazione di una legge ma scelta responsabile e autonoma, tanto più vincolante in quanto libera e liberata dall’aspettazione di premi e di castighi”.

I cieli sono vuoti ma, e Scalfari lo sa bene, la modernità nonostante tutto non è cattiva. Noi d’istinto rifiutiamo la condanna del peccatore perché “Bene e Male sono soltanto parole” e “per rimettere i debiti non c’è bisogno del Padre, né si debbono rimettere affinché il Padre a sua volta rimetta i nostri”. L’unica cosa che conta è l’amore: “Ama il prossimo come te stesso”, “Lì è il fondamento della carità, lì è la via dell’Amore al di sopra sia della fede che della saggezza. L’Amore è la riscoperta dell’Altro, del Prossimo, della Specie cui apparteniamo, della Vita nella sua finitezza preziosa che dà luce nell’atto stesso in cui si consuma e che non ha alternative al di fuori del consumarsi per far luce al Prossimo e a se stessi”. Amen.

Il domenicale di Scalfari del 21 gennaio 1996 muoveva da uno spunto offertogli da un’informazione riservata: una commissione di vescovi stava preparando una nuova versione del Padre Nostro “per adattarlo - si dice - ai mutamenti della modernità”. Nella nuova versione i vescovi (la memoria non ci consente di chiarire quali e l’articolo non ci aiuta) “propongono una modifica importante nel testo della preghiera: non più il ‘non indurci in tentazione’ bensì ‘non abbandonarci alla tentazione’”. Perché se è vero, come è vero, che nei cieli non c’è nessun padre, questo padre è buono, nel senso che non condanna nessuno né tanto meno induce nessuno in tentazione (“Sta all’uomo e a lui soltanto essere il tentatore di se stesso e scegliere sotto la sua responsabilità se sperimentare la tentazione o respingerla”).

Al di là delle questioni grammaticali, questa è la verità di Scalfari. Ma Scalfari, si sa, è la persona che molto ha fatto per scardinare dal cuore degli italiani la verità cattolica.

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Card. Burke

2017/12/11

La chiesa non è nazionalista

Sul Giornale del primo dicembre il cardinal Burke, descrivendo l’attuale situazione della chiesa, diceva: “per me la confusione è preoccupante. Mi pare quasi che la Chiesa stia diventando un insieme di Chiese nazionali. Paesi confinanti hanno posizioni opposte persino sui sacramenti”.

Per quasi due millenni si è molto insistito sulla caratteristica “romana” della chiesa cattolica. La motivazione è proprio il rischio, serissimo per la comunità dei fedeli, che all’interno del corpo di Cristo che è la chiesa, si insinui il veleno nazionalista. Cristo è venuto per tutti. E infatti la chiesa è cattolica come l’etimologia dell’aggettivo specifica. La cattolicità della chiesa è sottolineata con forza dall’aggettivo “romana”, al punto che il tradizionale, solenne messaggio, che il papa pronuncia il primo di ogni anno, è rivolto urbi et orbi, alla città e al mondo. Alla città perché Roma, da sempre, è il mondo. La storia su questo punto è chiara. Fin dal primo secolo a.C. è Diodoro Siculo, storico greco, a esplicitarlo con cristallina chiarezza: “tutto il mondo come se fosse una sola città”. La letteratura, la storiografia, la retorica pagana, nel corso dei secoli faranno eco a Diodoro e ripeteranno la stessa cosa: a Roma tutti sono a casa propria perché Roma è il mondo.

Pietro e Paolo, venuti a Roma e qui martirizzati, fondano una città perfettamente universale, che realizza appieno l’aspirazione imperiale romana: nella nuova Roma non c’è differenza fra schiavi e liberi, fra uomini e donne, fra circoncisi e incirconcisi, come ripetutamente scrive Paolo alle comunità da lui fondate. Tutti sono uno in Cristo Gesù. Nel corso del tempo in molti hanno provato a cambiare le cose sottraendo a Roma la sua universalità. Costruendo, sulle ceneri di quello romano, un nuovo potere universale.

Così è stato per Costantinopoli, la seconda Roma, così per Maometto (non è un caso che da quasi mille e cinquecento anni l’islam punti ad arrivare a Roma), così per la Francia all’epoca di Avignone, così per la Wittenberg di Lutero, così per la Francia di Napoleone (che addirittura trasforma Roma in territorio francese). I nemici della chiesa hanno sempre cercato di far diventare Roma qualcosa di diverso da quello che era. Così, grazie al risorgimento, Roma non è più stata Roma, ma una semplice capitale di uno staterello nazionale. Roma? Capitale d’Italia.

In epoca moderna il pensiero illuminato ha descritto con chiarezza quale fosse la migliore arma per attaccare e distruggere quella roccia cattolica che restava salda nonostante i tanti attacchi nemici. Quella corte romana che resisteva, unica, alla volontà di potenza della gnosi al potere. Citiamo un esempio eloquente: Federico II, despota illuminato, in una lettera a Voltaire così prefigura le tappe che avrebbero portato alla scomparsa dell’anomalia cattolica: “si penserà alla facile conquista dello stato del Papa per supplire alle spese straordinarie, e allora il pallio è nostro e la scena è finita. Tutti i potentati d’Europa non volendo riconoscere un Vicario di Gesù Cristo soggetto ad un altro Sovrano, si creeranno un patriarca ciascuno nel proprio stato”; “Così a poco a poco ognuno si allontanerà dall’unità della Chiesa, e finirà coll’avere nel suo regno una religione come una lingua a parte” (il cardinal Pecci, futuro Leone XIII, cita questo documento nella Lettera Pastorale inviata ai perugini nel 1860).

Il cardinale Burke ha ragione. Per la chiesa cattolica il nazionalismo è un pericolo mortale.

Angela Pellicciari

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Roma - Città del Vaticano

2017/11/02

Romana, cattolica e corrispondente a Dio

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

La chiesa cattolica è romana. Ed è romana perché è cattolica. Non è un giro di parole.

C’è un unico posto al mondo, una sola città, la cui storia è tanto unica da potersi identificare col mondo: Roma. Così, nel corso dei secoli, hanno creduto e ripetuto poeti, retori, storici, e, in successione, padri della chiesa, santi e papi. Così, per strano che possa sembrare, ogni primo gennaio di ogni nuovo anno, il vescovo di Roma fa una benedizione solenne alla città e al mondo: urbi et orbi. Perché fra il mondo e la città c’è un’identità perfetta.

A metà del primo secolo avanti Cristo, lo storico greco Diodoro Siculo così sintetizza la natura di Roma: “Tutto il mondo come se fosse una sola città”. Le stesse parole sono usate tre secoli dopo da un altro greco, il retore Elio Aristide, nel suo Encomio a Roma: “Tutto qui è a disposizione di tutti. Nessuno è straniero in nessun posto”; all’inizio del quinto secolo il poeta latino Rutilio Namaziano canta: “hai costruito una sola patria per popoli diversi, hai reso il mondo una città”.

Nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), quando Dio si immette nella storia e la trasforma dal di dentro perché vince la morte, Pietro e Paolo, le colonne, vanno a Roma. E a Roma trasformano in realtà fattuale l’aspirazione all’universalità, anzi, la pretesa di averla raggiunta, che caratterizzava la città. E così: “Non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), e ancora: “Qui non c’è più greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti” (Col 3,11).

Unica è Roma, come unica è la chiesa che è per tutti, ma proprio per tutti, per incredibile e miracolosa che questa realtà possa sembrare: la cattolica, cioè universale, chiesa di Gesù Cristo. Ed è proprio questo il motivo della venuta di Pietro a Roma. Il Vangelo, la buona notizia, è diretto al mondo intero e non è relegabile nei confini di una sola nazione: “Perché tu, gente santa e popolo eletto, città sacerdotale e regale, presiedessi per la religione divina più estesamente che per il dominio terreno”, predica Leone Magno nella festa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Roma [Sermo 82 (80), PL 54, 423]. Ancora una volta in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 2008, a distanza di più di mille e cinquecento anni dal grande papa Leone, Benedetto XVI ripete: “La missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore”.

Tutti quelli, e sono tanti, che nel corso dei duemila anni della sua storia, hanno tentato di distruggere la Chiesa, hanno sempre provato a farlo scindendo il binomio “cattolico-romano”. E l’hanno fatto o occupando materialmente Roma (come i Savoia e i liberal-massoni al servizio delle potenze straniere che hanno voluto strappare Roma alla sua identità sottraendola al mondo e rendendola capitale di una nazione) o, come ha fatto Lutero, diffondendo odio e disprezzo verso la chiesa romana definita regno dell’anticristo e rossa puttana di Babilonia. Lutero ha provato a far diventare universale la chiesa tedesca da lui fondata ma, non riuscendo a trasformare Wittenberg in una nuova Roma, si è accontentato di fondare una chiesa nazionale. E così hanno fatto in molti.

La chiesa cattolica è romana e questa è la garanzia per tutti della sua verità. Della sua corrispondenza alla volontà di Dio.

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Pena di morte - sedia elettrica

2017/10/20

"La schizofrenia gnostica sulla pena di morte"

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

All’inizio del quinto secolo, nel primo libro de La città di Dio Agostino scrive: “L’autorità divina ha stabilito alcune eccezioni al divieto di uccidere”, “Non trasgrediscono perciò il comandamento non uccidere quelli che conducono guerre volute da Dio e, ricoprendo posti di pubblico potere, hanno condannato a morte conformemente alle leggi, cioè secondo i giusti dettami della ragione, delle persone colpevoli”.

Il Catechismo della chiesa cattolica, al numero 2266, chiarisce: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Il catechismo specifica: “La pena ha lo scopo di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Il potere temporale cristiano e la stessa Chiesa, quando ha avuto potere temporale, si sono sempre attenuti a queste indicazioni.

Negli ultimi decenni il pensiero gnostico, radicale, e liberal massonico, ha aperto un fuoco di sbarramento contro la pena di morte, che non si dovrebbe applicare mai, in nessun caso, nemmeno in presenza di crimini efferati. Curiosamente l’avversione alla pena di morte inflitta ai malfattori si è affermata parallelamente all’esaltazione della pena di morte inflitta agli innocenti: ai milioni di bambini uccisi nel seno della propria madre, e, per ora, alle migliaia ma in un futuro prossimo ai milioni di persone uccise perché vecchie o malate o disabili. L’aborto è definito e propagandato come scelta di libertà e diritto umano, mentre la morte applicata ai malati e alle persone in difficoltà viene detta “buona”, “dolce”: eutanasia, per l’appunto. In definitiva una specie di morte tutta particolare che, in fondo, non sarebbe una morte.

L’alleanza con la morte che il pensiero dominante impone e vuole ratificato per legge si accompagna all’orrore per la morte inflitta ai colpevoli dei più gravi reati. Come spiegare una simile schizofrenia?

L’istituzione che genera, protegge e tutela - anche se, purtroppo, non sempre - la vita in tutte le sue fasi è la famiglia. In particolare è la famiglia che protegge la vita dei neonati, dei bambini e degli adolescenti. La vita di quanti sono il bersaglio privilegiato degli “orchi” che purtroppo esistono e non sono pochi.

Un violento attacco alla famiglia è sempre stato caratteristico del mondo gnostico, ma lo è in modo particolare del mondo gnostico sviluppatosi a partire dalla rivoluzione luterana, trionfante ovunque grazie alla dottrina dei “lumi”.

E’ possibile che all’origine dell’opposta valutazione della morte (buona per gli innocenti, cattiva per i colpevoli) ci sia, anche, il desiderio degli orchi di sfuggire alle dure condanne in cui potrebbero incorrere? E’ possibile che si voglia smantellare la difesa dell’ordine pubblico e della “sicurezza delle persone” a partire dall’eliminazione del massimo deterrente (per estremo e terribile che possa essere) agli orrendi reati a sfondo sessuale?

Angela Pellicciari

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Catalogna

2017/10/05

"Stato nazionale: un diritto naturale?"

La vicenda dell’unificazione italiana durante l’Ottocento può aiutarci a capire cosa sta succedendo oggi in Spagna? Forse. Qualche considerazione: l’anima del risorgimento è la massoneria, un’istituzione dal carattere internazionale, che si serve del mito del nazionalismo per scompaginare l’esistente privandolo della sua forza. L’unica istituzione che contrasta le mire egemoniche della massoneria è la chiesa cattolica, ergo la chiesa va distrutta, Roma espugnata, lo stato pontificio eliminato. Roma è da sempre caput mundi? Roma deve diventare caput Italiae.

Il nazionalismo in Italia è merce di importazione. In ordine cronologico sono Napoleone, Palmerston e Murat a spiegarci che la nostra nazione doveva risorgere dalla schiavitù in cui da tanto tempo giaceva (da quando era cattolica). La più convinta paladina del diritto agli stati nazionali durante l’Ottocento è l’Inghilterra, massima potenza coloniale. Il mondo liberale impone il diritto alla nazionalità ai soli stati cattolici: è nel nome del nazionalismo che gli Stati Uniti sostituiscono la Spagna nel controllo degli stati latino-americani appena liberati (la famosa teoria della “America agli americani” sostenuta nel 1823 dal presidente Monroe); è nel nome della libertà e dell’indipendenza che si persegue l’allontanamento dell’Austria dalla penisola italiana; è ancora nel nome della libertà e dell’indipendenza che verrà imposto –questa volta ad opera principalmente della Francia- il dissolvimento dell’impero austro-ungarico. Per contrastare la propaganda liberale, per fare un minimo di chiarezza sull’uso delle parole e sul loro significato, nel 1846 il gesuita Luigi Taparelli D’Azeglio (fratello di Massimo e Roberto che, pur di differenziarsi dagli “illuminati” e ingombranti fratelli, aggiunge il cognome materno a quello paterno) scrive un piccolo testo molto chiaro: Nota sulla nazionalità.

A fronte della semplicità del ragionamento dello storico massone Giuseppe La Farina (1815-1863) che nella sua Storia d’Italia scrive: “il principio e la fonte di ogni diritto è il diritto naturale, del quale è parte essenziale il diritto nazionale”, “L’unità nazionale è la rivendica di un diritto naturale, e ciò che la natura ordinò dovere osservare”, Taparelli si domanda: il diritto agli stati nazionali è davvero basato sul diritto naturale? Si può invocare il principio della nazionalità in modo assoluto, a prescindere da qualsiasi altro tipo di considerazione? Si può parlare di schiavitù a proposito di qualsiasi governo sovranazionale?

No, è la risposta. Non si può invocare il diritto alla nazionalità prescindendo dalla giustizia e dal diritto: “Il vero, il supremo tornaconto de’ popoli come degl’individui, è sempre l’osservanza del dritto dell’ordine”; “la società non viene a rendersi schiava con l’obbedire a principe straniero, finché questo la ordina a bene sociale di lei, conservandole l’essere suo, la sua lingua, le sue istituzioni ec. Giacché il vero schiavo […] egli è un uomo ordinato nell’essere suo al bene d’altro uomo, un uomo immolato al suo simile; onde una nazione ordinata al bene suo proprio non è schiava: schiava sarebbe se si ordinasse al bene privato del suo solo principe, ovvero al ben di popolo straniero”.

“Contingente, sì, è nella sua applicazione il vocabolo Nazione, giacché chi non vede essere oggidì le Nazioni tutt’altre da quelle che furono? E chi assicura che non saranno fra un secolo tutte altre da quelle che or sono?”; “Tutto è contingenza, tutto eventualità nell’applicazione concreta dell’idea Nazione: toglietene la costante l’invariabile norma del dritto, e ridurrete ogni ordine pubblico a barcollare perpetuamente sopra l’onde burrascose delle vicende”. Oggi in Catalogna una minoranza di cittadini vuole la repubblica. Una minoranza violenta che esplicitamente si rifà al comunismo e alla repubblica spagnola del 1936, con l’odio per la chiesa che li caratterizza. Una minoranza che per imporsi usa una bandiera: indipendenza nazionale. Diritto all’autodeterminazione. Questa storia l’abbiamo già vissuta.

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Tenda Porto San Giorgio

2017/09/14

"Una settimana senza soldi e senza cellulare per annunciare l’amore di Dio"

(da "La Verità")

Come si annuncia la buona notizia? Come ha voluto Gesù: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,9-10). Solo in questo modo, cioè solo mettendo a disposizione la loro vita, i discepoli sono credibili. Si è chiuso martedì 12 il periodo di circa tre mesi in cui 13.000 fra uomini, donne, preti, seminaristi, giovani e meno giovani, appartenenti al Cammino neocatecumenale, hanno annunciato in tutte le nazioni in cui sono presenti che Gesù ha vinto la morte e ci ama. In una parola hanno annunciato il Vangelo, la buona notizia. Sono stati inviati due a due (maschi e femmine separati), dopo che le coppie sono state estratte a sorte, come a sorte è stata estratta la località di missione, senza soldi, senza cellulare, senza niente. Avevano solo la Bibbia, il salterio, il rosario, il crocifisso e il biglietto di andata e ritorno per il posto della missione. E’ quasi incredibile ma tutti, dico tutti, anche quelli che hanno dormito sempre all’aperto racimolando qualcosa per sopravvivere (anche le briciole date alle oche nei parchi, come è successo a Gabriel a Tudela del Duero), tutti sono tornati dopo una settimana contenti. Una settimana, questa infatti era la durata della missione. Andando per strada, nei parchi, nei bar, nei centri commerciali, si incontrano persone di ogni tipo. E spesso succedono fatti singolari, per non dire miracolosi, per non dire incontri che Dio ha espressamente previsto, permesso e voluto. Così racconta Cletha, 50 anni, indiana, in missione a Hubli: “abbiamo incontrato una ragazza che sembrava sconvolta, le abbiamo annunciato la vittoria di Cristo sulla morte, è scoppiata a piangere e ci ha consegnato dei soldi che aveva in borsa: le servivano per acquistare veleno per farla finita (di casi del genere, di persone che stavano per uccidersi, ne sono stare incontrate parecchie). La chiesa, corpo di Cristo, somiglia al suo Signore: è splendida. E quando si vede, quando si intravede lo splendore della chiesa, si resta stupefatti. Qualche testimonianza fra quelle che, al ritorno, ho avuto modo di ascoltare:

“Sono Francesca, 44 anni, di Verona, avvocato, sposata con Andrea. Da 4 anni, dopo aver lasciato tutto, siamo catechisti itineranti in Kenya e Tanzania. Io sono stata inviata insieme ad una sorella tanzana, Eva, nella città di Arusha, nel nord. Questa missione è stata per me umanamente una follia (due donne, sole, senza soldi, cellulare, vestiti di ricambio, senza sapere dove dormire, come muoversi… in Africa!), ma una "follia" benedetta da Dio. Sono partita piena di timore, sentendomi impreparata ed incapace di affrontare la realtà africana senza mio marito, ma nella precarietà e povertà dell'ospitalità che abbiamo ricevuto, in una parrocchia della periferia con strade polverose e piene di immondizia, dormendo in una stanza con un solo letto per entrambe, con un bagno senza porta, senza doccia e con poca acqua, ho sperimentato una gioia, una pace, una felicità enorme, un'intimità con Cristo mai vissuta così intensamente: stare con Dio non solo basta, ma appaga ogni desiderio. Pur nel disagio, nella difficoltà di parlare la lingua swahili, in alcuni casi anche nell'umiliazione del rifiuto, annunciare la Buona Notizia e l'amore di Dio mi rallegrava profondamente. Le persone erano molto colpite dalla nostra esperienza personale, soprattutto quella di Eva, anche lei moglie senza figli (maledizione grandissima e sofferenza insuperabile per la cultura africana): il vescovo, nel lungo incontro che abbiamo avuto con lui, le ha chiesto più volte se davvero credesse che questa sua croce fosse redenta e, ancora più stupito, le ha domandato se suo marito fosse rimasto con lei! Lui e molti parroci si sono meravigliati del tipo di missione che stavamo facendo, increduli per il fatto che eravamo davvero partite senza nulla e (curiosamente) stupefatti per il nostro annunciare la buona notizia per le strade a tutti: cristiani cattolici, non cattolici, musulmani. In sintesi: in un luogo che io non avrei mai scelto ed in condizioni certamente non confortevoli, una settimana in perfetta letizia, in cui si è manifestata tangibilmente la Provvidenza”.

“Mi chiamo Elia, ho 32 anni, sono sacerdote della Diocesi di Roma. Sono stato inviato ad Ancarano, un paesino in provincia di Ascoli Piceno. Sono tornato da questa esperienza rinnovato nell’anima perché io, che sono un ragazzo attento all’aspetto esteriore, ho sperimentato la precarietà di dormire 5 notti all’aperto senza potermi mai lavare e digiunando molte volte. In tre occasioni mentre dormivamo sono venuti dei ragazzi a deriderci e a scattarci delle foto. Per me è stato molto umiliante soprattutto nell’ultima notte quando volevano rubarmi le scarpe. In quel momento, quando sono andati via questi ragazzi, ho avuto un combattimento interiore molto forte, nel quale stavo per maledire questa esperienza, ma ho sentito forte la presenza di Cristo che mi diceva “Sono con Te”. Questo ha fatto scendere la pace nel mio cuore e mi sono addormentato. Prima di andarcene abbiamo saputo che il luogo dove abbiamo dormito era un giardino appartenente ad un istituto di suore che, una volta abbandonato, è diventato luogo di riti satanici. Per questo motivo credo sia stata provvidenziale la presenza di Cristo attraverso due semplici missionari che hanno offerto scomodità per questo paese”.

“Sono Sara, 42 anni, giornalista. Sono stata in un paesino dell'appennino abruzzese. Abbiamo annunciato l'amore di Dio e la vittoria di Cristo sulla morte per strada, nelle case, al bar, vedendo accendersi la speranza negli occhi di coloro che ascoltavano. Il Signore ci ha accompagnato e, anche se il parroco non ci ha accolto, non ci è mancato il cibo e abbiamo dormito tutte le notti sul pavimento di una sala che ci è stata offerta. La gente era stupita della nostra totale precarietà, disposte a rischiare, scomode, eppure nella gioia. Alla fine sembrava che non volessero più lasciar andar via "le missionarie". “Sono Armando, 38 anni, presbitero itinerante. Sono stato inviato a Milano, in centro. Nessuno ci ha accolti (ad eccezione di un presbitero ortodosso, che ci ha offerto una cena), nessun parroco ci ha ospitati né tantomeno le pochissime persone che ci hanno ascoltato: nessuno credeva che fossi un prete cattolico. Ho dormito per strada con i barboni e sono stati loro ad ascoltare la buona notizia e a provvedere per il cibo e qualche cartone per dormire. “Ai poveri è annunciata la buona notizia”: ho sperimentato che Dio c'è e che i poveri sono quelli che lo accolgono”.

“Sono Lucio, 69 anni, 8 figli, itinerante. Sono stato inviato a Genova dove ci hanno accolto solo i barboni della stazione: uno di loro ci ha accompagnati a dormire insieme a lui e ad altri 8 al pronto soccorso dell'ospedale. Abbiamo avuto la grazia di annunciare alle prostitute la buona notizia ricordando quanto ha detto Gesù: “le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli”. Tutte hanno ascoltato il Vangelo poi tutte hanno baciato il crocifisso”.

“Sono Denis, 35 anni, sono prete dello Zambia inviato a Lusaka. Abbiamo incontrato un ubriaco che ci si è avvicinato chiedendo aiuto. Diceva di non volere soldi, ma “una parola”. Gli ho detto che Dio lo amava e quell’uomo ha cominciato a piangere come un bambino: era un prete cattolico la cui vita, da quando era stato scomunicato, si era trasformata in un inferno”. È la forza morale dei cristiani, quella che rende uomini e donne di ogni ceto e di ogni età capaci di rischiare e di mettere in gioco la propria vita, che ha dato forma e vita a quello che si chiama occidente. E che l’occidente, oggi letteralmente a pezzi, ha rifiutato. In quest’Italia stanca, senza guida, senza morale e senza figli, con gente che viene da altri mondi sparsa un po’ dappertutto senza alcuna possibilità di essere integrata nel tessuto sociale e culturale locale, questi missionari sono una speranza. Sono La speranza.

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Karl Marx

2017/08/23

Le élite ci hanno ridotto a colonie, un crimine di cui sarà chiesto conto

Si incentiva l'immigrazione musulmana perchè si vuole distruggere la cultura cattolica

(da "La Verità")

Nel 1844 Marx iniziava i suoi Manoscritti economico filosofici con una domanda seria: come mai le quantità di merci prodotte non fanno che aumentare mentre la popolazione diventa sempre più povera? Invece di rispondere, lui ebreo, nell’unico modo possibile, e cioè perché l’uomo, avendo ripudiato Dio, si è abituato a trattare i poveri come bestie per produrre ricchezza, Marx si è inventato una risposta gnostica grazie alla quale, riscrivendo il DNA della natura umana, presumeva di risolvere i problemi della società liberale: la causa della palese contraddizione di una ricchezza sempre maggiore cui corrispondeva una povertà sempre più generalizzata, l’origine di tanta ingiustizia, andava individuata nella proprietà privata dei mezzi di produzione. Col risultato di trasformare in despoti satanici quanti hanno guidato il processo di spogliazione dell’uomo di tutto quello che ha di più caro, e lo hanno fatto, per di più, in nome della giustizia e della libertà.

Qualcosa di simile accade anche oggi. Oggi come allora siamo spettatori di una gigantesca contraddizione: come mai da decenni le nostre autorità politiche, europee e nazionali, non fanno che incentivare l’immigrazione di popolazioni in prevalenza musulmane, immigrazione per cui vengono spese cifre astronomiche mentre viene abbandonata a sé stessa la nostra popolazione povera? Le persone più avvertite danno a questo interrogativo una risposta che in realtà pone una seconda domanda: perché abbiamo bisogno di manodopera, di persone che paghino le nostre pensioni, rispondono, dal momento che la popolazione europea ha smesso di mettere al mondo figli.

Ma se il problema è davvero questo, se le cose stanno così, se il punto è che non facciamo più figli, come mai allora, e questa è la domanda, la nostra classe dirigente, tutti i mezzi di comunicazione di massa, televisioni e film, e adesso anche le scuole, non fanno che pubblicizzare come diritto di civiltà uno stile di vita che promuove la dissoluzione della famiglia e, quindi, la decrescita della popolazione?

Nel 1884 Leone XIII scriveva nell’Humanum genus: “poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto”. Al di là delle interessanti e articolate risposte al dramma cui stiamo assistendo, dramma che, se non interrotto, condurrà la popolazione italiana alla guerra civile, una guerra fra poveri, e alla completa dissoluzione della nostra bimillenaria, splendida, cultura e identità, la risposta vera non può che essere una: perché le élites illuminate che ci dominano e ci hanno ridotto a colonia, disprezzano, anzi odiano, la cultura cattolica, ponendo in atto ogni mezzo per distruggerla.

Certo, di questo crimine sarà chiesto conto a quanti l’hanno promosso, come sarà chiesto conto ai politici che si sono girati dall’altra parte facendo finta di niente. Sarà chiesto conto però anche a noi e alla nostra spensierata quanto cieca e supina acquiescenza.

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L’esecuzione Della Giustizia

2017/08/10

Gran Bretagna, l'isola fedele. Nonostante tutto

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

Un tempo era l’isola fedele. Sto parlando della Gran Bretagna. Isola fedele a Roma. Beda il Venerabile (672-735), nella sua Storia ecclesiastica degli angli, così descrive il terrore e la disperazione che si diffondono al tempo delle invasioni barbariche: “Nell’anno 1164 dalla sua fondazione, Roma fu presa e saccheggiata dai Goti. Da quel tempo i Romani cessarono di governare in Britannia, dopo circa quattrocentosettanta anni da quando Giulio Cesare era sbarcato sull’isola”; privata della sua difesa, alla Britannia “non restò altro che diventare essa stessa una preda”: Scotti a ovest, Pitti a nord, “venne a trovarsi immersa nel terrore e nel dolore per molti anni”, “come gli agnelli dalle bestie feroci, così i miseri cittadini sono straziati dai nemici”. Dopo Scotti e Pitti è la volta dei Sassoni –orientali, meridionali, occidentali-, degli Angli –orientali e centrali-, dei Merci e dei Northumbri. Un caos. Come, a distanza di secoli da Beda, scrive il grande polemista-poeta Chesterton ne La ballata del cavallo bianco: “gli dei del caos urlano per la caduta di Roma”.

Le cose cambiano in fretta quando un grande papa, Gregorio Magno (590-604), “per ispirazione divina”, invia 40 monaci al seguito di Agostino a rievangelizzare l’isola tornata pagana. I missionari, in un primo momento “vinti da un terrore che li paralizzava, pensarono di tornarsene a casa piuttosto che recarsi da una gente barbara, feroce, miscredente, della quale non conoscevano neppure la lingua”, ma papa Gregorio non arretra e li sprona, li esorta, li ammonisce: “Sarebbe stato meglio non iniziare una buona opera piuttosto che pensare di tornare indietro”. Ripreso coraggio i monaci vanno e la missione ha un tale successo, la predicazione di Agostino avviene con tali e tanti miracoli, che Gregorio, pieno di consolazione, scrive: “Per amore di Lui [Gesù] noi cerchiamo in Britannia dei fratelli che non conosciamo, e per suo dono abbiamo trovato coloro che cercavamo senza conoscerli”.

Da allora e per tanti secoli l’Inghilterra, piena di riconoscenza a Roma e al papato che ne ha direttamente promosso l’evangelizzazione, ha una vita religiosa splendida, piena di monasteri e abbazie, ricca di vocazioni, protagonista, in strettissima comunione con Roma, dell’evangelizzazione dei sassoni rimasti sul continente col monaco Bonifacio (673-754) patrono della Germania.

Le radici cattoliche della Gran Bretagna sono molto profonde. Tanto che la stessa riforma anglicana non smette di rivendicare per i vescovi inglesi la successione apostolica. A voler sradicare dal cuore degli inglesi la fedeltà a Roma è Enrico VIII, il re che sposa sei donne, ne fa uccidere due, e si dichiara capo della chiesa. Eppure nonostante tutto, nonostante la barbarie della persecuzione, della crudeltà, della violenza, della calunnia e delle menzogne usate contro i cattolici, la brutalità del potere non riesce a riportare una vittoria completa. Nel corso dei secoli conversioni spettacolari sono lì a dimostrare che la battaglia antiromana non è stata del tutto vinta (Newman e Chesterton sono solo due fra gli esempi più famosi relativi agli ultimi due secoli), fino ad arrivare ai nostri giorni quando una costituzione apostolica di Benedetto XVI consente non solo ai singoli ma ad intere comunità parrocchiali di tornare a casa nella chiesa romana (Anglicanorum coetibus, 2009).

Bisogna dire che anglicani, puritani e presbiteriani ce l’hanno messa tutta. A cominciare dal piano culturale. Empirismo, massoneria, sistematica riscrittura della storia, invenzione del pericolo della sovrappopolazione (Malthus), introduzione del caso al posto di Dio (Darwin), eugenetica (Galton). Eppure, nonostante tutto, in Inghilterra non sono del tutto scomparse le radici cattoliche. E così, tanto per dirne una, nel cuore di Londra, a due passi da Marble Arch dove c’era l’albero di Tyburn, il patibolo inventato da Enrico VIII per torturare e uccidere i condannati, c’è il convento di Tyburn con l’adorazione perpetua a presidio della nazione inglese.

Secoli di menzogne anticattoliche scritte e diffuse in tutto il mondo da coloro che fino all’inizio del novecento hanno avuto un impero mondiale non sono facili da smontare. Ma è un lavoro che va fatto. Elisabetta Sala l’ha fatto e lo sta facendo. Dopo aver scritto su Enrico VIII (L'ira del re è morte, 2008), sua figlia Elisabetta (Elisabetta “la sanguinaria”, 2010) e il cattolico Shakespeare (L' enigma di Shakespeare, 2011), adesso l’ha raccontato nella forma più immediata con un romanzo, un romanzo storico: L’esecuzione della giustizia (467 pp., 22,90 euro, D’Ettoris ed.).

Dagli scritti di Elisabetta traspare un amore per l’isola fedele che tale è rimasta, nonostante tutto, in nicchie non trascurabili della popolazione. Un bel romanzo.

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Gheddafi Napolitano

2017/08/05

Quando Napolitano ascoltava il grido di dolore

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

Tengono banco le parole del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano sulla decisione di entrare in guerra contro la Libia. Decisione che l'ex esponente comunista ha addossato a Berlusconi provocando la vibrata reazione di molti esponenti del centro destra. Ma come andarono le cose? E davvero Napolitano non c'entrò nulla in quella operazione che già allora si profilava essere un autogoal per i nostro Paese? C'è chi, in tempi non sospetti, l'aveva detto, commentando proprio le parole di Napolitano che parafrasò proprio "le grida di dolore" di ottocentesca memoria. E' la studiosa di storia del Risorgimento Angela Pellicciari, corsivista della Nuova BQ, che in un articolo pubblicato su Il Tempo di Roma commentava proprio questo endorsement dell'allora inquilino del Quirinale sulla Libia. Lo ripropniano per i lettori della Bussola e per gli smemorati di oggi.


Hanno dell’incredibile gli accenti accorati con cui Napolitano ha rievocato le “grida di dolore” che si levavano verso i Savoia dall’Italia centro-meridionale. A detta di questa leggenda gli italiani “gemevano” invocando la liberazione che sicuramente sarebbe venuta dal nord sabaudo.

La liberazione è costata alla Sicilia reiterate dichiarazioni di stato di guerra e di legge marziale. Gli abitanti dell’Italia meridionale sono stati costretti all’emigrazione di massa dai governi liberatori che, invece della tanto sbandierata libertà, hanno portato corruzione, sopruso e miseria. Ha dell’incredibile, ripeto, che un Presidente della Repubblica che ha alle spalle una decennale militanza nel partito comunista che quelle grida, con Gramsci, irrideva, e che non si è ribellato alla carneficina del popolo cecoslovacco invaso dalla liberatrice armata sovietica, ha dell’incredibile, ripeto, che questo presidente, con questa tradizione alle spalle, si spenda tanto accoratamente per difendere le grida di dolore del popolo libico assediato a Bengasi. Perché finalmente gli stati si armino e vadano alla guerra contro Gheddafi. Contro quel Gheddafi che tutti, assolutamente tutti i governi della repubblica di ogni colore, hanno rincorso pur di garantirsi vantaggiosi accordi commerciali.

Ricordava Francesco Agnoli sul Foglio del 17 le parole pronunciate da Palmiro Togliatti nel corso del XVI congresso del PCUS: il migliore irrideva con disprezzo la propria ridicola e mandolinesca italianità per inneggiare alla gloriosa appartenenza all’universo sovietico staliniano. Dovevamo aspettare un governo a guida dell’ex (mai rinnegato) comunista D’Alema per fare la guerra alla Serbia senza dichiarazione di guerra in obbedienza al dictat americano. Adesso ci risiamo. Ma chi ci garantisce dell’autenticità delle grida di dolore? L’esperienza dovrebbe insegnarci che più la retorica insiste sulla moralità di un’azione di guerra più la faccenda è dubbia.

In particolare: ci si rende conto di cosa questa guerra significhi per l’Italia? E se, l’ho già scritto, questi insorti non fossero affatto da compiangere e sostenere? E se dietro una vernice di presentabilità avanzasse quel terrorismo islamico che Gheddafi ha negli ultimi tempi combattuto con estrema determinazione? A Bengasi, in particolare, reiterate sono state negli ultimi anni le azioni di guerra notturne di commandi islamici. Da noi poco se ne è saputo, ma questa è la dura e cruda realtà.

Quando è in gioco la vita di tante persone converrebbe usare davvero quella modestia e quella prudenza che pure Napolitano ha invocato. Converrebbe smetterla di far finta di niente per continuare a giocare alle anime belle.

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Multiculturalismo

2017/06/27

Marcia indietro fratelli

(da "La Verità")

Qualche decennio fa’, dal parrucchiere, mi è capitato di sfogliare una rivista patinata in cui si esaltava la bellezza del multiculturalismo di stampo newyorkese di cui veniva auspicata la diffusione in ogni angolo della terra. Era la prima volta che vedevo affermato come buono un simile stile di vita e ho fatto fatica a capire. Mi sfuggivano i termini del discorso. Sono restata come in un limbo in cui non comprendevo in cosa consistesse la bellezza dell’affiancamento, l’una accanto all’altra, tutte poste sullo stesso piano, di differenti culture, religioni, convinzioni. Ero ingenuamente abituata a pensare diversamente. Nel frattempo sono cresciuta. Da allora fino ad oggi, a parte un piccolo numero di persone, giornalisti, intellettuali, sacerdoti, nessuno ha difeso come la migliore di tutte la nostra cultura, la nostra religione, la nostra tradizione. Nessuno salvo, in qualche solitaria uscita, Berlusconi. Naturalmente circondato dall’irrisione generale. A parlare era l’impresentabile, l’incivile, lo stolto del villaggio.

Oggi qualcuno comincia piano piano, per non fare troppo rumore, per non dover apertamente praticare l’autocritica, a fare marcia indietro. Enough is enough, ha scandito Teresa May. Oggi sono in diversi a scriverlo: il multiculturalismo ha dato la possibilità all’islam di creare oasi protette da cui partire per seminare terrore e soggiogare le società aperte, tolleranti, pronte ad accettare tutto. E infatti, in nome dell’uguaglianza e dell’equipollenza di tutte le opzioni di vita, è stata permessa la costituzione in Europa di enclaves islamiche in cui vige la sharia, spesso la poligamia, in cui cinquantamila ragazze sono state “purificate” con mutilazioni genitali, in cui è praticata la combinazione di matrimoni con quasi-bambine, o l’uccisione di quanti si convertono. Si è arrivati in Gran Bretagna, ma non solo lì, a tollerare una rete che per anni ha organizzato la sodomizzazione di ragazzi da parte di ricchi pakistani. Rete che la polizia, al corrente del traffico, si è ben guardata dallo smantellare non volendo rischiare l’accusa di razzismo islamofobo. In nome del multiculturalismo abbiamo accettato stili di vita barbari da cui la nostra cultura cristiana ci ha da quasi due millenni liberato.

Il punto allora è: da quale fonte, da quale ispirazione, è penetrata in occidente, in America come in Gran Bretagna e, di lì un po’ ovunque, la convinzione che tutte le religioni e le culture siano equivalenti? A chi è stato utile il multiculturalismo? Chi lo ha pubblicizzato come la migliore delle scelte di civiltà (espressione ripetuta come un mantra)? Nel 1723 il pastore presbiteriano James Anderson scrive le Costituzioni dei liberi muratori e specifica che “la Massoneria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti”. La Gran Bretagna si avvia a governare un impero largo quanto il mondo, esteso a tutti i continenti. Cosa tiene unito l’impero, quale il collante ideologico di tradizioni e religioni diversissime avendo escluso l’evangelizzazione, avendo escluso la fede? Se non c’è una fede condivisa, cosa accomuna madrepatria e colonie? Cosa li rende compatibili? In assenza di quello religioso, si impone la necessità di trovare un minimo comun denominatore di tipo culturale e non c’è dubbio che il mondo delle logge abbia approntato un solido denominatore comune di tipo culturale. Quando si parla di logge si parla di diverse “obbedienze” e infatti al loro interno vige la pratica di un’obbedienza giurata, ferrea. Quando per qualche ragione l’obbedienza viene meno, quando non si riesce a controllare una fetta consistente della popolazione mondiale e quando questa mette a repentaglio la convivenza di tutti, allora “enough is enough”. Gli islamici, lo stiamo imparando, non vogliono convivere, vogliono dominare. In nome di Allah. E, bisogna dargliene atto, hanno ragione. Fanno bene a smascherare il buonismo della nostra dabbenaggine multiculturale. Vedremo come va a finire.

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Giovanni Paolo II

2017/06/02

La santità virile di Giovanni Paolo II

(da "La nuova bussola quotidiana")

Il tempo passa e porta via anche le cose belle. Eppure quando si parla di Wojtyla, quando si racconta qualcosa di lui, la memoria, la gratitudine e la commozione tornano in fretta. Succede leggendo il libro che gli hanno dedicato il suo fotografo e un sacerdote polacco che gli è stato spesso a fianco (Robert Skrzypczak\ Arturo Mari, Toccare la santità, Il cammino umano e spirituale di Giovanni Paolo II, Fede e Cultura, 283 pp, 19 euro). Un libro attento a tutte le tappe della vita del papa santo, a partire da quelle che lo vedono vescovo, vescovo al concilio, vescovo quasi sconosciuto poi stimato e apprezzato relatore all’assemblea, quindi papa. E papa globetrotter, sempre immerso nella preghiera, con la vita minacciata ogni minuto, senza un attimo da dedicare a sé.

"LEI E'UN CRIMINALE!" - Mentre leggiamo passano sotto i nostri occhi le immagini delle pagine di storia scritte in tante parti del mondo. Così, in Nicaragua, le parole sdegnate rivolte al sacerdote Ernesto Cardenal, ministro del governo sandinista violento e anticristiano: “E lei, padre, che cosa sta facendo qui? Questo non è il suo posto, il suo posto è in parrocchia, al servizio per la povera gente. Non qui!”. Oppure quando, il 9 maggio 1993, alla valle dei templi di Agrigento si rivolge alla mafia gridando: “Voi, maledetti! La mafia che uccide la gente, la mafia che uccide i bambini, la mafia che uccide le famiglie!”, “Ricordate che un giorno renderete conto a Dio di tutto quello che avete fatto! Soltanto lui sarà il giudice della vostra vita. Vergognatevi, assassini!”. Cose note e cose rivelate da chi, come Arturo Mari, gli sta sempre vicino. E così, a Khartum, in Sudan, il 10 febbraio 1993, quando dopo aver ordinato al sacerdote arabo che faceva da interprete: “Adesso lei tradurrà alla lettera tutto quello che io dirò”, scandisce davanti al dittatore che regge uno stato imbarbarito dalla violenza: Egregio Signor Presidente “Lei è un criminale! Ma un vero criminale! Si ricordi, che un giorno lei dovrà rendere conto a Dio di questo misfatto che sta facendo. A Dio! Se lo ricordi! Lei fa uccidere fratelli, bambini, donne… Un giorno lei si vergognerà davanti a Dio di tutto questo”.

AMATA ROMA - O anche, e in un contesto del tutto diverso, l’episodio di un bambino di 9 anni che scappa di casa per fare gli auguri al papa senza aspettare la mamma che rischia di fargli fare tardi perché impegnata in una toletta che dura ore. O la perla dell’amore di Wojtyla per Roma: “Quando pregava nel suo studio, lo faceva sempre stando in piedi e davanti la finestra, guardando la sua Roma. Perché il Santo padre la chiamava la sua Roma. Dopo un quarto d’ora, concludeva la sua giornata benedicendo la città. Salutava Roma. E la città di Roma lo sapeva e gli è stata sempre riconoscente”.

DIO E' COMUNIONE FISICA - E oltre agli episodi, noti o sconosciuti, lo splendore della fede e dell’elaborazione filosofica e teologica di Wojtyla. In particolare del personalismo e della teologia del corpo: “L’uomo è divenuto immagine e somiglianza di Dio non soltanto attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la comunione delle persone, che l’uomo e la donna formano fin dall’inizio. L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto nel momento della comunione”; “la nostra sessualità è più importante di quanto non immagini la rivoluzione sessuale. La descrizione dell’amore fisico come un’immagine della vita interiore di Dio ha iniziato a malapena a prendere forma nella teologia, nella predicazione e nell’educazione religiosa della Chiesa”.

IN TEMPI DI SCONFORTO - E poi i miracoli, i tanti miracoli, il perdono dato subito dopo l’attentato al proprio carnefice, dall’ospedale, e ribadito nell’incontro in carcere, e il vangelo della sofferenza. La sofferenza che il papa ha capito necessaria al successore di Pietro per annunciare il vangelo. In tempi di tanta cupezza, sconforto, confusione –anche nella chiesa-, il ricordo del papa polacco fa respirare. Che dire? Un libro bello. Che fa piacere leggere. Che si legge con la leggerezza, il sorriso, la levità che appartiene alle cose di Dio, quelle sante.

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stelle

2017/04/23

"Teo-Grillini", la sintesi impossibile

(da "La Nuova Bussola Quotidiana")

Era già strano che i funerali di Gianroberto Casaleggio si fossero svolti in chiesa, così, come se niente fosse. Come se il suo pensiero, invece che gnostico in modo aperto, non contasse nulla. Senza pubblica ritrattazione degli errori, senza pubblico pentimento. Adesso è arrivata da duplice fonte, Avvenire e il suo direttore Tarquinio intervistato dal Corriere, l’apprezzamento della bontà di molte delle posizioni dei 5 stelle. Movimento che lo stesso nome “5 stelle” avrebbe dovuto indurre a qualche attenta considerazione essendo sia il numero 5 che le stelle patrimonio ideale delle sette massoniche delle varie osservanze.

Se la cosa non fosse tragica, sarebbe ridicola. Basterebbe questo singolo episodio per giustificare quanto i detrattori della chiesa, Lutero in testa, hanno detto e scritto sull’unica ragione che conta davvero per i preti: i soldi. In questo caso l’8 per mille.

Morto Gianroberto i pentastellati, cioè il figlio Davide, hanno creato un sistema operativo dal nome importante: Rousseau. La leggenda della rete, dell’uno vale uno, della democrazia diretta, non poteva essere rappresentata meglio. Che cosa voleva Rousseau? Il noto pedagogista che, avendo 5 figli, tutti e cinque li ha mandati in orfanotrofio perché il suo tempo era troppo prezioso per essere dedicato a bambini, ha descritto con precisione in cosa consiste la vera democrazia. La democrazia diretta, senza inutili mediazioni.

Nel rispetto della democrazia Rousseau, nel Contratto sociale pubblicato nel 1762, definisce in questi termini il concetto di “volontà generale”. In cosa consiste questa espressione che suona tanto bene? “La volontà generale si propone l’interesse comune”: è pertanto quella volontà che “è, o deve essere, il vero motore del corpo sociale”. Chi incarna la volontà generale? Rousseau risponde: la volontà generale è il risultato del patto di unione fra uguali che produce “l’alienazione totale di ciascun individuo con tutti i suoi diritti alla comunità”, dando vita ad “un corpo morale e collettivo” che riceve unità, “il suo io comune, la sua vita e la sua volontà”, dal patto originario. Ancora: “Colui che osa prendere l’iniziativa di fondare una nazione, deve sentirsi in grado di cambiare, per così dire, la natura umana”; bisogna “che egli tolga all’uomo le forze che gli sono proprie, per dargliene altre che gli sono estranee”. Dal momento che lo “io comune” di cui parla Rousseau non esiste, la conseguenza inevitabile e logica della sua filosofia è il totalitarismo: “Tutti ugualmente hanno bisogno di una guida” (tutti, sia i singoli che la collettività); perché il patto sociale non sia “una vana formula”, “chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale, vi sarà costretto da tutto il corpo; ciò non significherà altro che lo si obbligherà ad essere libero”.

Questa splendida trovata che permette, in nome della libertà, la totale sottomissione dell’individuo ai voleri dello Stato, cioè al gruppo di potere che lo governa, è stata messa in pratica alla lettera dalla rivoluzione francese che nell’articolo 6 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dichiara: “La legge è espressione della volontà generale”. Bisogna dire che la prassi del movimento 5 stelle va perfettamente d’accordo con la teorizzazione della volontà generale. Mai nome fu più adatto di quello di Rousseau. A quanto mi risulta, al contrario, mai prima d’oggi la Chiesa ha avuto simpatia per le frasi ad effetto delle avanguardie rivoluzionarie.

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Lutero

2017/03/01

Lutero, quando la misericordia è contro la verità

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Non so quanti siano i lettori dell’Osservatore Romano, a quanto si dice non molti. Per parte mia leggo solo gli articoli che, di tanto in tanto, mi vengono segnalati. Mi è capitato così, diversi anni fa, di manifestare qualche sconcerto di fronte al tentativo di recuperare il Marx buono, come al plauso (scritto da un vescovo) della massima cavouriana ‘libera Chiesa in libero stato’ letta alla maniera di Spadolini.

In questi giorni mi è stato segnalato un pezzo su Lutero, una pagina dal titolo “La storia momento di riconciliazione”. “Dall’animo tormentato di un uomo in cerca di un Dio da cui ricevere misericordia, nasce un seme di discordia”, scrive l’autrice Caterina Ciriello. Ohibò! Che ci si sia dimenticati della massima evangelica: “Li riconoscerete dai frutti”?

Tanti buoni sentimenti, tante buone e pie parole, tanto pellegrinaggio fra storia, arte, sapienza teologica, tanta santa contrapposizione tra l’opposizione che un tempo divideva cattolici e protestanti e la ritrovata comunione di oggi! Un articolo pieno di santi propositi e di buone intenzioni di volersi bene non andrebbe commentato. Ma è comparso sull’Osservatore.

E allora giusto qualche pensiero in ordine sparso: Ciriello dà notizia di un convegno internazionale, “Rileggere la Riforma”, tenutosi a Firenze dal 20 al 22 febbraio. I protestanti avrebbero ammirato la magnificenza artistica della cattolica Firenze, magnificenza che loro hanno perso per sempre grazie all’iconoclastia del monaco in cerca della misericordia di Dio.

Verissimo. Epperò ci si scorda di dire che, mentre Lutero è ferocemente iconoclasta (non è un particolare da poco perché - lo sappiamo da sempre e in particolare dalle opere di San Giovanni Damasceno - distruggere le icone significa negare le basi stesse del cristianesimo, perché equivale a mettere fra parentesi l’incarnazione), allo stesso tempo è invece un fervente cultore delle immagini, quelle che nel corso dei decenni elabora insieme a Cranagh per rendere plasticamente evidente ai rozzi tedeschi quale satanica sentina del vizio sia la Chiesa cattolica con tutto il suo apparato di papi, cardinali, vescovi e religiosi. Immagini orribili, disgustose, che faranno scuola ai rivoluzionari di tutte le epoche. Xilografie che Lutero vuole impreziosiscano le case del maggior numero possibile dei tedeschi per insegnare loro con mezzi semplici ed efficaci qual è il sentimento che va nutrito nei confronti di Roma: l’odio.

Ciriello finisce il pezzo con una frase ad effetto: “‘Come posso avere un Dio misericordioso?’ si chiedeva Lutero. Oggi, forse, chi ancora definisce Lutero il “demonio” che ha diviso la Chiesa, neppure si preoccupa di Dio”.

Qui basterebbe ricordare qualcuno degli epiteti riservati dal cercatore del Dio misericordioso ai papi (asino, cane, re dei ratti, drago, coccodrillo, larva, bestia, drago infernale) e soprattutto rileggere i primi due dei “sette consigli salutari” da lui indirizzati ai principi per chiarire cosa fare nei confronti degli ebrei. Primo: “è cosa utile bruciare tutte le loro Sinagoghe, e se qualche rovina viene risparmiata dall’incendio, bisogna coprirla di sabbia e fango, affinché nessuno possa vedere più nemmeno un sasso o una tegola di quelle costruzioni”. Secondo: “siano distrutte e devastate anche le loro case private. Infatti, le stesse cose che fanno nelle Sinagoghe, le fanno anche nelle case”.

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Templari

2017/02/26

A proposito di soppressioni

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

La lettura del bel pezzo di mosnignor Livi sulla Bussola del 24 febbraio (clicca qui) mi ha fatto venire in mente qualche considerazione sulla soppressione degli ordini religiosi decisa dalla Chiesa nel corso dei suoi due millenni di storia.

Due sole volte il Papa ha soppresso ordini religiosi regolarmente costituiti: la prima nel 1312, la seconda nel 1773. Nel primo caso si trattava dei Cavalieri Templari, nel secondo dei Gesuiti. Quella dei Templari, ordine monastico la cui regola è stata scritta da Bernardo di Chiaravalle, è una storia per tanti versi drammatica su cui ancora oggi si discute e che negli ultimi secoli è stata ammantata di fantasiose leggende e racconti esoterici.

La soppressione dei Tempari è voluta da Filippo IV il Bello re di Francia che, oltre ad imporre con ricatti e minacce a Clemente V la permanenza del papato in Francia, è anche all’origine di una violenta quanto illegale congiura ai danni dei Cavalieri del Tempio. In una notte del 1307 Filippo fa arrestare e torturare tutti i Templari francesi accusati di eresia e tradimento, nonostante siano membri di un ordine religioso e quindi soggetti unicamente alla giurisdizione della Santa Sede. Numerosi cavalieri, compreso il gran maestro Jacques de Molay, ammettono sotto tortura come vere le colpe di cui sono accusati.

Successivamente trovano il coraggio di appellarsi al papa e, di fronte al tribunale pontificio, ritrattano le confessioni loro estorte: l’ordine è santo. A quel punto Filippo ha gioco facile a farli finire sul rogo come relapsi (spergiuri). I Templari sono soppressi al Concilio di Vienne del 1312 ma la vittoria del re di Francia non è completa perché Clemente V non gli consente di appropriarsi di tutti gli ingenti beni dei Cavalieri che finiscono ad un ordine affine, quello dei Cavalieri di Malta.

Qualche secolo più tardi, il 21 luglio 1773, un altro Clemente, il quattordicesimo, col breve Dominus ac redemptor sopprime in perpetuo – così vuole che avvenga - la Compagnia di Gesù e condanna il generale Lorenzo Ricci a carcere duro, cioè a pane e acqua, nella prigione di Castel Sant’Angelo. In questo caso a pretendere la soppressione della Compagnia sono praticamente tutti i re della cristianità.

L’influenza delle logge è capillarmente penetrata a corte e i sovrani, illuminati dal bagliore dei filosofi neopagani, vogliono farla finita con i gesuiti. Si comincia dal Portogallo dove il massone marchese di Pombal lancia una campagna diffamatoria contro la Compagnia accusata di aver cospirato contro la vita del re, e nel 1759 ottiene la loro soppressione, l’incameramento dei loro beni, la brutale espulsione dei gesuiti stranieri, il carcere duro per quelli portoghesi, uno dei quali, l’anziano Malagrida, ucciso. Seguono le corti di Francia, Spagna (dove un’insurrezione popolare è imputata ai gesuiti), Italia e Austria. Gli eserciti di Francia e Napoli invadono i territori pontifici di Avignone e Benevento, ma, mentre Clemente XIII resiste ai dictat, non altrettanto farà il suo successore.

Giuseppe La Farina, storico massone, così commenta la decisione di papa Ganganelli nella sua Storia d’Italia del 1863: “Colla soppressione dei Gesuiti si consumò la ribellione dei principi contro il Papato, e colla bolla del 21 di luglio si compì l’abbassamento del papa innanzi ai principi”, “giammai la libertà ha avuto nemici più terribili dei Gesuiti, giammai il Papato milizia più operosa e più intrepida: la bolla di papa Ganganelli non fu una riforma, ma una capitolazione imposta dal vincitore”. Bisognerà aspettare il 1814 perché Pio VII appena rientrato a Roma si affretti a ricostituire la Compagnia che, durante tutto l’Ottocento, sarà infaticabile baluardo delle ragioni cattoliche contro la libera-muratoria imperante. Nel Novecento le cose andranno progressivamente cambiando.

Chissà perché mi è venuto in mente di parlare di soppressioni a proposito delle considerazioni fatte da Livi. Forse perché ad esigere la soppressione di ordini scomodi sono sempre state le potenze di questo mondo. Ora invece è diverso. Ora il pensiero del mondo ha messo salde radici all’interno della Chiesa.

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Massimo D'Azeglio

2017/01/31

Renzi copia da Massimo d’Azeglio il massone che spacco' i cattolici

L’ex premier difende la legge Cirinnà perché votata anche dai credenti. Ritorna alla mente la strategia delle logge per abbattere lo Stato pontificio e realizzare l’unità d’Italia: dividere i fedeli per poi colpirli

(da "La Verità")

Nell’intervista concessa a Mauro su Repubblica, Renzi si è vantato delle “unioni civili votate dai cattolici”. Sembrerebbe una contraddizion che nol consente. Per capirla forse conviene ricordare la storia di Massimo d’Azeglio, il primo di una serie di politici che definendosi “cattolici liberali” appartengono sì alla schiera dei liberali, ma liberal-massoni. La massoneria vuole il potere, per riuscire ad ottenerlo deve distruggere la chiesa cattolica e per farlo, oltre all’attacco frontale, ricorre all’infiltrazione in campo nemico, col risultato di dividere e confondere il gregge.

Dunque il caso d’Azeglio è istruttivo. Siamo a metà dell’Ottocento e, dopo la barbarie della rivoluzione francese e dell’occupazione napoleonica della penisola, sbandierate come trionfo della libertà, falliti i moti mazziniani (carbonari, cioè settari, dominati dall’odio anticattolico), i “fratelli” decidono di cambiare strategia e puntano sul cattolico d’Azeglio.

Chi è d’Azeglio? Così lo descrive nelle sue Memorie il triumviro toscano Giuseppe Montanelli: “Massimo l’artista, buon compagnone, che sapeva fare di tutto, il libro ed il quadro, la strimpellata e la cantatina, un cristiano all’ingrosso, un farfallone amoroso”. Il ‘farfallone amoroso’ è vanesio al punto da raccontare ne I miei ricordi cosa lo porta a diventare l’artefice della rivoluzione italiana: un pomeriggio romano del 1844, in casa di un’amica, a d’Azeglio si presenta il “settario” Filippo venuto per conto dei “fratelli” a proporgli di fare da tramite fra i massoni sparsi per l’Italia e Carlo Alberto di Savoia (antico carbonaro, cospiratore all’epoca dei moti del ’21, poi traditore). Il compito è delicato perché si tratta di convincere i massoni a fidarsi di un uomo che li ha traditi. D’Azeglio prende qualche giorno di tempo per riflettere poi accetta. Perché lo fa? “Non già che ci vedessi fondamento nessuno per giovare all’Italia; ma perché provavo il bisogno d’aver un’occupazione che sopraffacesse nell’animo mio i pensieri che mi tormentavano […] d’aver un modo di passar la malinconia, e finalmente il mio gusto per la vita d’avventure e d’azione”.

Noia, depressione, bisogno di svago, portano d’Azeglio a inventare una congiura condotta alla luce del sole. “Congiura all’aria aperta” la definirà. Con che armi si prepara una simile congiura? Con la penna. Scrivendo libretti e articoli che fanno il giro del mondo e contribuiscono a creare disprezzo per il papa, il suo stato, la sua amministrazione, le tradizioni italiane. Quanto a convincere i fratelli a fidarsi di Carlo Alberto si fa presto perché: “Se invitate un ladro ad esser galantuomo, e che ve lo prometta, potrete dubitar che mantenga; ma invitar un ladro a rubare, e aver paura che vi manchi di parola, in verità non ne vedo il perché!”. Qualche scaramuccia organizzata dai mazziniani in Romagna nel 1846 dà al marchese il destro per mettere in pratica un progetto tanto ben delineato. Degli ultimi casi di Romagna: con questo opuscolo Massimo il buontempone si trasforma in statista tuttologo, con specializzazione nel funzionamento e nella natura degli stati pontifici. D’Azeglio denuncia con la penna tutti i supposti mali in cui si dibatte, ormai condannato dalla storia, lo stato pontificio. Il libretto va a ruba e l’opinione pubblica è sensibilizzata alle sorti delle genti di Romagna, cioè dello Stato della Chiesa.

Il massone d’Azeglio non è noto per essere massone. E’ noto per essere cattolico, membro di una famiglia cattolica, fratello di un gesuita. Se Roma e l’Italia, per la prima volta nella loro storia millenaria, diventano colonie, lo si deve anche ai cattolici liberali. Mutatis mutandis oggi i cattolici renziani si sono messi in coda (non più, come nel caso di d’Azeglio, alla guida) dei progetti mondiali di ridefinizione della famiglia, della moralità, della vita. In nome di cosa?

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Una Storia della Chiesa

2017/01/23

"Una Storia della Chiesa"

(da "Intelligonews")

E' possibile una riconciliazione fra cattolici e luterani? "Si, se i luterani comprenderanno gli errori di Lutero e torneranno a casa, cioè nella Chiesa Cattolica". Ne è convinta la scrittrice e storica Angela Pellicciari autrice del libro "Una Storia della Chiesa" che con Intelligonews fa riferimento anche al viaggio di Papa Francesco in Svezia per celebrare l'anniversario della Riforma Luterana.

Professoressa Pellicciari, c'era bisogno oggi di un testo per ripercorrere la storia della Chiesa?

"Sì, perchè quello che si dice della Chiesa normalmente sui libri di testo e sui mass media, contrasta con la mia esperienza di cristiana. E’evidente come nei confronti dei cristiani vi sia un pregiudizio negativo, una corsa alla diffamazione e alla calunnia. Io ho invece incontrato una Chiesa che ha salvato la mia vita, mi ha restituito un’identità dopo il Sessantotto che ho vissuto con passione ma che ha poi prodotto tanti danni. Tutto questo grazie a persone straordinarie che nel corso dei secoli hanno dato la loro vita per me e continuano ad offrirla al servizio della Chiesa e dell’Evangelizzazione. Scrivere "Una Storia della Chiesa" ha permesso di unire la professione storica alla mia personale esperienza di cristiana per confutare tutte le calunniose falsità che vengono propalate sulla Chiesa, da Costantino alle crociate, dall’Inquisizione allo Stato Pontificio ecc. Certo, la storia della Chiesa è anche una storia di peccato, ma se ci sono state persone eretiche anche dentro la Chiesa, è altrettanto vero che Dio ha sempre suscitato e continua a suscitare in aiuto della Chiesa nuovi carismi e nuovi esempi di santità".

Nel libro c'è un giudizio storiografico molto duro nei confronti di Martin Lutero con evidenziato il suo acceso antisemitismo. Proprio Papa Francesco in questi giorni andrà in Svezia a rendergli omaggio. Non si rischia di riabilitarlo?

"Lutero è un uomo dell’odio, odia la Chiesa cattolica e odia gli ebrei come nessun altro. Un odio che lo porta persino a giustificare la menzogna e la calunnia. In nome della libertà ha concesso un potere assoluto ai principi utilizzando Dio per giustificare il potere dei sovrani sulla religione. I tedeschi per causa sua saranno abituati all’assolutismo in nome di Dio. Per libertà Lutero intende solo libertà da Roma. E’stato all’origine di sciagure immani. Non voglio giudicare il viaggio del Papa in Svezia ma è chiaro che Lutero è un uomo carico di odio e di contraddizioni e per lui non può esservi alcuna riabilitazione. Spero che i luterani conoscendo meglio Lutero comprendano i suoi errori e un giorno possano tornare a casa, cioè nella Chiesa di Roma".

Giudizio negativo anche per Calvino?

"Certo, anche se Calvino non è uomo di impulso ma è un tecnico che vuole rivoluzionare la Chiesa partendo dalla scrittura. Le sue teorie si basano sul falso mito della perfezione della chiesa primitiva. Un falso mito appunto, perché del magistero della Chiesa si fa garante Dio stesso attraverso l'incarnazione di Cristo. Il magistero della Chiesa si fonda proprio sul figlio di Dio incarnato e non si può sconfessare tutto ciò che la Chiesa ha deciso per secoli. E’ stato Gesù a volere Pietro capo della Chiesa, è scritto chiaramente nel capitolo fondamentale del Vangelo di Matteo e non si può ignorare questo particolare. Quando Giovanni, l'apostolo che stava ai piedi della croce, e Pietro vanno in giro è sempre Pietro a prendere la parola perché tutti gli apostoli hanno rispettato la volontà di Gesù di volerlo capo della Chiesa. Negare questo significa negare la volontà di Dio".

Poi c'è il capitolo relativo ai cattolici-liberali. E' possibile essere cattolici e al tempo stesso professarsi liberali?

"E' stato Gregorio XVI nel 1832 a condannare il cattolicesimo liberale che muoveva i primi passi in Francia. Questa è una contraddizione in termini perché se si è cattolici, si è cattolici e basta, non si può essere cattolici liberali, cattolici democratici o cattolici adulti, termine in voga qualche tempo fa. In realtà essere cattolici liberali equivaleva a far entrare il pensiero liberale e massonico nella Chiesa e questa è una grossa contraddizione. Gregorio XVI denunciava il rischio di ridurre in nome della libertà i popoli al peggiore servaggio. Cosa che poi è accaduta. Anche grazie ai cattolici liberali è passato il concetto di risorgimento come rinnovamento spirituale ed economico e questo ha poi condannato la popolazione italiana all'emigrazione di massa nel momento stesso in cui, in nome della libertà e degli ideali liberali, si sono minate le basi economiche della nazione. Essere cattolici liberali significa far entrare il pensierom massonico nella Chiesa per combatterla dall'interno. Una propaganda che rischia di essere ancora più nociva di quella esterna".

Americo Mascarucci

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2017/01/18

Renzi e il vizietto del voto cattolico

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

E’ a tal punto strabiliante, che si fa fatica a rendersene conto. Che quasi quasi passa liscia senza suscitare un sussulto di sdegno. Il 15 gennaio Ezio Mauro ha intervistato Renzi su Repubblica. Si trattava di fare un bilancio: le ragioni della sconfitta e quelle della ripartenza. Quasi subito Renzi fa un elenco del perché (dei cittadini intelligenti, sottinteso) avrebbero dovuto sostenerlo e dice: “ Vede, il Pd potrebbe vantarsi di un Jobs act votato dalla sinistra, di unioni civili votate dai cattolici..”. E questa, bisogna ammetterlo è un’affermazione strabiliante. Renzi continua a vantarsi delle “unioni civili” approvate dal suo governo e, senza alcuna esitazione né alcun pudore, aggiunge: “votate dai cattolici”.

Forse bisogna ricordare cosa dice la Scrittura dei rapporti omosessuali, rapporti che oggi la società riconosce come un bene da tutelare civilmente (ed economicamente). Ci limitiamo a due citazioni: una dal Vecchio, l’altra dal Nuovo Testamento. Il versetto 13 del capitolo 20 del Levitico dice: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro”; nel primo capitolo della lettera ai Romani di San Paolo (versetti 26-32) si legge: “le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini”, “E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”. Ovviamente qui non si allude alla pena di morte.

Alla luce di tutta la Scrittura nonché di tutta la tradizione fino al Catechismo è possibile che un “cattolico” voti per legittimare, e quindi definire buone, unioni fra persone dello stesso sesso?

Nel vantarsi di aver portato i cattolici a votare per le unioni civili sembra che Renzi non si renda conto di quello che dice. A meno che qualcuno all’interno delle gerarchie ecclesiastiche non gli abbia assicurato il suo sostegno.

Quello che è certo è che le affermazioni scandalose di Renzi a riguardo dei cattolici e le unioni civili non hanno suscitato nessuna eco né nella stampa cattolica né in quella laica. Che ci sia una parte considerevole di monsignori che pensa che la rivelazione vada aggiornata tenendo conto delle loro private inclinazioni? O che ci sia qualcuno che pur di continuare a godere di un beneficio sociale giustamente riconosciuto alla Chiesa come l’8 per mille, ritenga giusto piegarsi alle esigenze della modernità vincente?

In ogni caso non sembra che l’analisi di Renzi sul voto sia scesa troppo in profondità: non solo ha raccontato storie fantastiche sullo sviluppo nazionale, non solo ha procurato mance per garantirsi il voto, non solo ha sistematicamente occupato tutti i mezzi di comunicazione per propagandare sé stesso e il suo governo, non solo ha ignorato i poveri, i giovani e le famiglie. Renzi ha fatto molto di più: ha portato il paese sede della cattedra di Pietro a obbedire ai diktat della gnosi internazionale per distruggere la famiglia e, quindi, la vita. E se ne è vantato.

Forse non sarebbe male che anche Renzi, che anche i politici “cattolici”, ricordassero che, dopo tutto, la storia la conduce Dio.

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Dalla Stampa con furore

2017/01/08

Dalla Stampa con furore

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Nel lontano 25 novembre 1998, sulla Stampa, Aldo Zullini dell’Università di Milano (così veniva presentato) firmava un pezzo sconcertante dal titolo: “Maya, cannibali per necessità”. Dei due occhielli, l’uno specificava: “Fino all’arrivo di Colombo, nel Nuovo Mondo c’erano pochi animali domestici e commestibili”, l’altro “L’antropofagia, diffusa anche fra gli Atzechi, fu giustificata dal fatto che mancavano le proteine”.

Perché i Maya hanno organizzato i “più grandi festini antropofagi che siano mai avvenuti”? La risposta è semplice: “Per soddisfare il loro bisogno fisiologico dovevano immolare moltissimi prigionieri e per far ciò dovevano organizzare incursioni e guerre”. Bastava un’immane abbuffata di carne umana a saziare il bisogno proteico di tutta la popolazione? No, i sacrifici di massa “per quanto numerosi e frequenti, non potevano far fronte al fabbisogno proteico di tutto il popolo, ma questo non ha molta importanza. Conta invece il fatto che la classe dirigente, i sacerdoti e i militari, potessero usufruire di queste proteine”.

Perché citare questa bella pagina di giornalismo scientifico? Perché, pur di attaccare (anche se, in questo caso, solo indirettamente) la cattolica Spagna e la sua prodigiosa scoperta e colonizzazione dell’America centro-meridionale, tutto va bene. Anche la giustificazione di un crimine orrendo come il banchetto di carne umana.

La sistematica riscrittura della storia a vantaggio delle potenze e delle ideologie anticattoliche ha prodotto in Italia un popolo smemorato che non sa più chi è. Che non conosce niente del proprio passato. Siamo stati abituati a credere che la storia della Chiesa cui siamo legati da due millenni sia una storia piena di crimini, di cui vergognarsi e, quindi, da ripudiare. Tutti i mezzi di comunicazione di massa si sono allineati nella propaganda del disprezzo verso noi stessi. Da decenni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la disperazione che ci caratterizza. La mancanza di figli e quindi di futuro. La pochezza, il nulla culturale in cui le nuove generazioni vengono cresciute.

Negli ultimi anni i ripetuti attentati di un islam tornato rigoroso nell’applicazione della volontà di Maometto (la riduzione di tutto il mondo a islam) hanno sconcertato i cantori di un islam pacifico, moderato, contrario alla guerra, propria di quei guerrafondai dei crociati. Piano piano anche la stampa sta cambiano direzione e dal crimine di islamofobia si sta avvicinando ad un più pacato resoconto dei fatti. In questa direzione sembrano andare due articoli, uno a firma Mieli, l’altro a firma Ferrara.

Il 14 dicembre 2016 Mieli scrive un pezzo dal titolo: “Cattolici diffamati”, sottotitolo: “Il protestante Rodney Stark smentisce le “Leggende nere” sulla Chiesa di Roma”. Il pezzo si chiude con un’affermazione perentoria: “Qui, come è evidente, la Chiesa cattolica non c’entra nel modo più assoluto”. Mieli sta citando il mio libro su Lutero e la documentazione da me addotta sull’odio protestante nei confronti degli ebrei. La chiusa, che torno a sottolineare, ribadisce che con l’odio e la persecuzione nazista contro gli ebrei “la Chiesa cattolica non c’entra nel modo più assoluto”.

Sul Foglio del 3 gennaio Ferrara firma il pezzo: “Storia della nonviolenza infame” e così conclude: “Libero padre Enzo Bianchi di dire che a Berlino non ce l’avevano con il valore cristiano del Natale, e neanche a Istanbul con il Capodanno. Autorizzati noi a chiedere che il libero pensiero imponga la sua vigilanza sulle scorrerie fantastiche di un pazzo intonacato”.

Evidentemente alla Stampa questa nuova aria di riaccostamento alla verità storica ancora non si è fatta strada. Sul sito internet del giornale, nel riquadro culturale, il 3 gennaio compariva questo titolo: “Spielberg trasforma in film la storia di Edgardo Mortara ebreo battezzato in segreto per volontà di Papa Pio IX”. Siamo alle solite: un papa, i papi, che sottraggono in segreto i bambini alle famiglie ebree e li battezzano!

Chi fosse interessato all’argomento può leggere l’autobiografia di don Edgardo Mortara.

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Primato di Pietro

2016/12/15

A proposito di un articolo sul Catholic Herald

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

23 personalità appartenenti prevalentemente al mondo anglosassone hanno appoggiato l’iniziativa dei 4 cardinali che hanno espresso al papa i loro Dubia. Ne dà conto il Catholic Herald del 7 dicembre. Gli studiosi pensano che i Dubia esprimano domande “pertinenti” sull’insegnamento della chiesa a proposito dei sacramenti e della legge morale. Si fa anche riferimento all’episodio riportato nella lettera ai Galati in cui un Pietro “che evidentemente aveva torto” viene ripreso “a viso aperto” da Paolo.

I 23 avanzano un possibile parallelo tra la crisi vissuta dalla Chiesa nel quarto secolo, provocata dall’eresia ariana, e l’attuale situazione. Questo accostamento è venuto in mente a molti, me compresa. Che Satana avrebbe scatenato contro la Chiesa persecuzioni ed eresie lo sappiamo da sempre perché ne parlano tutti gli autori del Nuovo Testamento (così, per esempio, Paolo scrive a Timoteo: “Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori”, e così Pietro nella sua seconda lettera: “ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose”).

All’epoca di Ario (256-336) le persecuzioni sono appena finite (editto di Milano del 313) e la Chiesa e i vescovi tirano un sospiro di sollievo quando, all’improvviso, Costantino cambia idea e dopo aver organizzato un concilio (concilio di Nicea del 325) per condannare le dottrine ariane diventa lui stesso ariano e tale l’impero resterà per 50 anni (328-378). I vescovi tornano ad essere perseguitati ma, non essendo più abituati alle dure pressioni del potere temporale, cedono alla volontà imperiale. Tutti. In Oriente tutti meno uno (Atanasio), in Occidente tutti meno 3 (Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari e Dionigi di Milano). Papa Liberio, difensore dell’ortodossia, deposto ed esiliato, vinto dalla paura si piega anche lui.

Cosa predica Ario? Una cosa ragionevole, in fondo. Vuole portare chiarezza all’interno della dottrina. La Trinità, che pure è chiaramente affermata dal Nuovo Testamento (“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, dice Gesù nel vangelo di Matteo), è un concetto ostico: c’è un unico Dio o ce ne sono tre? La ragione esige chiarezza. Ario porta chiarezza nel senso che fa trionfare sulla verità rivelata la verità aggiustata dalla sua personale ragione e, a proposito di Gesù, scrive che “c’era un tempo in cui non era”: Gesù non è coeterno al Padre. Gesù è creatura e pertanto non Dio in senso proprio e pieno. Il Padre è l’unico vero principio.

Dal punto di vista imperiale la dottrina ariana presenta un indubbio vantaggio: l’imperatore concepisce sé stesso come il massimo rappresentante di Dio in terra e questa operazione politica di natura cultural-religiosa viene facilitata dalla presenza di un solo, unico, e incontrastato Dio. Un solo Dio in cielo, un solo imperatore in terra.

La potenza imperiale dei nostri giorni, gli Usa, servendosi anche delle istituzioni internazionali, cerca di dominare e omologare a sé il mondo a cominciare dal punto di vista culturale. Da questo punto di vista la presidenza Obama ha rappresentato un punto di eccellenza: aborto inteso come diritto umano, finanziamento e promozione dell’omosessualità, concepimenti fantasiosi ottenuti con mezzi di tutti i tipi, promozione della “scientifica” verità del gender. L’Italia, estrema provincia imperiale, con Renzi ha cercato come ha potuto di adeguarsi ai principi non negoziabili imposti dal potente di turno e, a giudicare dalla scelta del nuovo ministro della Pubblica Istruzione, sembra che le cose debbano continuare nella stessa direzione.

La Chiesa non vive fuori dal mondo ed è stata anche lei investita dalla bufera modernista che chiama bene il male e male il bene e che lo fa in nome della misericordia divina, del rispetto delle persone, della necessità di adattare la dottrina alle esigenze (e ai drammi) del moderno vivere civile.

Ma a Roma c’è Pietro. Baluardo della verità rivelata. Non praevalebunt.

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Matteo Renzi 2016

2016/12/07

Una pausa di riflessione dopo un governo gnostico

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

La gnosi da sempre si interroga sul bene e sul male che ritiene suo dovere definire in modo chiaro per portare l’umanità verso la felicità. Verso quella che, volta a volta, ritiene essere la verità. Naturalmente questa ricerca porta vantaggi a chi la compie perché, nel caso la felicità per tutti riesca momentaneamente ad imporsi, i primi a godere dei suoi benefici sono gli stessi che l’hanno progettata. Così è stato (ed è) per tutte rivoluzioni, per tutte le dittature comuniste, proprio come oggi succede per il progetto di antropologia creativa che, puntando sulla decostruzione dell’uomo e della donna, mira a precipitare ognuno verso il vuoto esistenziale riempito dalla libido dominandi di alcuni che vogliono manovrare in ogni senso (vita-morte-riproduzione) la vita degli altri.

A sostegno dell’antropologia creativa, oltre alle massime istituzioni mondiali ed europee, ci sono le lobby gnostiche ben rappresentate nei principali governi del mondo, a cominciare da quello degli Stati Uniti. Questa lobby, incredibilmente, ha avuto una battuta di arresto con l’elezione di Trump. Questa lobby, ben rappresentata in Italia da Renzi e dal suo governo, ha avuto ora un altro decisivo colpo di arresto. Nella conferenza stampa della sconfitta, un Renzi forzatamente meno baldanzoso, ha rivendicato alcuni meriti del suo governo, omettendo però quello della “buona scuola”. Nell’elenco, in cambio, era compresa una delle scelte ideali più innovative e significative - perché di respiro mondiale - che hanno portato lui (e l’Italia) nelle braccia del pensiero illuminato: i diritti civili, ovvero le unioni che legano persone dello stesso sesso, privilegiate rispetto alle altre, aperte a possibili future adozioni varie combinate in vario modo.

Nel discorso di addio Renzi ha ripetuto il ritornello che più gli si confà: le grandi aspettative che può nutrire l’Italia, la grande e unica Italia. Le sue parole di saluto comprendevano un accenno agli ideali del fondatore degli scout da cui proviene, il massone Baden Powel. Non un cenno alla radice fondante l’unicità e la grandezza italiane: la fede cattolica condivisa nei secoli dal popolo e dalle élites di tutte le regioni.

Quante sono le coppie che, usufruendo della possibilità loro concessa, sono ricorse alle unioni civili? Quante centinaia di migliaia sono perché il premier possa rivendicare la sua politica nei loro confronti come conquista di civiltà? I dati al riguardo vengono riportati con molta parsimonia ma si può supporre che se le nozze celebrate arrivano a cento siano tante.

Una domanda: non viene in mente a Renzi che quel resto di popolo cattolico che con tanti sacrifici ha provato ad opporsi alla sua legislazione creativa fosse in realtà numericamente più significativo delle varie lobby pur tanto ben rappresentate a livello mondiale, nonché a livello di stampa, cinema e televisione?

Oggi ci si apre un’opportunità, una pausa di riflessione. Sperare che l’esito del referendum porti consiglio a qualcuno è sperare troppo?

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Trump e la teoria delle due spade

2016/11/17

Trump e la teoria delle due spade

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Nel corso dei due millenni della sua storia la Chiesa ha dovuto ovviamente sempre confrontarsi con l’autorità temporale, a volte ferocemente avversa, a volte apparentemente favorevole, altre ancora, molto più rare, convintamente cattolica. In un momento di rottura fra oriente ed occidente successivo al sostegno imperiale all’eresia monofisita, alla fine del quinto secolo, papa Gelasio così scrive all’imperatore Atanasio per esplicitare quali debbono essere i rapporti fra le due massime autorità mondiali: “Sono due, in verità, o augusto imperatore, [i poteri] dai quali questo mondo principalmente è retto: l’autorità sacra dei pontefici e la potestà regale”. Da questa premessa deriva che, mentre in campo spirituale è l’imperatore a doversi sottomettere al papa, in campo temporale avviene l’esatto contrario: è il papa che si deve sottomettere all’imperatore.

Unico è l’impero, due le massime autorità, ognuna delle due regge una spada, la spada nella mano destra –la principale- è retta dal pontefice perché la vita eterna è più importante di quella terrena, la spada nella mano sinistra è retta dall’imperatore che detta le regole del vivere civile, nello spirito della lettera ai Romani di Paolo. La posizione di Gelasio, passata alla storia con il nome di “teoria delle due spade”, poggia su un presupposto senza il quale non è comprensibile: la decisione del cattolico Teodosio di rendere il cristianesimo religione ufficiale dell’impero, presa nel 380 con l’Editto di Tessalonica.

Oggi le cose sono ovviamente molto diverse perché nessuno stato più si definisce cristiano. Anzi, quasi tutti gli stati che un tempo sono stati cristiani, si ingegnano ad ostacolare in ogni modo la fede che per secoli quando non per due millenni li ha caratterizzati. Eppure la teoria delle due spade mantiene, a giudizio di Ratzinger cardinale, una sua attualità proprio nello stato in cui la separazione fra stato e fede è, apparentemente, più netta: gli Stati Uniti. In un intervento al parlamento italiano del 2004, l’allora Prefetto per la dottrina della fede ha detto: “A riguardo del rapporto tra chiesa e politica [i cattolici americani] hanno recepito le tradizioni delle chiese libere, nel senso che proprio una Chiesa non confusa con lo Stato garantisce meglio le fondamenta morali del tutto, cosicché la promozione dell’ideale democratico appare come un dovere morale profondamente conforme alla fede. In una posizione simile si può vedere a buon diritto una prosecuzione, adeguata ai tempi, del modello di papa Gelasio”.

Adeguata ai tempi, dice Ratzinger. Il tempo che si apre negli USA con l’elezione di Trump è indubbiamente un tempo nuovo. Con nuove sfide. Con nuovi equilibri da cercare fra i vescovi e l’amministrazione cui compete il dovere di regolare la vita dei propri cittadini in maniera che si svolga in modo ordinato e sicuro. Le scelte in campo temporale sono indubbiamente di competenza del potere politico. Potere politico che, con Trump, ha l’enorme merito di mettere al centro della propria azione il rispetto per la vita in tutte le sue fasi. Novità radicale dopo gli otto anni di Obama, insignito del premio Nobel per la pace ancora prima di diventare presidente. Madre Teresa diceva, con ragione, che l’aborto è una piaga terribile che compromette la stessa pace fra le nazioni.

Che l’America oggi ripudi la bandiera Obama-Clinton dell’aborto come diritto di libertà è un fatto di cui essere grati a Dio. Fatto che non era scontato.

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muro del pianto buraq

2016/10/17

Dal Muro del Pianto al Muro di Buraq

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

In un tempo in cui i maschi sono destinati a non essere più tali e le femmine nemmeno, ma ciascuno può danzare a suo piacere fin dall’infanzia la danza del cambiamento che annulla identità e persone, i nomi non hanno importanza. Cambiano seguendo le giravolte del desiderio.

Nel mondo della realtà effettuale invece i nomi indicano l’essenza delle cose. Che esistono, hanno vita, esercitano potere e hanno influenza su di noi. Per questo è importante conoscerli. Prima di iniziare la sua missione di profeta, di liberatore dalla schiavitù egizia, Mosè che tituba (e ne ha ben donde) insiste nel chiedere a Dio il suo nome: come ti chiami? A Mosè Dio rivela il nome. Nome impronunciabile per gli ebrei. Perché a quel nome è connessa la terribile potenza dell’Altissimo. Anche all’arcangelo Raffaele mandato da Dio a salvare Tobia dalla sua cecità, il santo uomo timorato di Dio - e per questo molto perseguitato -, chiede con insistenza il nome. Nell’Apocalisse il Re dei Re trionfante “porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui”.

L’importanza e la bellezza del nome. Gerusalemme: Città della pace. Città del gran sovrano. Desiderio del cuore. Luogo del sacrificio di Isacco, del regno di Davide, dell’erezione del Tempio dove abita il Santo dei Santi. Gerusalemme è il cuore pulsante dell’ebraismo di tutti i tempi. Ma anche del cristianesimo di tutti i tempi. Gerusalemme è la città in cui Gesù Cristo, il Messia tanto atteso, compie le promesse fatte da Dio al popolo eletto: Gesù muore, risorge, ascende al cielo a Gerusalemme. La Pentecoste avviene a Gerusalemme. Nell’Apocalisse Giovanni guarda ed “ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattro mila persone che recavano scritto il suo nome e il nome del Padre suo”.

Dal 637 Gerusalemme passa sotto il dominio arabo e sulla spianata del Tempio i musulmani costruiscono 2 moschee per ricordare il terzo luogo santo dell’islam: quello in cui Maometto vola in sella a Burak per poi salire verso il cielo. Subito dopo la conquista, nel 637, il califfo Omar offre ai cristiani protezione (la pagheranno con una tassa, come da noi usa fare la mafia) a patto che rispettino rigorosamente le regole di un patto da lui stabilito. Il patto, che condanna i cristiani a una lenta scomparsa, comincia così: “Non costruiremo [noi cristiani] nelle vostre città o fuori da esse nuovi monasteri, chiese, o eremi; non ripareremo edifici religiosi caduti in rovina né restaureremo quelli che si trovano nei quartieri musulmani delle città”. Il califfo non ha fatto in tempo a mettere piede in Palestina che già tutte le città sono sue. Perché dove arriva il vero Dio, Allah, niente è più come prima e mai più potrà tornare come prima. Pena il disonore che cadrebbe su Allah se non riuscisse a conservare in suo potere i territori via via conquistati.

In questi giorni l’Unesco ha stabilito che l’area del Tempio con quello che ne resta, cioè il Muro del Pianto, non debba più chiamarsi col nome ebraico ma con quello musulmano: “al Buraq”. Il nostro governo, dopo i matrimoni omosessuali imposti con voto di fiducia, si è astenuto, di fatto approvando le esigenze delle potenze islamiche, molto ben rappresentate all’Unesco, da loro lautamente finanziato.

I nomi contano e bisogna usare quelli giusti. Dal cambiamento di nome dell’area del Tempio, ebrei (e cristiani) debbono aspettarsi qualcosa di buono?

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Kiko sinfonia

2016/10/08

Kiko, la catechesi diventa opera sinfonica

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

“Anche a te una spada trafiggerà l’anima”: nonostante lo stupore gioioso per la gloria di Dio che si manifesta nella sua carne, la profezia di Simeone si realizza durante tutta la vita di Maria. Ma certo, sotto la croce, la Madre dolorosa incarna quella profezia: “Una spada ha trapassato veramente la tua anima, o santa Madre nostra! Del resto non avrebbe raggiunto la carne del Figlio se non passando per l’anima della Madre”; la lancia che “non poteva più recare alcun danno al Figlio tuo, a te sì. A te trapassò l’anima”, scrive Bernardo, uno degli innamorati cantori dello splendore della nostra Madre celeste.

Circa cinquant’anni fa a Kiko Argüello, coiniziatore del Cammino neocatecumenale insieme a Carmen Hernandez, è apparsa Maria per consegnargli quella che sarebbe stata la missione della sua vita: “Fai comunità cristiane come la Santa Famiglia di Nazareth che vivano in semplicità, umiltà e lode, in cui l’altro è Cristo”. All’inizio della vita spirituale di Kiko c’è lo scandalo della croce. Lo sgomento per la sofferenza degli innocenti.

E così, nonostante sapesse poco di musica, nel 2011 ha composto una sinfonia, “La sofferenza degli innocenti”: “Vorremmo celebrare con questa sinfonia quando un angelo sostenne la Vergine, come accadde a Gesù nell’Orto degli Ulivi quando un angelo lo aiutò a bere il calice preparato per i peccatori. Vorremmo contemplare e sostenere la Vergine che accetta quella spada, che secondo il profeta Ezechiele Dio ha preparato per i peccatori del suo popolo, e che ora trapassa l’anima di questa povera donna”.

Da allora la sinfonia è stata eseguita in alcune fra le migliori sale da concerto del mondo e nei posti più impensati per un evento, in fondo, liturgico: due volte in Israele per un pubblico ebraico, al Lincoln Center di New York per una platea di tremila rabbini, ad Auschwitz davanti alla porta della morte in occasione di un incontro commovente fra rabbini di tutto il mondo e membri delle comunità neocatecumenali. Da ultimo in Giappone dove un pubblico non cristiano, commosso, ha voluto incontrarsi con Kiko e continua ad organizzare gruppi di studio per l’analisi di una sinfonia che ha toccato il loro cuore: “A Fukushima la gente piangeva – ricorda Kiko -, era molto emozionata. Siamo felici di aver portato una parola di consolazione e di amore”.

Lo Spirito Santo soffia dove vuole, si serve di chi vuole e come vuole. In modi spesso impensabili. Kiko nasce pittore, poi va a vivere fra i più poveri tra i poveri, poi diventa apostolo itinerante, poi anche architetto, scultore e, negli ultimi anni, musicista: “Non lasciare mai di fare il bene per paura della vanità, perché questo viene dal demonio”. E succede che, ancora una volta, la fede diventa cultura e dà espressione ai desideri e agli interrogativi più profondi dell’anima. Succede che attraverso la musica si toccano le corde del cuore e della fede. Ma poi, e di conseguenza, della stessa ragione. Anche perché l’esecuzione sinfonica vera e propria è preceduta dalla proclamazione della parola di Dio: da brani di Ezechiele e del Vangelo: la sinfonia infatti è, propriamente, una “celebrazione sinfonico-catechetica”. Una preghiera. Una novità assoluta sia in campo artistico che liturgico.

Direttore d’orchestra, musicisti e coro tutti appartenenti al Cammino, “La sofferenza degli innocenti” è stata eseguita ieri alla sala Nervi in Vaticano nel contesto delle attività promosse per il Giubileo della Misericordia e, in particolare, del Giubileo Mariano.

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Invio Famiglie 2016

2016/09/19

La sindaca Raggi, gli antichi romani e sant’Agostino

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

«Vi auguro di superare gli ostacoli che la vita ci pone davanti. Questa è la sfida che vi accingete a intraprendere, andate avanti a testa alta con forza e divertitevi, il segreto è divertirsi. Vi auguro una vita intensa». Queste le parole (che la Bussola ha già ricordato) con cui il sindaco Raggi si è rivolta a due omosessuali col cilindro nel giorno del loro matrimonio da lei officiato.

In tempi lontani anni luce i criteri che guidavano uomini e donne nella scelta di come condurre la loro vita erano altri.Prendiamo Agostino. Agostino è romano, a Roma tiene molto e si interroga sul perché Dio abbia concesso ai romani un potere tanto esteso e tanto duraturo: perché Dio ha «voluto l’impero romano così grande?», si domanda nella Città di Dio. Questa la risposta: i romani hanno amato sopra a tutto la gloria «per essa vollero vivere e non esitarono a morire».

La schiavitù della Patria essendo ingloriosa ed il dominio glorioso «desiderarono ardentemente e con ogni sforzo che fosse libera e poi dominatrice»; è questa la ragione per cui Dio ha concesso ai romani un grande potere: «allo scopo di domare le gravi colpe di molti popoli, Egli volle affidarlo soprattutto a questi uomini che per onore, gloria, umana considerazione si dedicarono alla Patria; in essa ricercarono tale gloria, senza esitare ad anteporre alla propria salvezza quella della Patria, riuscendo a contenere la brama del denaro e molti altri vizi a favore di quest’unico vizio che è l’amore della gloria».

I romani «Hanno trascurato i loro interessi privati per quelli pubblici… resistendo all’avidità, prodigandosi per la Patria con libertà di spirito, senza essere preda della passione». Se «Dio non avesse lasciato loro neppure la gloria terrena di un impero potentissimo, non ci sarebbe stata ricompensa per le loro nobili qualità». Possono i romani cristiani essere da meno dei romani pagani? No. Noi «dobbiamo provare vergogna se per la gloriosissima città di Dio non abbiamo raggiunto quelle virtù che essi in modo pressoché analogo hanno raggiunto per la gloria della città terrena». I cristiani, avendo di mira il cielo, dopo aver affrontato per amore di Dio tre secoli di persecuzioni disumane, hanno servito Dio nella vita quotidiana in un’inverosimile numero e varietà di opere di bene. Grazie a loro Roma è diventata quello che è: senza confronti la più bella città del mondo.

Leone XIII, scrivendo al segretario di Stato Mariano Rampolla nel 1887, così ricorda le glorie della Roma e dell’Italia cristiane: «Non occorre qui ricordare gl’immensi benefici e le glorie procacciate dai Pontefici a questa loro prediletta città, glorie e benefici, che sono scritti del resto a cifre indelebili nei monumenti e nella storia di tutti i secoli»; «Sono glorie dei Papi e del loro Principato i barbari respinti od inciviliti; il despotismo combattuto e frenato; le lettere, le arti, le scienze promosse; le libertà dei Comuni; le imprese contro i Musulmani, quando erano essi i più temuti nemici non solo della religione, ma della civiltà cristiana e della tranquillità dell’Europa».

Per tornare ad Agostino: «quando l’uomo vive secondo la verità, non vive secondo sé stesso ma secondo Dio»; «l’uomo è stato creato naturalmente per vivere non secondo sé stesso, ma secondo Colui che l’ha creato, cioè per fare la Sua volontà, anziché la propria». Oggi, dato che l’importante è divertirsi, non riusciamo nemmeno a trovare assessori.

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Leone XIII

2016/09/09

Quella profezia sull'Italia apostata

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Mentre scrivevo Una storia della chiesa mi sono rimaste impresse due profezie che fino ad allora non avevo avuto così chiare: la prima è l’ineluttabilità della persecuzione che Gesù predice a tutti i suoi discepoli («In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”, Mc 10, 29-30).

La seconda è l’insistenza di tutti gli autori del Nuovo Testamentosull’attacco satanico alla dottrina rivelata che si sarebbe manifestato, anche questo da subito, indipendentemente dalla forza e dalla consistenza delle comunità cristiane. Qui i riferimenti sono davvero molti, mi limito a citarne tre: “Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci” (Mt 7,15); “perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di se” (At 20,30); “ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati ed attirandosi una pronta rovina” (2 Pt, 2,2).

L’ultima citazione, tratta dalla seconda lettera di Pietro, è la lettura riproposta lunedì scorso dall’ufficio delle letture all’interno della liturgia delle ore. Perché ne parlo? Perché il contrasto con l’ideologia della misericordia che va di moda di questi tempi è netto. Ai falsi maestri Pietro predice che “la loro rovina è in agguato” e che sarà ineluttabile come ineluttabile è stata nel tempo la rovina di quanti si sono ribellati a Dio: così è successo agli angeli ribelli (“li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio”), così all’epoca di Noè, salvato con altri sette, “mentre faceva piombare il diluvio su un mondo di empi”, così al tempo di Lot, liberato per la sua giustizia dall’ira divina caduta su Sodoma e Gomorra (“condannò alla distruzione Sodoma e Gomorra, riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente”, 2 Pt, 2,6). A riguardo di Sodoma mi vengono in mente le parole di alcuni prelati che hanno scordato o non conoscono affatto la Scrittura, e che quando parlano di misericordia antepongono i loro sogni ad occhi aperti al dettato della Rivelazione.

Quanto a noi italiani, ci converrebbe ricordare che la nostra storia è stata benedetta da Dio che ha scelto Roma come sede di Pietro e ci ha regalato uno stuolo di santi e sante che hanno costruito nel corso del tempo, insieme alla popolazione tutta, la nazione più bella del mondo: la nostra apostasia sarebbe tanto grave da meritare la fine della nostra patria. Lo scriveva Leone XIII l’8 dicembre 1892, rivolgendosi nella lettera Custodialla popolazione italiana: siate “italiani e cattolici, liberi e non settari, fedeli alla patria e insieme a Cristo ed al visibile Vicario suo, persuasi che un’Italia anticristiana e antipapale sarebbe opposta all’ordinamento divino, e quindi condannata a perire”.

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Italia

2016/08/22

Italia cara, perché ci vogliamo così male?

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Le cose vanno che peggio sarebbe difficile immaginare a cominciare dall’economia che non riparte: siamo praticamente gli ultimi o quasi. Una denatalità che ci condanna all’estinzione. Un presidente del consiglio chiacchierino che sembra non sapere più da che parte girarsi. L’unica cosa che è riuscita bene al decisionista-rottamatore Renzi – a parte la sbandierata proclamazione dell’unicità italiana che non spiega però in cosa consista - è l’aver imposto a colpi di voti di fiducia sia alla camera che al senato la conquista del simil-matrimonio omosessuale. A seguito della dichiarazione (spavalda? goliardica?) di non aver giurato sul vangelo ma sulla costituzione.

Il dramma dei migranti che si trasforma in un bengodi per alcuni che ci guadagnano mentre i più poveri di noi sono sempre più poveri, senza nessun aiuto e senza nessun prelato che li difenda. La barzelletta che i soloni della sinistra non vogliono migranti a casa loro (a Capalbio, per esempio). Il mondo dell’informazione che lascia allibiti: qualche sera fa al tg2 hanno dedicato tempo, sorrisi, primi piani e delicatezza nel mostrare quanto felici sono due donne lesbiche una delle quali vincitrice di medaglia. Una vera e propria sponsorizzazione della vita senza drammi e senza problemi, senza morte in agguato, che sarebbe propria del mondo di chi si accoppia con compagni dello stesso sesso.

Possibile che ci siamo ridotti a questo punto di idiozia? Cosa impedisce al nostro cervello di ragionare? I vescovi d’altronde si compiacciono di raccontare storielle edificanti sulla misericordia divina che, grazie ad Abramo e alla sua intercessione, evita di castigare Sodoma.

E’ un mondo alla rovescia. In questi giorni a Fabriano i fratelli di comunità ospitano due seminaristi ucraini –che vivono della più totale carità - venuti in Italia per imparare l’italiano: vedono nella possibilità di aiutarli l’occasione di servire in loro Gesù e l’evangelizzazione e fanno a gara a cucinare i migliori pranzi di cui sono capaci. Perché la contentezza di sé sta nel fare le cose semplici, le cose che hanno un senso.

Un’Italia unica, piena di bellezza, dalla civiltà urbana più ricca che sia possibile immaginare, questa Italia anno dopo anno ha dimenticato se stessa e, dopo la contestazione, è scivolata nel regno delle strade morte: dei desideri folli. Del pensiero che sia possibile vivere bene pensando solo a se stessi, alle vacanze, all’eliminazione delle difficoltà rompendo i matrimoni alle prime difficoltà, lasciando i figli unici e soli, esigendo che la cosiddetta società risolva tutti i problemi del nostro vivere quotidiano. Dopo qualche decennio questo tipo di civiltà di cartapesta si è spezzato, perché essendo morte le persone è morta anche l’economia. Perché anche i figli e i nipoti degli imprenditori hanno pensato solo ad incassare soldi vendendo le imprese a cinesi, arabi, francesi, in modo da non avere problemi di sopravvivenza.

L’Italia che non ha voluto avere problemi è subissata di problemi. Quanti hanno voluto imporre una loro particolare idea di uguaglianza hanno ottenuto il contrario: nelle scuole dove la promozione è obbligata altrimenti il preside e i professori passano guai, nella scuola di inseganti trasformati in burocrati, in questa scuola restano e resteranno solo i figli di chi non ha soldi per mandare la progenie in scuole di eccellenza che sempre più si diffonderanno e sempre più costeranno. La subcultura di sinistra ha soffocato lo spirito degli italiani. La gnosi, le consorterie massoniche e malavitose, hanno occupato tutti gli spazi del vivere civile togliendo l’anima. Aspirando l’anima, portandola via. L’anima italiana è cattolica. Da quasi due millenni. O ritroviamo la speranza nella vittoria sulla morte che Cristo ci ha conquistato (con tutta la pace e il realismo che questo comporta), con la consapevolezza che non ci sono scorciatoie, che la vita è molto dura e che le scelte sbagliate si pagano care; o la smettiamo di pensare alla “felicità” di qualcuno che vuole vivere con altri dello stesso sesso come se questa fosse una conquista di civiltà e favole simili, o la nostra vita sarà spazzata via.

Dopo tanta libertà e tanta uguaglianza ci sono segnali che vengono dai paesi che pure hanno imposto questa deriva antropologica che le cose potrebbero cambiare. Il presidente Hollande che fa visita al papa, per esempio, è un fatto inimmaginabile fino a qualche mese fa quando la Francia voleva imporre al vaticano di essere rappresentata da un ambasciatore omosessuale. Chissà che anche da noi qualcuno non si svegli. Cattolici e prelati compresi.

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Mussulmani in piazza Duomo a Milano

2016/07/30

L'Italia? O si "pente" o diventerà islamica

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Due ragazzi che decapitano un prete molto vecchio nella sua parrocchia facendosi filmare ed inneggiando alla vittoria di Allah: difficile negare che si sia trattato di un atto di matrice eminentemente religiosa. Non cercavano né soldi, né potere, era anzi certo che ci avrebbero rimesso la vita.

Per diversi decenni la storiografia di matrice marxista ha accusato l’Occidente e i “crociati” di aver cercato in Oriente feudi, soldi e potere. Era vero l’esatto contrario: i crociati facevano un pellegrinaggio armato in difesa della memoria storica del cristianesimo dall’annientamento che rischiava di subire ad opera dei turchi selgiuchidi, mettendo in conto il gravissimo pericolo che avrebbe corso la loro vita, confessandosi e facendo testamento prima di partire.

Il Dio di Maometto ordina la conquista di tutto il mondo e vuole che gli infedeli si pentano e si convertano altrimenti devono subire una giusta punizione (“la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra”, Corano 5,33; “Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi […] Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi”, Corano 8, 12-17): difficile sostenere che chi mette in pratica alla lettera questi comandi – cosa ripetutamente accaduta nel corso dei secoli - stia disobbedendo alla volontà di Allah: santa è la guerra che sottomette gli infedeli (jihad).

Non a caso un grande italiano, il cardinale Giacomo Biffi, rivolgendosi in una nota pastorale alla città di Bologna il 12 settembre 2000, così metteva in guardia le autorità civili sul fenomeno migratorio: «I criteri per ammettere gli immigrati non possono essere solamente economici e previdenziali (che pure hanno il loro peso). Occorre che ci si preoccupi seriamente di salvare l'identità propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza un'inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà non deve andare perduto».

In vista di una «pacifica e fruttuosa convivenza», ammoniva Biffi, «il caso dei musulmani va trattato con una particolare attenzione. Essi hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino ad ammettere e praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se di solito a proclamarla e farla valere aspettano prudentemente di essere diventati preponderanti». «Sarà bene che nessuno ignori o dimentichi», proseguiva, che il cattolicesimo rimane «la ‘religione storica’ della nazione italiana».

Apriti cielo! Unanimi furono le reazioni di sdegno di fronte ad un pensiero così evidentemente fanatico, intollerante, oscurantista, reazionario. Chissà cosa scriverebbero oggi gli autori di quelle invettive!

L’Italia che ha ripudiato le sue radici, che ignora i dogmi fondamentali della propria fede, che non ha più cultura perché più nulla è stato insegnato alle nuove generazioni, che vive di politicamente corretto cioè di malattia cerebrale acuta, che ha smesso di fare figli e si interessa solo dei diritti civili intesi come matrimonio omo, utero in affitto, diritto alla dolce morte e compagnia cantando; ha ragione Biffi, questa Italia o si pente delle menzogne anticattoliche di cui si è pasciuta e si converte dall’abominio dell’apostasia o sarà musulmana.

Al seminario della Fondazione Migrantes il 30 settembre 2000 Biffi affermava: «Questa ‘cultura del niente’ (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo - e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto».

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Carmen Hernandez

2016/07/24

Shalom Carmen, donna libera e amante di Gesù

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Grande intellettuale? Certamente Carmen lo è stata. Ma non basta. Perché accanto all’intelligenza, all’immediata percezione dei nodi centrali dei diversi problemi, Carmen ha avuto un’attenta, minuta, costante attenzione alla vita delle singole persone che incontrava. Anche i più lontani da lei. Donna senza barriere ideologiche, senza moralismi, avvicinava tutti con uguale attenzione, semplicità e fermezza. Donna che poteva a volte sembrare dura. Perché mai ha fatto compromessi. E perché diceva sempre la verità, non facendo attenzione a chi aveva davanti, fosse pure l’uomo più potente del mondo. Donna libera.

Libera perché amante di Gesù. Di quel Gesù che l’ha chiamata da bambina alla missione. Che l’ha formata negli anni facendole prendere parte alla sua passione e dandole prova della sua risurrezione. Perché, lo diceva spesso, non si può risorgere se prima non si muore. Chimica, teologa, lettrice indefessa dei padri e dottori della Chiesa come di tutta la letteratura teologica contemporanea, attenta studiosa dei pronunciamenti e documenti pontifici, Carmen, figlia di una famiglia molto ricca, agli inizi degli anni sessanta ha passato due anni in Israele lavorando come cameriera in case di famiglie ebraiche. Di qui l’amore per la terra di Gesù, la conoscenza della vita del Messia a partire dai luoghi e dalle pietre da lui calpestate. La geografia che si fa storia. La storia che si capisce a partire dalla geografia.

La conoscenza di Israele, della liturgia e della letteratura ebraiche, della concreta vita del popolo ebraico, ha segnato non solo la fede di Carmen, ma ha anche cambiato la vita dei fratelli del Cammino che, dietro di lei, hanno scoperto, vissuto e amato le tradizioni che Gesù ha praticato e vissuto come ebreo. “Amante della vita”: questo è il Dio di Israele e questo è il Dio che Carmen ha conosciuto e amato. Proprio per questo ha potuto difendere la vita e la donna che la vita gesta e custodisce. In una delle sue intuizioni più profonde ha capito con larghissimo anticipo che oggi, a essere minacciata, è soprattutto la donna. E proprio grazie alla sua principale caratteristica: la donna possiede la matrice della vita.

Quella vita che Satana vuole distruggere. Per invidia. L’invidia dei demoni per la donna che partorisce figli. Che partecipa con Dio all’opera della creazione. Anche per questo tutte le famiglie del Cammino sono piene di vita. Piene, esuberanti di figli, di nipoti e, quindi, di speranza. L’orrore dell’attacco gnostico contro la vita che oggi si dispiega sotto i nostri occhi, Carmen lo ha visto per tempo e ha risposto: con la Parola di Dio, con la fedeltà alle indicazioni della Bibbia e del magistero. Con la gratitudine a Paolo VI e alla sua eroica enciclica Humanae vitae.

L’idea di scrivere un pezzo su Carmen non è venuta a me. Per l’impossibilità di rendere giustizia a uno spirito gigante come il suo con qualche riga. Perché troppo complessa e ricca è la sua vita trascorsa salvando quanti incontrava. Compresa me. Donna che con grande umiltà e quasi con nascondimento ha fornito le basi liturgiche e dottrinali di quella magnifica realtà che è il Cammino. Mi sono limitata ad accennare ad uno degli aspetti più caratteristici della spiritualità di Carmen: l’amore per le radici ebraiche del cristianesimo.

Per questo chiudo citando alcune delle parole di condoglianza inviate a Kiko dall’influente rabbino americano Jay Rosenbaum, lette da don Francesco Voltaggio al funerale: «Carmen era davvero il cuore del Cammino e la passione e lo spirito che hanno mosso Kiko nel suo annuncio del Signore. Lei è stata una Tzadik –una donna santa e giusta dallo spirito profetico e dallo sconfinato amore per i figli di Dio. É stato un raro privilegio per me averla incontrata alla Domus lo scorso anno e aver sperimentato la Ruach Ha Kodesh, lo spirito di santità, che possedeva in modo unico. Pregherò per Carmen e dirò un Kaddish per lei durante la liturgia. Shalom». Shalom Carmen e grazie.

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Invio Famiglie 2016

2016/07/13

Politeismo pacifico? Chiedete a Nerone e a Hitler

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Sul Corriere della Sera di ieri, in un articolo che pure porta finalmente alla ribalta il problema islam, Ernesto Galli della Loggia in un inciso scrive: «Tutti sappiamo che il monoteismo in quanto tale intrattiene un oscuro rapporto con la violenza». La frase è bella. Ma falsa.

Non è vero che i monoteismi in quanto tali intrattengano «un oscuro rapporto con la violenza»: è vero per l’islam che prevede anche la violenza (non oscura, ma esplicita) affinché il nome di Allah sia onorato e rispettato da tutti e in tutto il mondo. Qualche esempio tratto dal Corano, il libro che Allah detta a Maometto (detta, e quindi è difficile pensare che possa essere modificato dal momento che è Dio stesso a parlare e ordinare): «In verità, la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra» (Corano 5,33); «Getterò il terrore nel cuore dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi […] Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi» (Corano 8, 12-17).

La leggenda del politeismo tollerante nasce in ambito anticristiano: è un modo come un altro per infamare, anche se indirettamente, i cristiani, facendo di tutta l’erba un fascio. Per chiarire quanto tollerante e non violento fosse il politeismo pagano basta citare un brano di Tacito che così racconta la prima persecuzione anticristiana scatenata da Nerone: «Quando andavano alla morte si aggiungevano loro gli scherni: si facevano dilaniare dai cani, dopo averli vestiti di pelli ferine, o si inchiodavano su croci, o si dava loro fuoco, perché ardessero a guisa di fiaccole notturne dopo il tramonto del sole. Nerone aveva offerto per tale spettacolo i propri giardini e celebrava giuochi nel circo, frammischiato alla plebe in abito d’auriga, o prendeva parte alle corse, in piedi sul carro».

Convinto della pacifica positività del paganesimo è Adolf Hitler, che esplicita la sua convinzione in modo chiarissimo ne i Discorsi a tavola: «Il mondo antico aveva i suoi dei e serviva i suoi dei. Ma i preti, interposti tra gli dei e gli uomini, erano servitori dello Stato, perché gli dei proteggevano la Città. Insomma, erano l’emanazione di una potenza che il popolo aveva creata. L’idea di un dio unico era impensabile per quella gente. In questo campo i Romani erano la tolleranza in persona. L’idea di un dio universale non poteva apparir loro che una dolce follia».

Hitler si ripromette di liberare il mondo da ebrei e, a seguire, cristiani. Il presupposto culturale su cui è fondato il suo sogno palingenetico è duro a morire. Non sarebbe ora di farla finita con questo ciarpame anticristiano? Non ha ancora fatto abbastanza danni (soprattutto a noi italiani) la capillare, menzognera, propaganda anticattolica?

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Invio Famiglie 2016

2016/06/11

La libertà deviata che ha animato Lutero

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Libertà e uguaglianza: le due parole che hanno fatto la storia moderna hanno Lutero come padre. Solo che bisogna intendersi sul loro significato. Libertà? A Lutero interessa quella dei principi. Papa e vescovi non obbediscono alla sua idea di riforma? Bene, vuol dire che la riforma la faranno i principi da lui investiti dell’autorità spirituale. La libertas ecclesiae scompare? Che importa, trionfa il vero vangelo di Gesù Cristo così come insegnato alla suola di Wittenberg, definita propria della “Chiesa cattolica di Cristo”.

L’uguaglianza va ristabilita: sacerdozio universale. Papi, vescovi, abati, religiosi, vanno azzerati. Lutero stabilisce che le ricchezze da loro amministrate (si calcola che la chiesa imperiale possedesse un terzo della ricchezza nazionale) vadano regalate ai principi. I cavalieri si ribellano perché vogliono parte del bottino tanto miracolosamente piovuto dal cielo? I cavalieri vanno combattuti così come i contadini. A loro riguardo Lutero stabilisce: “Chiunque lo possa deve colpire, strozzare, accoppare in pubblico o in segreto, convinto che non esiste nulla di più velenoso, nocivo e diabolico di un sedizioso, appunto come si deve accoppare un cane arrabbiato, perché, se non lo ammazzi tu, esso ammazzerà te e tutta la contrada con te”.

Qualche anno più tardi il più grande rivoluzionario del secondo millennio ammetterà la sua responsabilità nell’eccidio: “Nella sollevazione io ho ammazzato tutti i contadini, tutto il loro sangue è sul mio collo. Ma io lo rovescio su nostro Signore Iddio; egli mi ha imposto di parlare in modo siffatto”. Sì, perché il predicatore della libertà nega il libero arbitrio. Quindi nega la responsabilità individuale e “rovescia” tutto sulle spalle di nostro Signore. Paragonare, come alcuni fanno, Lutero a Francesco d’Assisi è quasi blasfemo.

Per Lutero la libertà è libertà da Roma. Perché a Roma c’è l’anticristo. Questa convinzione è tanto radicata nel monaco agostiniano da ripeterla dal 1520 –praticamente dall’inizio della sua campagna antiromana- fino alla morte. “Asino, cane, re dei ratti, coccodrillo, larva, bestia, drago infernale, escremento del diavolo, porco epicureo”: questi alcuni degli epiteti che Lutero riserva ai successori di Pietro. Lutero affianca l’allegra spensieratezza delle parole alla pesantezza delle immagini. Come tutti i rivoluzionari vuol far nuove tutte le cose, culto compreso. Una spietata iconoclastia purifica le chiese dalle incrostazioni idolatriche del culto cattolico: statue, affreschi, mosaici, croci, oggetti di culto di varia natura, paramenti, tutto distrutto. Se nelle chiese resta il vuoto, nelle case private Lutero vuole siano ben visibili, per la loro preziosa funzione pedagogica, un nuovo tipo di icone progettate in collaborazione con Lucas Cranagh il Vecchio. Si tratta di xilografie che mostrano al popolo, al popolo ignorante che non sa ben orientarsi, quale sia la vera natura del papa, della chiesa cattolica, degli ordini religiosi: immagini oscene, di rara violenza, che serviranno da falsariga ai rivoluzionari francesi.

Lutero uomo della misericordia? A parte quella mostrata nei confronti della chiesa di Roma e dei contadini, c’è anche la misericordia riservata agli ebrei: misericordia che farà scuola nella Germania strappata alla tradizione romana. Tre anni prima della morte, nel 1543, Lutero scrive Degli ebrei e delle loro menzogne e offre ai principi sette “consigli salutari” su come comportarsi nei loro confronti. Ne riportiamo tre:

- primo: “è cosa utile bruciare tutte le loro Sinagoghe, e se qualche rovina viene risparmiata dall’incendio, bisogna coprirla di sabbia e fango, affinché nessuno possa vedere più nemmeno un sasso o una tegola di quelle costruzioni”;

-secondo: “siano distrutte e devastate anche le loro case private. Infatti, le stesse cose che fanno nelle Sinagoghe, le fanno anche nelle case”;

-settimo: “sia imposta la fatica ai Giudei giovani e robusti, uomini e donne, affinché si guadagnino il pane col sudore della fronte”.

Divisione della cristianità, odio per Roma e la sua tradizione, odio per gli ebrei, dilapidazione dell’immenso patrimonio della chiesa tedesca, settarismo, pauperismo, guerre civili, utilizzo spregiudicato della storia ad uso di una propaganda menzognera, totalitarismo fino ad allora sconosciuto nelle nazioni cristiane, disprezzo per il popolo, nazionalismo esasperato. Queste alcune delle conquiste attribuibili alla riforma. Avremmo sperato che fossero i luterani a tornare a Roma, contenti che l’odio verso Pietro, nonostante tutto, non abbia prevalso. Contenti di tornare a casa. Come da qualche anno hanno ricominciato a fare gli anglicani.torto. Personalità dal «fascino addirittura magnetico», che «per alcuni cattolici è già diventato quasi un padre comune della chiesa», Lutero, dopo aver tentato invano di convincere papa e vescovi ad attuare la riforma da lui stesso prefigurata, «dal momento che i vescovi si rifiutavano di procedere», «dovette accontentarsi di un ordinamento d’emergenza».

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Invio Famiglie 2016

2016/06/09

Se Kasper ci vuole alla scuola di Lutero

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Il primo giugno è uscito un comunicato congiunto della Federazione luterana mondiale e il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Nella sostanza riprende le linee del comunicato della Sala stampa vaticana del 25 gennaio che annunciava il viaggio del papa a Lund, in Svezia, per “commemorare” i 500 anni della riforma. La novità di giugno – e non si tratta di un particolare di poco conto- è la specificazione che il papa resterà in Svezia un giorno in più per incontrare i cattolici e celebrare con loro un’Eucaristia.

Per capire in che senso la Chiesa cattolica commemori Martin Lutero con l’obiettivo di celebrare “i doni della Riforma” (così afferma il comunicato congiunto), è utile prendere le mosse da un piccolo libro su Lutero recentemente dato alle stampe dal cardinale Kasper (Martin Lutero - Una prospettiva ecumenica, Queriniana). Il libro di Kasper, efficace, chiaro, ben scritto, parte da una tesi di fondo: Lutero aveva ragione, la Chiesa romana torto. Personalità dal «fascino addirittura magnetico», che «per alcuni cattolici è già diventato quasi un padre comune della chiesa», Lutero, dopo aver tentato invano di convincere papa e vescovi ad attuare la riforma da lui stesso prefigurata, «dal momento che i vescovi si rifiutavano di procedere», «dovette accontentarsi di un ordinamento d’emergenza».

Ancora: «L’appello di Lutero alla penitenza» non è stato accolto e «anziché reagire con la disponibilità alla penitenza e con le necessarie riforme, si rispose con polemiche e condanne». Vale la pena di sottolineare ancora una volta il punto di vista di Kasper: «Roma e i vescovi non hanno accolto l’appello di Lutero alla penitenza e alla riforma», e quindi, pur non volendo, Lutero è stato in qualche modo costretto a divenire ciò che è stato: Lutero «divenne il Riformatore, pur non definendosi tale». Lutero dal canto suo «si poneva nella lunga tradizione dei rinnovatori cattolici che lo avevano preceduto. Si pensi soprattutto a Francesco d’Assisi, che con i suoi fratelli volle vivere semplicemente il vangelo e così predicarlo. Oggi si parlerebbe di nuova evangelizzazione».

Kasper ricorda come la vita del monaco agostiniano ruotasse intorno alla domanda: «Come posso trovare un Dio misericordioso? Questo era il problema esistenziale di Lutero». Riforma, penitenza, misericordia, collegamento con lo spirito francescano: Kasper usa queste definizioni per proporre un'azzardata analogia con papa Bergoglio che va a Lund a “commemorare” i cinquecento anni della Riforma, che si pone come riformatore, che sta tutto dalla parte della misericordia e che ha scelto di chiamarsi Francesco.

Devo a Kasper gratitudine perché, leggendo il suo libro, ho finalmente capito cosa significhi l’espressione ecumenismo. Parola che per me era finora rimasta nel limbo della vaghezza e, in fondo, dell’irrilevanza. Adesso invece so cosa significhi e quale progetto sottintenda, almeno per Kasper. Seguiamo il ragionamento del Cardinale: «Per ecumenismo si intende tutto il globo terrestre abitato, dunque universalità invece che particolarità. Si può anche dire: a differenza del cattolicesimo e del protestantesimo, limitati nel loro aspetto confessionale, ecumenismo significa la riscoperta della cattolicità originaria, non ristretta ad un punto di vista confessionale». Deduzione: dal momento che cattolicesimo e protestantesimo esistono uno affianco all’altro, nessuno dei due è universale. Per raggiungere l’universalità si tratta di uscire dalla confessionalità, cioè dalla particolarità delle Chiese, e conquistare l’ecumenicità, nuovo modo per indicare la caratteristica universale del messaggio cristiano. Le Chiese - che sono tutte sullo stesso piano perché tutte ugualmente confessionali, cioè particolari - «devono vivere l’una con l’altra e andare l’una incontro all’altra».

Kasper è convinto che la strada dell’ecumenismo così inteso sia ormai obbligata: un regresso al confessionalismo «sarebbe una catastrofe» perché così facendo non saremmo in grado di contrastare l’ecumenismo secolare «che vorrebbe estromettere il cristianesimo dalla sfera pubblica». Ancora: «Nell’ecumenismo cristiano, perciò, è in gioco l’unità della Chiesa, nel servizio all’unità e alla pace del mondo. Si tratta di un umanesimo universale, che è fondato in Gesù Cristo quale nuovo e ultimo Adamo». L’impianto del ragionamento di Kasper è chiarissimo quanto originale: la Chiesa di Roma non è cattolica perché non è universale. È confessionale. Per riconquistare la cattolicità bisogna che insieme alle altre Chiese dia vita ad una «diversità riconciliata».

Questo però è l'esatto opposto di quanto la Chiesa ha sempre insegnato in duemila anni. Nonostante tutte le eresie e tutti gli attacchi che le sono stati rivolti (da Lutero con estrema violenza) la Chiesa non ha mai perso la consapevolezza di essere cattolica, cioè universale. Chiesa cattolica, apostolica, romana. Non a caso romana: da tempo immemorabile Roma è il mondo (come la benedizione solenne urbi et orbi mostra) e Pietro e Paolo a Roma non fanno che portare a compimento la vocazione romana all’universalità (non c’è più né schiavo né libero, né uomo né donna, né giudeo né greco, scrive Paolo ai Colossesi e ai Galati). La Chiesa cattolica, apostolica, romana, non ha alcun bisogno di recuperare quell’universalità che da sempre la caratterizza e che da sempre è insidiata da altri centri di potere che desiderano imporre sulle ceneri dell’universalità romana un nuovo tipo di universalità.

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generico

2016/05/15

Politici ignoranti e Chiesa in confusione

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Caro direttore, qualche giorno fa un giulivo presidente del Consiglio che si dichiara cattolico ha proclamato: mica ho giurato sul vangelo, ho giurato sulla Costituzione. L’allegro presidente evidentemente non sa quello che dice. Il punto è che, altrettanto evidentemente, altrimenti non lo farebbe, è certo di rivolgersi a un pubblico smemorato, disorientato, che non sa più cosa credere e cosa pensare. Un pubblico che non ha più i minimi riferimenti non dico teologici ma nemmeno culturali.

Al goliardo Renzi ha fatto seguito il candidato sindaco di Roma, Alfio Marchini, che dopo aver fatto esultare tanti dichiarando che mai avrebbe officiato matrimoni omo, in un’intervista al Corriere ha così chiarito cosa voleva dire: la legge sulle unioni civili è giusta, «il mio impianto ideologico si ispira a Sant’Agostino, ama e fai ciò che vuoi». Evidentemente dando retta a qualche buon consigliere, l’indomani Marchini in un incontro pubblico ha aggiustato il tiro invitando a guardarsi dal relativismo e ricordando l’incontestabile diritto dei bambini a un padre e una madre.

In un tempo in cui interprete ufficiale del papa si autoproclama l’illuminato Scalfari è inevitabile che si ingeneri qualche confusione. In realtà la questione è chiarissima. E dovrebbe esserlo anche per tutti i cattolici che si aggirano nei meandri della politica. Prendiamo Agostino. Che significa la bella frase, la frase-effetto tante volte citata a destra e a manca, “ama e fa ciò che vuoi”? Agostino sta commentando la prima lettera di Giovanni, la meravigliosa lettera in cui l’evangelista svela il nome di Dio: “Dio è amore”. E’ ragionevole dedurre che questo Dio, che è misericordia, approvi, accetti e benedica qualsiasi pulsione affettivo-sessuale sgorghi dai nostri cuori? E’ possibile che il nostro livello di conoscenza della verità rivelata sia sprofondato così in basso? Di quale amore parla Giovanni? “Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”. Ama e fa ciò che vuoi significa quindi: ama come Gesù, finendo in croce per quelli che ami, e fai pure ciò che vuoi.

Stiamo vivendo in un’epoca drammatica. Da decenni è mancato il catechismo, l’insegnamento catechetico. Quello cui assistiamo oggi con la stampa scatenata - compresi giornali cattolicissimi - nel sostenere la “rivoluzione” di papa Bergoglio è stato preparato da decenni di incuria pastorale. Decenni di mancata preparazione ai massimi livelli di educazione, compresa quella di tante università cattoliche.

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Belgio

2016/03/30

Belgio filo islamico, dava la caccia solo ai cattolici

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Vi ricordate del cardinal Suenens? Léon-Joseph Suenens (1904-1996), cardinale progressista, la persona che forse ha dato un contributo decisivo al passaggio dal Belgio cattolico al Belgio nichilista. Bene, quel cardinale ha subito da morto un’onta vergognosa: qualche anno fa la polizia e la magistratura belghe in cerca di prove contro il clero cattolico, di professione pedofilo, sono scese nella cripta di Saint Rombout a Mechelen muniti di martelli pneumatici e hanno profanato la sua tomba nella convinzione che i preti avessero nascosto proprio lì le prove dei loro vergognosi trascorsi.

Oggi, pur di fronte all’evidenza che polizia e magistratura belga sono responsabili di mancata sorveglianza nei confronti del terrorismo di matrice islamica, il ministro degli interni Jan Jambon ritiene impossibile evocare lo stato di emergenza – come successo in Francia - per la buona ragione che si deve conservare il sangue freddo: “Penso che dobbiamo restare cool, non lasciarci trascinare dalla situazione”, perché contrario “alla nostra democrazia”.

L’odio anticattolico che rende ciechi e stolti proprio come il pregiudiziale spirito democratico filoislamico rende ciechi e stolti, mi fa venire in mente un divertente episodio del risorgimento, naturalmente sconosciuto, raccontato nei particolari dal prete giornalista e storico Giacomo Margotti, naturalmente quasi sconosciuto. Siamo nel 1848 in pieno trionfo dello spirito liberale. A quell’epoca la persecuzione inizia dalla soppressione della Compagnia di Gesù e ordini affini.

Cacciati i gesuiti dalle loro case destinate a miglior uso, rimane da scovare dove i padri abbiano nascosto i loro tesori. Questo il contesto in cui viene scambiato per gesuita un uomo che nulla ha a che fare con la Compagnia. Una folla “indignata” gli intima di svelare il nascondiglio del tesoro e costui (un “giovialone” lo definisce Margotti) svela un particolare rilevante delle abitudini dei padri: “il tesoriere e i superiori” entravano ed uscivano di continuo da una certa stanza. L’indizio viene preso come testimonianza certa della presenza dell’oro e i liberali iniziano a tastare i muri per scovare il nascondiglio. Trovato un punto che “risuonava”, certi di aver finalmente trovato, picconano con foga e fanno progetti sulla spartizione del bottino. Alla fine il muro cede e si comincia a “sentire una certa fragranza, che non era né di rosa, né di gelsomino”. Il tanfo aumenta al punto da diventare insopportabile anche per gli “eroi d’Italia”, commenta Margotti.

Nel 1854 la speranza di trovare l’oro si fa nuovamente certezza. Il ministro delle finanze riceve una lettera che rivela l’ubicazione del denaro: il tesoro è custodito nel collegio dei Santi Martiri di Torino, in cantina, “sotto tanti palmi di terra”. La lettera è dettagliata e pertanto, così si pensa, le informazioni non possono che essere vere. Uno stuolo di funzionari si reca ai Santi Martiri perché la scoperta di tanta ricchezza va documentata: “Si scassinano porte, si scava nel luogo indicato, e circa un metro più in là, due metri più in giù, e il tesoro non comparisce”.

Non c’è due senza tre e si dà credito a una nuova soffiata che rivela l’ubicazione di una grande quantità di denaro a Genova, a palazzo Tursi. Margotti così racconta: il cavalier Barnato (la persona incaricata dal governo di trovare e portare a Torino i sacchi d’oro) “chiama a sé due architetti, e il sindaco, e l’intendente generale di Genova, e sul pomeriggio del 17 aprile, tutti e cinque s’incamminano processionalmente a palazzo Tursi, per ritirare il tesoro dei Gesuiti. Tastano, rompono, guastano il pavimento, e non trovano il becco d’un quattrino. Si consultano, rileggono le istruzioni, tornano a ricercare, a rompere, a guastare, e il tesoro non c’è”. Commento: “che cime d’uomini sono i nostri ministri, che si lasciano così raggirare! O poveri noi, in che brutti panni siamo dopo tanta libertà e tanto libero scambio!”.

Dicono che in Belgio comandi la più anticattolica e laicista massoneria del mondo, chissà se è vero.

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Invio Famiglie 2016

2016/03/19

Francesco invia le famiglie missionarie: «Parto con voi»

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Da duemila anni la chiesa, cioè il corpo di Cristo, è attaccata da satana dall’esterno con le persecuzioni e dall’interno con le eresie. Oggi sia le persecuzioni che le eresie godono un tempo di grande fortuna. Ma da duemila anni l’onnipotente fantasia dello Spirito Santo e l’eroismo di quanti hanno incontrato Cristo hanno impedito a satana di trionfare: non prevalebunt.

In un tempo in cui, in occidente, l’età media di chi frequenta la chiesa è molto alta, in cui le chiese si chiudono, si vendono o vengono smantellate, in un tempo in cui l’apostasia –Italia compresa- delle nazioni ex cristiane è generalizzata, in questo tempo di sconforto, denatalità, solitudine e disperazione, la Chiesa, come sempre, è giovane, fresca, allegra. Intendendo per chiesa i corpi, le comunità, di quanti capiscono e accettano che la volontà di Dio sulla loro vita è la missione, cioè l’annuncio della vittoria sulla morte.

Ieri mattina, in Vaticano, il Papa ha inviato in missione uno stuolo di famiglie (270) piene di figli (1500): sono le nuove 56 missiones ad gentes del Cammino neocatecumenale che vanno ad aggiungersi alle altre 128 già inviate negli anni passati. Le missiones ad gentes sono un tipo di evangelizzazione radicalmente nuova che lo Spirito Santo ha suscitato per venire incontro alla desolazione dei nostri tempi. Sono famiglie che hanno sperimentato la tenerezza di Dio nella loro vita e nella vita delle comunità di cui fanno parte, tenerezza, amore e provvidenza, che li spinge ad essere generosi con Dio come Dio è stato generoso con loro: dando la vita per l’annuncio del kerygma.

E così, provenienti da tutte le parti del mondo, coi loro tanti, tantissimi bambini, tutti ben vestiti, attenti ed educati, consapevoli dell’importanza del momento che stanno vivendo, hanno ricevuto dal Santo Padre la croce missionaria e l’invio ufficiale della Chiesa che li manda nei territori più scristianizzati o mai evangelizzati, ovunque un vescovo ne faccia richiesta, a vivere la fede in mezzo ai pagani. Una novità radicale nella millenaria vita della chiesa. Vanno senza niente, devono inventare tutto, cercare lavoro, casa, scuola per i figli. Nei luoghi di missione non c’è chiesa, non ci sonno edifici di muratura, ci sono corpi sui quali è chiamata a scendere la Shekinà di Dio. La carità di Dio. Come nei primissimi tempi apostolici non ci sono edifici adibiti al culto e la comunità si riunisce nelle case.

Ogni missio è formata da quattro o cinque famiglie coi loro figli, un presbitero col suo socio, alcune sorelle: una quarantina di persone, una comunità cristiana. “Guardate come si amano”: dice Tertulliano della meraviglia che suscitano i cristiani presso i pagani. Guardate come si amano, guardate come non sono soli, come si perdonano: questo aspetto della vita comunitaria, oggi come ieri, attira i tanti che sono soli e la cui vita non ha sapore perché non ha senso.

«Le famiglie sono un vero spettacolo», ha detto l’iniziatore del Cammino Kiko Argüello prima dell’arrivo del Papa. E’ vero. Le famiglie, quelle famiglie, sono uno spettacolo. E il papa ha dedicato loro parole commosse. Parole che hanno richiamato la caratteristica fondamentale della vita cristiana che è l’umiltà, manifestando la gratitudine della chiesa, di tutta la chiesa, per quello stuolo di missionari: «Vi ringrazio, a nome mio, ma anche a nome di tutta la Chiesa per questo gesto di andare, andare verso l’ignoto e anche soffrire. Perché? ci sarà? sofferenza, ma ci sarà? anche la gioia della gloria di Dio, la gloria che è sulla croce».

«Non sarà facile per voi – ha aggiunto – la vita in Paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione. E questo lo fate per amore, per amore alla madre Chiesa, all’unità di questa madre feconda; lo fate perché la Chiesa sia madre e feconda».

Alla fine del suo intervento, prima di benedire le croci che ogni membro delle missio teneva alzate, prima della benedizione solenne dell’invio, il Papa ha detto: «Io resto qui, ma con il mio cuore parto con voi». Dopo duemila anni la chiesa è giovane e bellissima.

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2016/03/13

Politica anticattolica Renzi come Cavour

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Qualche tempo fa sulla Bussola mi interrogavo su quale fosse il denominatore comune fra Renzi, Cameron e Hollande: una prova di forza violenta, insolente, contro tutto il mondo cattolico (mondo che non è espresso in parlamento ma che esiste), come quella imposta col voto di fiducia sui simil-matrimoni omosessuali, non sembrava una scelta ragionevole, tanto più che il Renzi nel 2007 aveva pubblicamente sostenuto il Family Day.

Ma c'è anche un precedente storico che Renzi sembra ricalcare, e riguarda il conte di Cavour. Ovvero il Cavour della legge 29 maggio 1855 contro gli ordini mendicanti e contemplativi della Chiesa di stato. Ordini cui il presidente del consiglio sottrae la personalità giuridica derubandoli di tutti i beni, mettendo in pratica a modo suo il principio della libera Chiesa in libero stato.

Con quella legge Cavour si gioca il tutto per tutto. In politica interna come in politica estera. Appoggiato dalle potenze liberali per costruire in Italia un mondo migliore – anticattolico - il conte è costretto ad occuparsi di questioni religiose sommamente divisive con cui mai avrebbe voluto aver a che fare. Il dibattito per l’approvazione della legge dura sei mesi; la corona, secondo la profezia di don Bosco, deve a quella legge la sua scomparsa dal novero delle dinastie regnanti, tutta la popolazione è nettamente contraria. Eppure il conte va avanti. Perché? Perché la politica anticattolica è la sola che garantisca l’appoggio delle potenze liberali (Francia e Inghilterra in primo luogo) senza il quale il regno di Sardegna e Cavour non vanno da nessuna parte: «Molti in Europa si interessano a questa lotta che noi sosteniamo», «Vi potrei citare la stampa di quasi tutti i paesi d’Europa; vi potrei citare i libri ed i fogli della Francia, dell’Inghilterra, del Belgio e di una parte della Germania».

Già nel 1852, in Senato, mentre è in discussione la legge sul matrimonio civile, agli avversari che paventano una contrarietà delle potenze alleate il conte ribatte: «Egli non è molto che io mi fermai qualche tempo in Francia», «Molte di queste persone influentissime - quelle che aveva incontrate -, se facevano un rimprovero» non era quello «d’aver proposto una legge non abbastanza cattolica sul matrimonio, ma sibbene di non aver proposto all’approvazione del Parlamento la legge francese». Rosario Romeo dice la stessa cosa in altri termini: «Il Piemonte, spinto dalle sue ambizioni su una via interrotta a ogni passo da insidie e pericoli, doveva tenere nel massimo conto i desideri e talora i capricci dei potenti vicini».

Mutatis mutandis adesso non è (per il momento) in discussione un attacco diretto allo stato vaticano, è in discussione però la pretesa italiana di non piegarsi ai dictat dei poteri internazionali che vogliono la fine del matrimonio e della famiglia aperta alla vita. Che vogliono la fine di quanto resta del rispetto per i 10 comandamenti.

E come fa un presidente del consiglio che da tre anni gode di un appoggio unanime di tutta la stampa che conta (dopo che per vent’anni contro Berlusconi era stata dichiarata una guerra civile), come fa a sottrarsi ai desiderata dell’élite internazionale che quei giornali e quelle opinioni governa? Però ai Savoia la politica anticattolica non ha portato bene. A Cavour in fondo nemmeno, perché è morto subito dopo la nascita della sua creatura, il neonato regno d’Italia.

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2016/03/03

Pio IX docet: anche la scomunica è Misericordia

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

È interessante che ieri il Papa all'udienza generale abbia esplicitamente affermato che la correzione e la punizione siano parte della Misericordia. In effetti nel capitolo 18 del vangelo di Matteo si legge: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano». Non a caso il capitolo 18 di Matteo è all’origine della scomunica: un’arma estrema in difesa della retta dottrina e della retta guida del popolo cristiano da parte di governanti che si definiscono cristiani. Oltre che agli eretici la scomunica è quindi comminata anche a chi, alla guida della cosa pubblica, pur proclamandosi cristiano in realtà non lo è.

Nell’Ottocento italiano Pio IX è costretto a scomunicare l’intera classe politica. In una lettera del 1849 alla granduchessa Maria di Toscana papa Mastai scrive che l’unica cosa che gli preme è la verità: «Che i popoli cattolici conoscano la verità e siano rischiarati sui principi della virtù e del vizio che oggi si tenta di capovolgere». A metà dell’Ottocento il regno di Sardegna si appresta a conquistare la penisola in nome della libertà, della costituzione, della vera religione e del progresso. Succede che, nonostante il primo articolo dello Statuto albertino dichiari la religione cattolica unica religione di stato, il 29 maggio 1855 venga promulgata una legge che decreta «la soppressione di quasi tutte le comunità monastiche e religiose di entrambi i sessi» stabilendo l’alienazione dei rispettivi beni.

La verità impone di smascherare governo, parlamento e corona decretando la scomunica per l’intera classe politica che si definisce liberale e cattolica: «Siamo costretti a dichiarare che tutti coloro i quali, nel Regno Subalpino, non esitarono a proporre, approvare, sancire i predetti decreti e la legge contro i diritti della Chiesa e di questa Santa Sede, nonché i loro mandanti, fautori, consulenti, aderenti, esecutori, sono incorsi nella scomunica maggiore».

Adottando questo provvedimento Pio IX fa violenza alla sua natura («Riesce a Noi assai greve e penoso, Venerabili Fratelli, il dover deflettere da quella mansuetudine e moderazione che attingemmo e derivammo dalla stessa natura»), ma l’attacco sferrato alla Chiesa e alla società tutta in nome della Chiesa (così impone il primo articolo dello Statuto), esige che il Papa faccia chiarezza denunciando come nemici quanti, mentendo, si professano amici: «Siamo costretti ad usare contro di loro la severità ecclesiastica per non venir meno al Nostro dovere e per non abbandonare la causa della Chiesa».

Se all’epoca del Risorgimento – anche grazie alla soppressione di tutti i suoi ordini religiosi - si persegue la distruzione della Chiesa, oggi è in gioco qualcosa di più. Oggi l’attacco non è più a Cristo-Dio attraverso la sua Chiesa, oggi l’attacco è rivolto direttamente contro Dio. Dio creatore, legislatore, «amante della vita». Oggi è dichiarato giusto, diritto civile, amore per i bambini, rispetto per le persone, superamento di un inaccettabile oscurantismo cultural-religioso, l’approvazione di un simil matrimonio tra persone dello stesso sesso che contrasta nel modo più radicale con tutta la rivelazione (sia Antico che Nuovo Testamento), con la bimillenaria pratica religiosa, con l’intera storia dell’umanità.

Portabandiera di questa conquista di civiltà (inevitabile anticipo dell’adozione da parte di coppie omosessuali) è lo stesso presidente del consiglio che fino a qualche tempo fa non aveva difficoltà a farsi riprendere all’uscita della messa. Ma Renzi non agisce in splendido isolamento “cattolico” perché è circondato da ministri che si dichiarano cattolici: uno scandalo nel senso proprio del termine.

Certo, le spinte moderniste all’interno della Chiesa sono oggi fortissime. Certo, la lobby omosessuale all’interno della Chiesa è altrettanto forte. Certo, le esigenze dell’8 per mille hanno le loro ragioni. Certo, nonostante tutto questo, il rispetto della verità è, per i cattolici, un obbligo assoluto.

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2016/02/19

Chiesa e massoneria, le ambiguità del cardinale

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Padre Rosario Esposito (1921-2007), religioso paolino che alla fine della vita ha deciso di rendere pubblica la propria affiliazione alla massoneria, ha calcolato che la Chiesa ha emesso 586 condanne contro l’ordine dei liberi muratori. Moltissime. La ragione di tanto reiterato interesse da parte dei Papi è principalmente dovuta all’instancabile azione lobbistica dei fratelli che non smettono mai, all’indomani di ogni nuova condanna, di professarsi tutt’atro che ostili alla Chiesa cattolica. I Papi non avrebbero visto giusto e, in ogni caso, il nuovo tipo di massoneria avrebbe abbandonato ogni forma di ostilità nei confronti della Chiesa.

La prima condanna antimassonica è emessa da Clemente XII nel 1738 solo pochi anni dopo la fondazione della Gran Loggia di Londra nel 1717. Tenuto conto che ripetuti giuramenti vincolano al segreto i fratelli massoni per tutto quanto riguarda la vita di loggia, tenuto conto anche che la violazione del patto stipulato comporta la pena di morte, la tempestività della condanna è prodigiosa. Nella lettera apostolica In Eminenti papa Corsini specifica che il suo pronunciamento riguarda tutte le associazioni di tipo massonico, indipendentemente dal nome con cui vengono chiamate. Particolare di non poco conto.

L’ultimo pronunciamento a carico della massoneria è emesso il 26 novembre 1983 dal cardinal Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che scrive con l’esplicita approvazione del Santo Padre Giovanni Paolo II. La secolare condanna è ribadita nei termini più netti. La motivazione della reiterazione del pronunciamento è dovuta –una volta di più- al non aver il Codice di Diritto Canonico del 1983 esplicitamente condannato la massoneria: dalla mancata ripetizione della scomunica le logge deducono (meglio, affermano e divulgano di dedurre) che l’ostilità ecclesiastica nei loro confronti è finita.

Questo rapido excursus è necessario per cercare di capire l’articolo (“Cari fratelli massoni”) che è stato pubblicato da Il Sole 24 Ore domenica 14 febbraio a firma del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Il cardinale dà risalto a «un interessante volumetto» che, oltre alla Dichiarazione di Ratzinger, riporta «due documenti di altrettanti episcopati locali, la Conferenza episcopale tedesca (1980) e quella delle Filippine (2003)». A partire dall’analisi di questi testi Ravasi giunge alla conclusione che, proprio come scrivono i vescovi tedeschi, «bisogna andare oltre “ostilità, oltraggi, pregiudizi” reciproci, perché “rispetto ai secoli passati sono migliorati e mutati il tono, il livello e il modo di manifestare le differenze” che pure continuano a permanere in modo netto».

Cosa dicono i vescovi tedeschi? Ripercorriamo i punti salienti della Dichiarazione nell’ordine in cui vengono menzionati: è possibile ipotizzare un nuovo rapporto fra Chiesa cattolica e massoneria, si domandano i presuli? «L’opinione che la Libera Muratoria si fosse a tal punto trasformata, che la precedente posizione della Chiesa fosse superata» è stata diffusa tramite «un’ampia attività rivolta alla pubblica opinione, in forma di convegni, sedute aperte di logge, pubblicazione di libri, articoli in giornali e riviste» (curiosamente la Dichiarazione parla di articoli in giornali). I vescovi precisano: l’opinione menzionata fu favorita da un certo modo, completamente falso, di interpretare l’ultimo Concilio «come se la Chiesa avesse abbandonato l’idea orientatrice di una verità obiettiva, sostituendola con quella della dignità umana. Ne conseguirebbe un rapporto di vicinanza fra la Chiesa cattolica e la Libera Muratoria».

Le cose non stanno così perché «la Libera Muratoria mette in questione la Chiesa in modo fondamentale». É vero che «sono migliorati e mutati il tono, il livello e il modo di manifestare le differenze» come è vero che la Chiesa sa di dover collaborare «quando si tratta del raggiungimento di fini umanitari e caritativi» (e quando mai è successo il contrario?), ma è altrettanto vero che «La Libera Muratoria non è mutata nella sua essenza» e che quindi «l’appartenenza contemporanea alla Chiesa cattolica e alla Libera Muratoria è esclusa». Le dichiarazioni di incompatibilità non «impediscono, però, il dialogo», scrive Ravasi. La notazione è curiosa perché non c’è periodo storico in cui la Chiesa non sia stata aperta al confronto. E questo vale dall’inizio.

A cominciare dalla Prima lettera di Pietro («pronti sempre a rispondere a chi vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto»), per continuare con tutto il pensiero filosofico cristiano (vedi la Città di Dio di Agostino o la Summa di Tommaso). Alla massoneria appartiene invece la teorizzazione di un tipo di dialogo particolare, funzionale alla scomparsa della verità cattolica: «Il gran punto sta nel dividere dal Papa il maggior numero possibile di cattolici […] Modo lento, ma certo, a combattere e spegnere il mostro chiamato superstizione cattolica, il quale s’incarna nel Papa e nell’esercito clericale, sì numeroso e sì bene ordinato, è la libera discussione, il cui suono rintrona ormai fin entro le mura del Vaticano», scrive nel 1871 il massone Giuseppe Ricciardi.

Dopo aver parlato di dialogo, il cardinale scrive una frase allusiva che risulta incomprensibile: bisogna «superare quell’atteggiamento di certi ambienti integralisti cattolici che –per colpire alcuni esponenti anche gerarchici della Chiesa a loro sgraditi- ricorrevano all’arma dell’accusa apodittica di una loro appartenenza massonica». A chi si riferisce Ravasi? Chi sono coloro che screditano alcuni membri della gerarchia (quali?) addebitando loro un’appartenenza massonica non dimostrata? L’arma di cui parla Ravasi ha un nome preciso, si chiama calunnia. L’accusa andrebbe pertanto circostanziata, trattandosi di materia grave. Altrimenti si tratta di fare di tutta l’erba un fascio.

Forse non sarebbe stato male, oltre alla citazione di un documento prodotto da una singola Conferenza episcopale, fare qualche cenno al ricchissimo, sempre chiaro e netto magistero pontifico, magistero che mette ripetutamente in evidenza anche il carattere satanico del progetto massonico. Cosa rimane dalla lettura dell’articolo di Ravasi? La sensazione che il dialogo fra massoneria e Chiesa cattolica vada ufficializzato, superando la secolare contrapposizione frontale. Non sarebbe male se, per l’ennesima volta, la Santa Sede tornasse a pronunciarsi contro la massoneria.

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2016/02/15

Le unioni gay, la massoneria e i tre premier

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Cameron, primo ministro conservatore inglese, ha spaccato il suo partito imponendo il matrimonio omosessuale. Hollande, presidente socialista francese, ha imposto anche lui il matrimonio omosessuale, con il partito compatto alle sue spalle, ma una fortissima opposizione popolare. Il risultato si è visto alle ultime elezioni dove il partito socialista in alcune regioni è quasi scomparso. Dove, per non morire del tutto, è arrivato a proporre contro la Le Pen un’alleanza innaturale con i nemici di sempre, gli uomini del partito di Sarkosy.

Renzi, leader del partito democratico e presidente del consiglio italiano, proveniente dalla Democrazia cristiana, dopo aver rottamato la vecchia guardia comunista, sta imponendo l’approvazione di un simil matrimonio omosessuale con relativa adozione di figli. E dire che i primi tempi del suo governo, Renzi si faceva riprendere all’uscita della messa con la famiglia. Solo due anni fa’.

Nel frattempo cosa è successo? Cosa ha consigliato a Renzi di prendere di petto quello che resta delmondo cattolico (in Italia non si tratta proprio di una minoranza inconsistente) per imporre al Parlamento di deputati e senatori nominati dall’alto, perché scelti senza preferenze, l’approvazione di una legge divisiva, che spacca la Nazione, va contro la storia italiana e impone il punto di vista di una minoranza transnazionale definita aprioristicamente “civile”?

Quale il denominatore comune di tre situazioni diverse, unite da una volontà ferrea, costi quello checosti, di dare a opzioni sessuali individuali veste legislativa, cioè riguardante tutti, riguardante la collettività? Primo, evidente, denominatore comune, è la definizione di bene e male: bene è quello che voglio; male quello che contrasta con la mia volontà. Libertà di coscienza. Questo schema filosofico gnostico si oppone frontalmente alla Rivelazione giudaico-cristiana. E lo fa in nome della libertà. Da una parte ci sarebbe l’oscurantismo totalitario della Rivelazione, dall’altra il credo libertario della gnosi che rende ciascuno libero di fare quello che vuole.

In un contesto tanto “libero”, siamo sicuri che non c’è nessuno che surrettiziamente decide al postonostro cosa è il bene e cosa il male? Viene in mente uno scambio di battute riportato dal “Catechismo del grado di apprendista”. Cioè da quella rilevante porzione della gnosi moderna rappresentata dalla libera muratoria. Questo il dialogo fra il maestro massone e il profano che “bussa alla loggia”:

«D. – L’intelletto basta per discernere il vero dal falso, il bene dal male?

R. – Sì, quando è regolato da una sana morale.

D. – Dove si insegna questa morale?

R. – La Massoneria: è quella che insegna la morale più atta a formare l’uomo per la Società, per la Patria e per sé stesso»

Col matrimonio omosessuale la gnosi persegue un obiettivo alto: distruggere la libertà frutto dellaverità rivelata e imporre la libertà (e la morale) insegnata nelle logge. Una libertà che, come sempre nel caso della gnosi, ha un contenuto totalitario. Tutti devono obbedire a quello che gli gnostici pensano bene. Costi quello che costi. Anche se poi si perdono le elezioni. Tanto a cosa servono le elezioni?

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2016/01/24

2 domande…

1: chissà perché i direttori dei giornali questa volta non hanno riportato i dati della questura relativi al “milione” in piazza per il decreto Cirinnà?

2: chissà perché Renzi, che pure è molto furbo, all’improvviso si è scagliato ripetutamente e con forza per le unioni civili che vuole approvate?

Sarà un motivo simile a quello che ha spinto il primo ministro inglese, conservatore, a fianco del presidente della repubblica francese, socialista, per l’approvazione del matrimonio omosessuale?

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2015/12/29

Conquistare Roma. Intervista alla storica Angela Pellicciari

(tratto da "acistampa")

ROMA, 29 dicembre, 2015 / 12:15 AM (ACI Stampa).- Conquistare Roma, perché Roma è il mondo. Ma soprattutto, perché Roma è il centro della cattolicità. Quella Chiesa che, unica al mondo, ha portato a compimento l’universalità di Roma, e ne ha fatto uno strumento per il bene dell’uomo. Angela Pellicciari, storica del Risorgimento, ha appena dato alle stampe il volume “Una storia della Chiesa” (Cantagalli). Con rigore storico, riproducendo documenti che raramente vengono menzionati, ha messo in luce nel corso degli anni come il Risorgimento italiano sia stato soprattutto un movimento in chiave anti-cattolica. Un piano che aveva come scopo la sostituzione della verità teologica con la presunta libertà massonica. Storie che si sono dipanate in libri (tra gli altri) come “L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata” (Piemme), “I panni sporchi dei Mille. L’invasione del Regno delle Due Sicilie” (Cantagalli), “Risorgimento anticattolico” (Piemme) e “I Papi e la Massoneria” (Ares). In una intervista con ACI Stampa, racconta perché, da sempre, l’attacco è stato mosso verso Roma. Ovvero verso la cattolicità. Un attacco che passa dall’attacco alla sovranità della Santa Sede.

Professoressa, perché, nel piano dell’Unità di Italia, si punta a Roma, alla distruzione dello Stato pontificio?

Perché Roma è il mondo. I Romani, che avevano un impero smisurato, avevano la consapevolezza che Roma era unica. Roma era universale, era la città in cui tutti si sentivano a casa. Il cristianesimo eredita e porta a compimento l’universalità romana. Lo spiega bene Paolo nella lettera ai Galati e nella lettera ai colossesi, quando dice che “non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna” perché tutti sono uno in Cristo Gesù. Le lettere di Paolo dimostrano che l’universalità cui Roma aspira è realizzata appieno dalla Chiesa romana.

È dunque questa universalità che fa di Roma un obiettivo?

Certo. Ogni nemico di Cristo vuole arrivare a Roma, distruggere Roma e creare una nuova Roma. Cioè un nuovo potere universale. Tutti gli imperi ci hanno provato, ma finora non ci sono riusciti. Solo Napoleone è riuscito, per poco tempo, ad arrivare a Roma e renderla territorio francese. Napoleone voleva trasformare Parigi in una nuova capitale universale. Per questo trasferì a Parigi l’Archivio Vaticano. Non si tratta di una mossa priva di valore. Il fatto è simbolicamente molto importante perché l’Archivio Vaticano, il più antico dell’occidente, documenta ciò che Roma è, e cioè il mondo.

Perché la massoneria è interessata ad arrivare a Roma?

Perché la massoneria vuole il potere, vuole riuscire a dominare ovunque, e perché l’unico ostacolo che incontra è rappresentato dalla chiesa cattolica. E’ una volontà di dominio che parte da lontano, radicata nella riforma protestante.

In che modo?

Basti pensare che James Anderson, l’autore della Costituzione dei Liberi Muratori, è un pastore presbiteriano. Protestantesimo e massoneria sono collegati dall’idea del libero esame promossa dal protestantesimo. L’esaltazione della libertà da Roma e dal magistero che Lutero incarna, diventa l’esaltazione della libertà dalla rivelazione propugnata dalla massoneria. La verità non è rivelata, è prodotta volta a volta dalla libera discussione nelle logge. E l’odio per Roma passa da Lutero alla Massoneria.

Si parla di uno Stato pontificio che era arretrato, fuori dal tempo…

Lo Stato pontificio era un gioiello, e a suo favore non c’è bisogno di tante parole perché bastano le pietre: le città, i villaggi, i borghi. È sufficiente un tour in Umbria, nelle Marche e nel Lazio, per comprendere come era amministrato lo Stato Pontificio. Quanti ospedali, quante chiese, cappelle, opere d’arte, fontane, oratori, conventi, opere di beneficenza, quante scuole. Quanta bellezza c’era ovunque. Quanto rispetto e amore per la vita delle persone.

Ma se era così ben organizzato, perché cadde?

Perché tutto il mondo era coalizzato contro i cattolici e il loro Stato. Non c’erano più potenze cattoliche. Il Papa non aveva più sponde. Gli Stati rimasti cattolici, lo erano nominalmente e non di fatto. E l’esercito dello Stato Pontificio era più che altro simbolico perché il Papa non aveva bisogno di difendersi essendo in Italia tutti cattolici.

Il Regno d’Italia nasce dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Anche quello era un Regno ben organizzato…

Il regno delle Due Sicilie era il regno più antico, più grande, con l’esercito più forte d’Italia. Purtroppo il giovane re Francesco II era inesperto, incapace di governare e si fidava dei suoi consiglieri. Quando i Mille stavano per arrivare a Napoli, Liborio Romano, che era ministro dell’Interno, convinse Francesco II a lasciare Napoli senza combattere, per evitare la distruzione della città. Così Garibaldi poté entrare a Napoli senza alcuna resistenza, accolto dallo stesso Liborio Romano. È un episodio che racconta molto di come i Mille siano riusciti a conquistare il Regno delle Due Sicilie. Buona parte dei vertici militari era composto da massoni e corrotti. Lo sbarco dei Mille a Marsala è preparato dall’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, che si reca in Sicilia con un fido illimitato di Cavour per corrompere i vertici militari. E così la Marina non si accorge degli sbarchi di uomini, armi e munizioni. Ce lo racconta lo stesso Persano, che pubblica le lettere che spediva a Cavour (si tratta di segreti di Stato!) per raccontargli come andava la preparazione dell’invasione antiborbonica.

C’era un disegno generale per prendere Roma?

Sia gli interventi dei Pontefici che gli scritti della massoneria dicono chiaramente che la scomparsa dello Stato pontificio era il principale obiettivo che le potenze protestanti e massoniche si ripromettevano unificando l’Italia. Perché i massoni erano convinti che, se fossero riusciti a distruggere il potere temporale, anche il potere spirituale del Papa sarebbe crollato. Per propagandare in tutto il mondo il loro attacco alla Chiesa spacciato per “Risorgimento”, i Savoia e i massoni si sono serviti di una propaganda capillare e della falsificazione sistematica dei dati storici. Hanno definito se stessi come campioni della morale e hanno fatto consistere la morale nella realizzazione di una monarchia costituzionale e di un stato liberale. Se non che il primo articolo dello Statuto albertino definiva la chiesa cattolica “unica religione di stato”. Ebbene, non appena il regno di Sardegna diventa liberale, i governanti cominciano a sopprimere uno dopo l’altro tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato. In nome della “libera chiesa in libero stato” i Savoia cacciano dalle proprie case tutti i membri degli ordini religiosi: 57.943 persone. In nome della libertà tanti preti sono uccisi o sbattuti in prigione perché si rifiutano di dare i sacramenti ai liberali che il papa, ovviamente, ha scomunicato. Il risorgimento italiano è molto simile nelle sue decisioni e nelle sue dinamiche alle rivoluzioni protestanti del secolo XVI. I Protestanti però, mossi dall’odio per la chiesa romana, hanno pubblicamente dichiarato guerra a Roma. I liberali italiani invece hanno fatto una guerra spietata contro la chiesa cattolica in nome della chiesa cattolica.Avendo fatto consistere la moralità nel rispetto della costituzione non potevano dichiarare apertamente il loro odio per Roma e il papa.

Cosa è successo poi?

E’ successo che un’enorme quantità di ricchezza è passata di mano: migliaia di palazzi meravigliosi, di chiese, di oggetti d’arte, di archivi, di biblioteche, di terreni, tutte le proprietà che erano state regalate alla chiesa nel corso dei secoli, sono state acquistate per due lire dall’élite liberale, circa l’1% della popolazione. Con la conseguenza che per la prima volta nella sua storia l’Italia, invece di risorgere, si è trasformata in una colonia di poveri costretti in massa all’emigrazione. Il papa che assiste impotente a questa svendita della ricchezza e della dignità nazionale, Pio IX, dal 1846 profetizza ai liberali cosa sarebbe successo: alla rapina dei beni della chiesa fatta in nome della libetà e della costituzione sarebbe seguita la rapina dei beni dei borghesi in nome del comunismo.

Ma quale era il ruolo dello Stato Pontificio?

Lo Stato Pontificio era il punto di riferimento dei cattolici di tutto il mondo. Sia Pio IX che Leone XIII hanno insistito sull’importanza del potere temporale del pontefice. Il potere temporale era funzionale a garantire la libertas ecclesiae, la libertà del potere spirituale. Pio IX lo scrive in molti documenti: i cattolici di tutto il mondo non avrebbero mai potuto essere certi dell’effettiva indipendenza del Papa, e quindi anche dell’effettiva indipendenza del suo Magistero, se non avessero avuto la sicurezza che il Papa fosse libero dalla pressione dei principi regnanti. Nel 1870, in questo contesto drammatico in cui l’attacco alla chiesa è arrivato a Roma, Pio IX proclama il dogma dell’infallibilità.

Perché questa decisione di proclamare l’infallibilità?

La Chiesa da sempre sa che Pietro è Pietro, e sempre nel corso dei secoli questo è stato rispettato. Negli Atti degli Apostoli, quando Pietro e Giovanni -ovvero l’apostolo che aveva tradito e l’unico apostolo che era rimasto sotto la croce e che Gesù amava- parlano al popolo, è sempre Pietro a prendere la parola. Tutti riconoscevano il primato di Pietro. Allora perché Pio IX proclama un dogma che tutti da sempre rispettavano? Lo fa perché è un profeta.

Con la massoneria si afferma il relativismo, ovvero una visione del mondo che sostiene che non ci sono verità assolute. Che tutto è in evoluzione comprese le credenza più profonde. Nella seconda metà dell’ottocento i cattolici vedono crollare tutte le loro certezze. Per la prima volta dalla fine delle persecuzioni gli italiani vedono la propria fede irrisa, i gioielli della propria cultura rapinati, i preti, i vescovi e i religiosi calunniati e incarcerati, lo stato pontificio conquistato da uomini che si definiscono cattolici: di fronte a un simile sfacelo il rischio che la fede vacilli è concretissimo. Le ingiustizie sono tali e tante che si è tentati di pensare che, forse, ci si è sbagliati. Che non è vero che Dio ha garantito a Pietro l’infallibilità.

In questo momento drammatico della storia Pio IX capisce che la fede va sostenuta. Che i fedeli vanno confortati. E quale maggiore consolazione che proclamare con un dogma che Gesù si è solennemente impegnato con la sua chiesa donando a Pietro la capacità di agire sempre a favore della verità?

Pio IX è un papa dalla fede di un gigante ed è per questo che l’attacco nei suoi confronti continua ancora oggi: la decisione di proclamarlo beato ha fatto sollevare un coro di grida di scandalo contro Giovanni Paolo II, reo di aver osato portare agli onori degli altari un papa che la storiografia, anche cattolica, unanimemente condanna. Il punto è che la storia, ha ragione Leone XIII che lo scrive nel 1883, “sembra essere diventata una congiura degli uomini contro la verità”.

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2015/12/21

Il coraggio di annunciare a tutti il Natale

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Tempo di Natale, tempo di allegria, di pace, ma anche, di questi tempi, tempo di battaglia. Perché a Natale si fa festa? Perché è successo un evento inimmaginabile: Dio si è incarnato. È sceso sulla terra perché era l’unico modo per salvarci. Tempo in cui tutta la creazione si rallegra. Tutte le cose tornano nuove e rivivono dopo la morte che ci aveva regalato il peccato. In Italia, grazie alla presenza di Roma e alla scelta fatta da Dio in favore di Roma, la nostra storia, come popolo, come nazione, ha sempre celebrato con grandissima solennità il Natale. Con fede e con cultura. Con canti. Canti popolari, musica sacra, dipinti, statue, presepi meravigliosi. Con poesie, con educazione dei bambini, con catechesi.

Negli ultimi tempi ci siamo abituati a non disturbare. A non “imporre”, così si dice, la nostra identità. E quindi nelle scuole non si fanno più presepi né canti di Natale. Si canta altro. In inglese per lo più. Ma comunque altro. Facciamo silenzio. Non imponiamo la nostra storia. Non ingombriamo. Ci facciamo piccoli piccoli. Anzi, scompariamo. Non creiamo conflitti. Così quelli che ospitiamo a casa nostra non potranno che dire bene di noi e non ci faranno esplodere con le bombe. Non ci contesteranno.

Ma io mi chiedo: come facciamo a stare zitti? Come facciamo a non annunciare, a non gridare dai tetti per così dire, che è nato il Salvatore? Colui che ci salva. Ci salva dall’orrore della morte che ci terrorizza tutti durante tutta la vita. Come facciamo a stare zitti? Forse che i musulmani non hanno diritto di ascoltare anche loro questa notizia strabiliante, bellissima, di Dio che si fa bambino, che nasce da una Vergine, che prende la nostra carne per portarla in cielo?

Questo è il regalo. L’unico regalo. Il regalo più bello: la nascita di Gesù. Altro che babbo Natale. Bimbo che nasce, non babbo-nonno che viene a portare regalini. É il bimbo il vero regalo. La natura aborre il vuoto. Se noi ci svuotiamo di noi stessi, della nostra fede, della nostra storia, della nostra cultura, noi diventiamo apostati e meritiamo quello che i profeti e lo stesso Gesù avvisano che avverrà: la distruzione. A due passi da Roma la Madonnina di Civitavecchia ha pianto lacrime. Lacrime di sangue. Per noi italiani diventare apostati è un peccato di gravità sconfinata perché la nostra storia, la nostra cultura, la nostra ricchezza millenaria sono dipese in parte preponderante dall’essere Roma capitale della cristianità. Un’apostasia da parte nostra è imperdonabile come quella che ha ridotto Gerusalemme alla distruzione da parte di Tito nel 70 dopo Cristo. E, anche se la città è stata ricostruita, il tempio, il cuore de popolo giudaico, non è più stato ricostruito. Difendiamo la nostra storia.

Conosciamola e quindi amiamola per la grande misericordia che Dio ha avuto con noi e la grandezza della nostra civiltà e dei nostri santi a cominciare da Francesco, l’inventore del presepe vivente. Per quello che possiamo andiamo a parlare con insegnati e dirigenti scolastici. Andiamoci in tanti. Andiamo tutti: genitori, papà e mamme, nonni, parenti, amici. Mostriamo che, col vuoto, col nulla, prepariamo solo la venuta dell’islam cui ci siamo arresi prima di combattere. E con l’islam la diseguaglianza fra uomini e donne. E con l’islam la scomparsa della salvezza del Dio che ci ama e si fa bambino per noi. La fine della pace. La fine delle nostre città con la bellezza che le fa splendide e le riempie di chiese, conventi, piazze, palazzi. Città che, tutte, hanno un’anima. Un’anima cristiana.

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Invio Famiglie 2016

2016/06/11

La libertà deviata che ha animato Lutero

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Su You Tube c’è un video caricato il 9 maggio 2014 in cui compare François Hollande che afferma: “Se si crede, come nel mio caso, nella Repubblica, arriva il momento in cui bisogna passare per la massoneria”. Vedere per credere e apprezzare - link.

Sto in Francia in uno dei seminari in cui insegno storia della chiesa. La mattina devo fare un percorso in macchina e sento la radio. Il 7 dicembre c’era la notizia della vittoria del Fronte Nazionale di Marie le Pen e un coro di commentatori affermava con sicurezza che la repubblica e la democrazia erano in pericolo. Di fronte a questo “pericolo” alcuni candidati socialisti facevano appello alla destra di Sarkosy per unire le proprie forze contro gli antirepubblicani.

In che senso si può sostenere che siano antidemocratiche e antirepubblicane elezioni in cui nessun partito mette in discussione la repubblica e la democrazia? Per capirlo bisogna forse ricorrere alle parole di Hollande. In un paese che ha posto il suo credo nella laicità massonica, in un paese che ritiene che la forza della sua anima, la propria identità, riposi nel disprezzo e nella lotta alla chiesa cattolica, la resistenza nei confronti dell’islam è semplicemente impossibile.

Fa parte della storia della Francia l’attitudine a proiettare verso l’esterno le difficoltà che paralizzano la vita della nazione. Anche ai nostri giorni la storia si ripete. Perché nonostante le roboanti espressioni belliche cui i francesi, a cominciare dall’invasione della Libia, ci hanno abituati, contro l’islam e contro lo stato di sudditanza in cui riduce i non islamici, in Francia non c’è proprio storia. La partita è persa prima di cominciare perché negli ultimi decenni (per certi versi negli ultimi secoli) i francesi sono stati abituati a tollerare (a “rispettare”, dicono loro) ogni tipo di insulto oltre che alla fede cattolica allo steso buon senso. Per chiarire quanto sto dicendo porto qualche fatto che mi hanno raccontato i seminaristi e i sacerdoti con cui lavoro. La scorsa settimana a La Seyne sur Mer, un piccolo centro della Provenza nei pressi di Tolone, in pieno centro, alle 6,30 del mattino, un magrebino con una pietra ha spezzato i piedi della Madonna posta su una colonna al centro della facciata della chiesa parrocchiale (vedi foto), senza che le persone presenti avessero nulla da obiettare. Sempre la settimana scorsa, a Montpellier, alle undici di notte due seminaristi in macchina hanno sorpreso 3 minorenni musulmani che lanciavano pietre contro un lampione: hanno provato a fermarli col risultato che sono stati presi a sassate loro con il parabrezza della macchina andato in frantumi. Denunciato l’episodio alla polizia la non punibilità dei minorenni ha impedito si potesse tutelare l’ordine, il rispetto delle proprietà private e collettive, anche se l’identità dei giovani è nota, come nota è la loro abitudine a lanciare pietre.

A Marsiglia un sacrestano ha sorpreso all’interno di una chiesa due giovani nudi che stavano per fare l’amore: nessun segno di vergogna o di imbarazzo da parte loro, salvo un manifesto fastidio per essere stati interrotti. Un parroco di Tolone ha impedito a un magrebino di urinare dentro la sua chiesa. All’indomani degli attacchi parigini, per esempio a Béziers, i quartieri musulmani hanno festeggiato la carneficina fino a notte inoltrata. I piccoli fatti di cui sono venuta a conoscenza io, ma figurarsi quanti altri ne sono capitati, sono avvenuti tutti nell’arco degli ultimi dieci giorni. Questo stato di intimidazione permanente in cui vive la popolazione non musulmana, la tolleranza dell’inciviltà quotidiana costruita sul mito del multiculturalismo e della laicità repubblicana, sono possibili grazie al sistematico disprezzo per la storia della Francia cattolica, ovunque diffuso a partire dalla scuola. Nei quartieri in cui la presenza musulmana è alta, la scuola repubblicana irride alla tradizione cattolica in tutti i modi, a cominciare, per esempio, dalla celebrazione del carnevale nel giorno del venerdì santo.

Risultato dell’odio per la chiesa è la formazione nel corso dei decenni di enclaves musulmane, quasi piccoli stati nello stato, che, come ovvio, tendono ad uscire dal loro ghetto per conquistare l’intero spazio urbano. L’intera nazione. Era successo allo stesso modo all’epoca della diffusione del credo calvinista: con violenze, intimidazioni, saccheggi delle regioni centro-meridionali resi possibili grazie all’intervento della “internazionale protestante”, gli ugonotti erano riusciti a costruire sul suolo francese un reticolato di città stato rette da illuminati calvinisti, nella prospettiva di trasformare tutta la Francia in una nazione riformata. Al tempo dei ripetuti tentativi dell’islam di prendere piede in Provenza grazie alla pirateria, al tempo della diffusione, sempre in Provenza, del credo e delle violenze catare, come al tempo degli ugonotti, la Francia, nonostante tutto, è riuscita a difendere la sua storia e la sua anima cattoliche. “Se si crede, come nel mio caso, nella Repubblica, arriva il momento in cui bisogna passare per la massoneria”: a stare ai fatti, mettendo la propria fede nella repubblica delle logge, i francesi non hanno fatto un grande acquisto. Hanno semplicemente perso la loro anima.

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Presepio

2015/12/02

Pensierino di Natale

di Angela Pellicciari

A Padova l’imam certifica che “il presepe non offende”. Ah! Allora possiamo stare tranquilli e tirare un sospiro di sollievo: abbiamo il lasciapassare, possiamo anche fare il presepe, tanto non offende!

Non siamo noi a scegliere, per carità. Noi seguiamo le indicazioni che ci vengono date e abbiamo capito che il presepe non offende e che, quindi, possiamo, se lo vogliamo, procedere.

Ma lo vogliamo? Non sarebbe meglio smetterla con queste sacre rappresentazioni e limitarci a celebrare –come fanno i più ragionevoli– le feste di inverno? Cosa vogliamo che sia un bambino in una mangiatoia?

Ieri sera Crozza a Di Martedì irrideva alla difesa del Natale che per decenni abbiamo celebrato con l’abete, albero del nord, e con babbo natale che scende dalla Lapponia.

Tranquilli: il presepe non offende. E’ già stato archiviato da tempo.

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generico

2015/11/30

Lettera a Renzi

Caro Presidente,

è un sollievo sapere che non parteciperemo ad operazioni militari in bianco, senza che sia chiaro il progetto politico che le ispira.

E’ un sollievo sentirla parlare della nostra identità culturale, unica al mondo, e della necessità di tornare ad esserne consapevoli.

E’ un nonsenso omettere di ricordare che l’anima e la forza di quella splendida identità culturale è la religione cattolica.

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2015/11/26

Ma Jahvé e Allah non sono lo stesso Dio

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Due giorni fa stavo tornando a Roma in macchina quando la radio ha trasmesso i discorsi pronunciati al funerale di stato celebrato in onore della ragazza assassinata in una discoteca di Parigi, mentre una banda rock suonava il suo pezzo forte: Kiss the Devil (“Io amo il diavolo e canterò la sua canzone, io amerò il diavolo e la sua canzone”, “Io amerò il diavolo, io bacerò la sua lingua, io bacerò il diavolo sulla sua lingua”).

Ho sentito un rappresentante musulmano affermare che in fondo fra il Dio di Israele (Jahvè) e il Dio dei musulmani (Allah) non c’è troppa differenza. E, devo dire, sono rimasta allibita. Perché questa affermazione è falsa.

L’Occidente, e l’Italia in modo tutto particolare, nel secondo dopoguerra ha subito una martellante campagna di diffamazione della Chiesa cattolica e della storia cattolica, definite entrambe oscurantiste, violente, intolleranti, colpevoli di ogni tipo di iniquità, incivili. Per dimostrare come la campagna anticattolica abbia colpito nel segno basta pronunciare alcune parole (“crociate, inquisizione, Giordano Bruno, Galilei”) per far sì che ogni italiano, ogni cattolico, si copra di vergogna e ammutolisca.

Le calunnie diffuse contro Cristo e la sua Chiesa sono state ovviamente accompagnate dall’esaltazione di altri modelli di culture e di religioni. In particolare l’islam. Per decenni abbiamo compianto i fedeli di Allah aggrediti dai violenti crociati che li hanno barbaramente uccisi e cacciati dalle proprie case.

In queste righe mi limito a sottolineare come in realtà fra il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e il Dio di Maometto le distanze siano incommensurabili. Jahvé ama il suo popolo di cui è padre (tutti i libri biblici definiscono Dio così) e sposo (basti vedere il libro di Osea e il Cantico dei cantici). Il Dio degli ebrei “È colui che è” (Jahvè) e gli uomini sono fatti a sua immagine e somiglianza e quindi, innanzi tutto, sono, hanno un’individualità, una libera volontà, una personalità. Una differenza qualitativa fra maschi e femmine è poi negata alla radice perché: “A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”.

Un sacerdote di grande cultura e profonda sensibilità, Gianni Baget Bozzo, qualche anno fa ha scritto sull’islam parole illuminanti. Eccone alcune: “La creazione è un concetto fondamentale del Cristianesimo proprio come realtà altra da Dio, anche se in Dio ha la sua origine e il suo fondamento. Per l’islam la creazione esiste solo come produzione costante della volontà divina: Dio è l’unica causa di tutti gli eventi. Il concetto di natura non ha quindi alcuna parte nel pensiero islamico, che non riconosce – differentemente dal Cristianesimo - alcuna autonomia alle causalità create”. Nella religione islamica, a rigore, il problema del male non si pone, come non si pone il problema del libero arbitrio: male è l’infedele, “un nulla che si ribella contro l’unica causa del suo esistere”. Un nulla che deve essere annientato: “È questa la sottile forma di nichilismo che pervade il pensiero islamico e che, non a caso, ha trovato nelle azioni annichilenti, cioè nelle azioni di guerra, la sua forma propria di azione civile e sociale. Al tempo stesso, l’annullamento, la morte in battaglia, è il modo con cui il musulmano entra nello spazio secondo della creazione che non è, come per il Cristianesimo, la vita in Dio, ma solo un’esistenza premiata”.

In una delle più belle piazze che la creatività cristiana abbia costruito, davanti alla splendida chiesa in cui è custodito il corpo di San Marco, abbiamo assistito, senza che le pietre urlassero il loro sdegno, all’equiparazione fra il Dio degli ebrei (il Dio di Gesù Cristo) e il Dio di Maometto.

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2015/11/18

I quattro castighi di Dio

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Sabato notte, in seminario dove stavo facendo un corso su Agostino, quasi fuori dal mondo perché senza radio e televisione, ho vissuto alcune ore di angoscia. Mi capita spesso di dormire poco e male ma in quel caso non si trattava di insonnia: si trattava di angoscia. Mi sono messa a pregare, ho fatto il mattutino, e ho letto la lettura prevista dal breviario per quella notte: il profeta Ezechiele, capitolo 14, versetti 12-23.

In quel passo, attraverso il suo profeta, Dio manda a dire al popolo di Israele: “Figlio dell’uomo, se una terra pecca contro di me e si rende infedele, io stendo la mano sopra di essa, le tolgo la riserva del pane, le mando contro la fame e stermino uomini e bestie”; “Quando manderò contro Gerusalemme i miei quattro tremendi castighi: la spada, la fame, le bestie feroci e la peste, per estirpare da essa uomini e bestie, ecco, vi sarà un resto che si metterà in salvo con i figli e le figlie”. La mattina ho saputo cosa era successo a Parigi durante la notte e ho capito il perché mi era capitato di vegliare.

Le profezie di Ezechiele contro il popolo infedele e contro i falsi profeti che predicono la pace in nome di Dio, senza che questi li abbia inviati, sono agghiaccianti. E si sono avverate. Basta pensare a come è stata ridotta Gerusalemme dai romani.

Da quando esiste, l’islam punta alla conquista di Roma. Perché Roma significa il mondo e loro il mondo lo vogliono conquistato al vero Dio. Finora non sono stati capaci di trasformare San Pietro in una stalla, come era quasi riuscito a fare Maometto IV inviando contro l’Occidente un esercito poderoso al comando di Kara Mustafà. All’ultimo momento, alla vigilia della resa, l’11 settembre 1683, Vienna, ultimo baluardo sulla strada di Roma, non era caduta grazie all’intercessione di Maria impetrata dal santo cappuccino Marco D’Aviano e dalla preghiera di tanti uomini e donne terrorizzati. Finora i popoli cristiani, nell’ora del pericolo, si sono sempre rivolti con digiuni, preghiere, rosari ed elemosine, alla misericordia divina e alla protezione della Vergine.

Oggi cosa facciamo? Ce lo hanno detto in tutte le salse che a Roma stanno arrivando. Come ci prepariamo? I nostri profeti, come ai tempi di Ezechiele, hanno profetizzato e profetizzano pace. Ci vergogniamo della croce e proibiamo ai nostri figli di vedere quadri che la raffigurino, portando la nostra apostasia al limite della follia. Eppure se ci sono una città e una nazione che hanno ricevuto un’infinità di grazie da Dio, per la presenza a Roma del suo vicario, questi siamo noi.

Oggi di profeti Giona non se ne vede traccia. Chi chiama a conversione? Chi si pente della schifosa apostasia in cui siamo immersi? Chi invita a prendere le armi della fede – le uniche che contino - scongiurando Dio di avere misericordia di noi, dei nostri figli, della nostra storia, della nostra civiltà che è stata bellissima?

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generico

2015/11/06

Ci risiamo con la spoliazione della Chiesa

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Historia magistra vitae: durante il grande Risorgimento in nome della purezza della fede e della vera morale, in nome di Gesù nato e morto povero, la Chiesa è stata derubata di un gigantesco patrimonio: palazzi, conventi, chiese, oggetti d’arte, biblioteche, archivi, terreni. Tutti finiti in mano di ricchi borghesi che, così, sono diventati ricchissimi. La popolazione invece, non più sostenuta dai beni dei poveri (dai beni della Chiesa), finiva nella più nera miseria costretta ad una massiccia emigrazione.

Oggi ci risiamo anche se, nel frattempo, la Chiesa possiede solo qualche briciola in confronto ai patrimoni accumulati nei secoli, frutto di amore e di donazioni da parte dei fedeli, grati per la capillare assistenza loro fornita in tutti i frangenti della vita da un esercito di preti, frati, monache e suore.

Oggi fa scandalo che una delle personalità più influenti della Chiesa, quando prende l’aereo, si azzardi, addirittura, a viaggiare in business class. Oggi che c’è un papa che abita a Santa Marta dando l’esempio, bisognerebbe che tutti, dico tutti, per amore del Vangelo e la salvezza della Chiesa, facessero altrettanto. Oggi si ricorda che la Chiesa possiede, addirittura, bellissimi edifici nei posti più belli di Roma. Sarebbe ora che questi passassero gratis et amore Dei a chi è più degno di possederli e abitarli: i nuovi padroni che, ancora una volta, si apprestano a fare affari in nome di Gesù nato e morto povero, nonché del poverello che del santo di Assisi porta il nome.

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generico

2015/10/23

Lutero e padri sinodali di lingua tedesca

di Angela Pellicciari

Il problema dell’accesso dei divorziati risposati alla comunione è davvero così difficile da risolvere?

Un gruppo di porporati di lingua tedesca suggerisce la quadratura del cerchio: si tratta di consentire a quanti si trovano nella spinosa situazione di voler fare la comunione pur senza averne diritto, di decidere cosa fare a livello personale, a livello di “foro interno”, con l’aiuto, va da sé, di un padre spirituale.

Portata alle estreme conseguenze la soluzione suggerita dal gruppo tedesco opta per un deciso ricorso al relativismo: non c’è una verità assoluta perché le cose cambiano col variare delle situazioni e ciascuno può valutare in coscienza la cosa migliore da fare. Padre di questa posizione è un altro tedesco, un tedesco famoso: Martin Lutero.

Mutatis mutandis anche Lutero si trova a dover prendere posizione su un caso spinoso: è lecito al langravio Filippo d’Assia, luterano della prima ora, definito dal “profeta della Germania” il “nuovo Arminio”, diventare bigamo? Vizioso e lussurioso, Filippo scrive a Lutero per ottenere il suo consenso alla celebrazione in pubblico di seconde nozze -cui la prima moglie acconsente- con la diciassettenne damigella di corte Margherita di Saale. Il caso non è di facile soluzione perché, se Lutero rifiuta, il suo braccio destro può passare armi e bagagli nelle fila del cattolico imperatore Carlo V.

Vista la delicatezza del momento Lutero e Melantone rispondono immediatamente, il giorno dopo aver ricevuto la lettera: in pubblico non si può celebrare nessun matrimonio perché lo scandalo sarebbe troppo grande; se però il langravio insiste, gli si può concedere una dispensa perché il “matrimonio supplementare” non ha nulla contro la legge di Dio e può essere determinato da una “necessità di coscienza”: “l’uomo può col consiglio del suo pastore, prendersi ancora un’altra donna”.

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2015/06/22

L’ineffabile Marino

Ricordo bene, durante la campagna elettorale del sindaco ciclista, che sui giornali comparivano foto a mezza pagina di suorine che abbracciavano il candidato del cuore, Ignazio Marino.

Adesso Marino, se possibile, ha superato se stesso. Sorridente e fiero ha sfoggiato una gran fascia tricolore durante il gay pride di Roma ma si è rifiutato di portare i suoi saluti alla manifestazione Difendiamoinostrifigli che ha riunito a Roma un milione di persone in piazza San Giovanni.

Orgoglioso di rappresentare gli omosessuali, sdegnato che bambini e famiglie osino mettere in discussione la bellezza del gender e la qualità della vita di pargoli che si ritrovano per genitori due mamme o due papà.

Ma non era il sindaco di tutti? Hanno voglia dal PD a ripetere che non sono contro la famiglia!

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2015/03/07

Un nuovo modello di evangelizzazione

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Compagna dell’odio a Roma scatenato da Lutero è l’idea di libertà: libertà nel senso di nessuna autorità religiosa, nessun magistero, nessun ordine come sacramento e quindi, così può sembrare, uguaglianza fra tutti i figli di Dio. Libertà e uguaglianza hanno comportato sì il libero esame della Bibbia, hanno comportato però anche il precipitare verso un dispotismo di tipo orientale che mai era stato di casa nell’Europa cristiana. E infatti per volontà di Lutero il principe è stato investito non solo dell’autorità temporale, che già aveva, ma anche di quella spirituale che mai i cristiani avevano accettato avesse, a costo di difendere con la vita l’autonomia del potere spirituale. La modernità che si è sviluppata a partire dall’idea di libertà e uguaglianza di luterana memoria, con tutto lo sviluppo filosofico che ne è derivato, passo dopo passo ha portato alla progettazione di un mondo che, in nome della libertà e dell’uguaglianza, ha costruito universi totalitari di disumana violenza. Dall’ossimoro del dispotismo illuminato, al terrore rivoluzionario in Francia e in Russia. L’uguaglianza e la libertà contro la Bibbia e contro Roma, cioè contro la verità, hanno portato ai nostri giorni alla “libertà” radicale dell’individuo, nel senso del suo totale abbandono da parte della famiglia che non c’è più e dei gruppi sociali che nei secoli passati lo hanno sostenuto –prima fra tutti la chiesa- e lo hanno lasciato solo nella sua disperata impotenza davanti allo stato e alla prassi totalitaria di eutanasia, aborto selettivo, eugenetica, adesso gender. Un povero essere disperato, non educato, non strutturato, la cui volontà non è stata mai esercitata, a disposizione dei grandi potentati economici ed ideologici che possono fare di lui alla lettera quello che vogliono. “Non è bene che l’uomo sia solo”: il progetto di Dio sull’uomo è diverso e la solitudine e l’abbandono non ne fanno parte. In tanta desolazione Dio è intervenuto e ha ispirato a Kiko e Carmen –gli iniziatori del Cammino neocatecumenale- la fondazione di piccole comunità in cui l’altro è Cristo. In cui gli uomini possono vivere, crescere, e morire confortati dalla carità dei fratelli. In cui i matrimoni possono mostrare al mondo la bellezza dell’amore cristiano indissolubile e aperto alla vita, ricco di figli e nipoti. A partire dalle comunità è nata una nuova forma di missio ad gentes. Un nuovo modello di evangelizzazione formato da comunità composte da quattro o cinque famiglie con tutti i figli che Dio ha loro regalato (normalmente tanti), un prete col suo socio (il Cammino non lascia i preti soli), alcune ragazze: questo piccolo gruppo di persone mette il proprio corpo a disposizione dell’implantatio ecclesiae in ogni parte del mondo, ovunque c’è un vescovo che ne fa richiesta. Lo fa con la sua semplice presenza mettendo in mostra la bellezza della carità cristiana. Facendo vedere che è possibile perdonarsi e volersi bene. Mostrando che, nonostante sia una valle di lacrime, la vita è un dono inestimabile e una grande benedizione.

La croce di Cristo vi accompagni in questa missione

Benedetto XVI e papa Francesco hanno già inviato 96 missio ad gentes composte da 487 famiglie con 2087 figli: di queste 58 sono andate in Europa (molte in Francia meridionale, un paese completamente secolarizzato, a parte i musulmani), 9 in America, 25 in Asia, 1 in Africa e 3 in Oceania. Ieri il Papa ha inviato altre 31missio formate da 250 famiglie con 600 figli: 16 andranno in Europa, 4 in America, 9 in Asia e 2 in Oceania. Kiko aveva chiesto al Papa, in quanto Pietro, di confermare l’invio dei missionari e Pietro non si è tirato indietro: “Lo faccio perché voglio farlo!”, ha scandito:“Il compito del Papa, il compito di Pietro, è quello di confermare i fratelli nella fede. Così anche voi avete voluto con questo gesto chiedere al Successore di Pietro di confermare la vostra chiamata, di sostenere la vostra missione, di benedire il vostro carisma. E io oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma. lo voglio fare! Lo faccio non perché lui [indica Kiko] mi ha pagato, no! Lo faccio perché voglio farlo. Andrete in nome di Cristo in tutto il mondo a portare il suo Vangelo: Cristo vi preceda, Cristo vi accompagni e porti a compimento quella salvezza di cui siete portatori!”. Prima di affidare gli iniziatori del Cammino e tutti i fratelli “alla Santa Vergine Maria che ha ispirato il Cammino Neocatecumenale. Lei intercede per voi davanti al suo Figlio divino”, rivolgendosi a Kiko e Carmen ha detto: “Io dico sempre che il Cammino Neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa”. Conferma ed incoraggiamento migliore e più solenne le famiglieche mettono a disposizione la propria vita per l’annuncio del vangelo non potevanoricevere. Sono passati duemila anni ma la forza, la mitezza, il coraggio della fede non sono mai venuti meno. Come non è venuta meno la freschezza e la fedeltà del carisma di Pietro.

Il discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

buongiorno a tutti! E grazie, grazie tante vi saluto tutti cordialmente e prima di tutto vi voglio dire grazie per essere venuti a questo incontro ad incontrare il Papa. Il compito del Papa, il compito di Pietro, è quello di confermare i fratelli nella fede. Così anche voi avete voluto con questo gesto chiedere al Successore di Pietro di confermare la vostra chiamata, di sostenere la vostra missione, di benedire il vostro carisma. E io oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma. lo voglio fare! Lo faccio non perché lui [indica Kiko] mi ha pagato, no! Lo faccio perché voglio farlo. Andrete in nome di Cristo in tutto il mondo a portare il suo Vangelo: Cristo vi preceda, Cristo vi accompagni e porti a compimento quella salvezza di cui siete portatori! Insieme con voi saluto tutti i Cardinali e i Vescovi che vi accompagnano oggi e che nelle loro diocesi appoggiano la vostra missione. In particolare saluto gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello e Carmen Hernández, insieme a Padre Mario Pezzi: anche a loro esprimo il mio apprezzamento e il mio incoraggiamento per quanto, attraverso il Cammino, stanno facendo a beneficio della Chiesa. Io dico sempre che il Cammino Neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa. Come ha detto Kiko, il nostro incontro odierno è un invio missionario, in obbedienza a quanto Cristo ci ha chiesto e abbiamo sentito nel Vangelo. «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvato» (Mc 16,15-16). E sono particolarmente contento che questa vostra missione si svolga grazie a famiglie cristiane che, riunite in una comunità, hanno la missione di dare i segni della fede che attirano gli uomini alla bellezza del Vangelo, secondo le parole di Cristo: “Amatevi come io vi ho amato; da questo amore conosceranno che siete miei discepoli” (cfrGv 13,34), e “siate una cosa sola e il mondo crederà” (cfrGv 17,21). Queste comunità, chiamate dai Vescovi, sono formate da un presbitero e da quattro o cinque famiglie, con figli anche grandi, e costituiscono una “missioadgentes”, con un mandato per evangelizzare i non cristiani. I non cristiani che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo, e i tanti non cristiani che hanno dimenticato chi era Gesù Cristo, chi è Gesù Cristo: non cristiani battezzati, ma ai quali la secolarizzazione, la mondanità e tante altre cose hanno fatto dimenticare la fede. Svegliate quella fede! Dunque, prima ancora che con la parola, è con la vostra testimonianza di vita che manifestate il cuore della rivelazione di Cristo: che Dio ama l’uomo fino a consegnarsi alla morte per lui e che è stato risuscitato dal Padre per darci la grazia di donare la nostra vita agli altri. Di questo grande messaggio il mondo di oggi ha estremo bisogno. Quanta solitudine, quanta sofferenza, quanta lontananza da Dio in tante periferie dell’Europa e dell’America e in tante città dell’Asia! Quanto bisogno ha l’uomo di oggi, in ogni latitudine, di sentire che Dio lo ama e che l’amore è possibile! Queste comunità cristiane, grazie a voi famiglie missionarie, hanno il compito essenziale di rendere visibile questo messaggio. E qual è il messaggio? “Cristo è risorto, Cristo vive! Cristo è vivo tra noi!”. Voi avete ricevuto la forza di lasciare tutto e di partire per terre lontane grazie a un cammino di iniziazione cristiana, vissuto in piccole comunità, dove avete riscoperto le immense ricchezze del vostro Battesimo. Questo è il Cammino Neocatecumenale, un vero dono della Provvidenza alla Chiesa dei nostri tempi, come hanno già affermato i miei Predecessori; soprattutto san Giovanni Paolo II quando vi ha detto: «Riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valido per la società e per i tempi odierni» (Epist. Ogniqualvolta, 30 agosto 1990: AAS 82 [1990], 1515). Il Cammino poggia su quelle tre dimensioni della Chiesa che sono la Parola, la Liturgia e la Comunità. Perciò l’ascolto obbediente e costante della Parola di Dio; la celebrazione eucaristica in piccole comunità dopo i primi vespri della domenica, la celebrazione delle lodi in famiglia nel giorno di domenica con tutti i figli e la condivisione della propria fede con altri fratelli sono all’origine dei tanti doni che il Signore ha elargito a voi, così come le numerose vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata. Vedere tutto questo è una consolazione, perché conferma che lo Spirito di Dio è vivo e operante nella sua Chiesa, anche oggi, e che risponde ai bisogni dell’uomo moderno. In diverse occasioni ho insistito sulla necessità che la Chiesa ha di passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria (cfrEsort. ap. Evangeliigaudium, 15). Quante volte, nella Chiesa, abbiamo Gesù dentro e non lo lasciamo uscire… Quante volte! Questa è la cosa più importante da fare se non vogliamo che le acque ristagnino nella Chiesa. Il Cammino da anni sta realizzando queste missioadgentes in mezzo ai non cristiani, per una implantatio Ecclesiae, una nuova presenza di Chiesa, là dove la Chiesa non esiste o non è più in grado di raggiungere le persone. «Quanta gioia ci date con la vostra presenza e con la vostra attività!» - vi ha detto il beato Papa Paolo VI nella prima udienza con voi (8 maggio 1974: Insegnamenti di Paolo VI, XII [1974], 407). Anch’io faccio mie queste parole e vi incoraggio ad andare avanti, affidandovi alla Santa Vergine Maria che ha ispirato il Cammino Neocatecumenale. Lei intercede per voi davanti al suo Figlio divino.

Carissimi, che il Signore vi accompagni. Andate, con la mia Benedizione! Apostolica.

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2015/02/07

«I turchi ci massacrano». Così è nata la prima Crociata

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

Massimo Bordin, a Radio Radicale, è sempre una gran miniera di idee. Questa mattina riportava un paragone fatto da Obama fra le infamie commesse dai cristiani all’epoca delle Crociate e dell’Inquisizione e gli attuali misfatti dell’Is. Non ero in Italia, ma mi hanno detto che anche giornalisti italiani si sono esercitati in considerazioni analoghe.

Brevemente qualche fatto: se ci si chiede come mai i musulmani moderati non abbiano alzato la voce contro i crimini commessi dai vari califfi o pretendenti tali contro i cristiani, la risposta è semplice e va trovata nel Corano. Il Corano è un libro che non si può interpretare. Il Corano va obbedito perché a parlare è Dio che lo detta al profeta. Dunque, il versetto 33 della sura 5 dice: «In verità, la ricompensa di coloro che combattono Iddio e il suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati, o crocifissi, o amputati delle mani e dei piedi dai lati opposti, o banditi dalla terra». Non risulta che il Dio biblico si sia mai espresso in questi termini.

In obbedienza al Corano nel corso del tempo più volte i musulmani hanno aderito alla lettera alla volontà del profeta. Così hanno fatto i turchi selgiuchidi nell’undecimo secolo. Leggiamo alcuni brani della lettera che nel 1091 l’imperatore Alessio Comneno scrive a Roberto I, conte di Fiandra, per descrivere cosa succede ai cristiani che vivono sotto il dominio turco o che vanno in Terra Santa come pellegrini: «circoncidono i ragazzi e i giovani dei Cristiani sui battisteri dei Cristiani, e in disprezzo di Cristo versano il sangue della circoncisione negli stessi battisteri, e poi li costringono a urinare negli stessi; e poi li trascinano nelle chiese e li costringono a bestemmiare il nome e la fede della santa Trinità. Coloro che si rifiutano li affliggono con innumerevoli pene e alla fine li uccidono. Nobili matrone e le loro figlie, che hanno depredato disonorano nell’adulterio, succedendosi uno dopo l’altro come gli animali. Altri corrompono turpemente le vergini, ponendole in faccia alle loro madri, e le costringono a cantare canzoni viziose e oscene, finché non hanno terminato i loro vizi»; «uomini di ogni età e ordine, ragazzi, adolescenti, giovani, vecchi, nobili, servi, e, ciò che è peggio e più vergognoso, chierici e monaci, e -che dolore!- ciò che dall’inizio dei tempi non è stato mai detto o sentito, vescovi, sono oltraggiati con il peccato di Sodoma, e un vescovo sotto questo osceno peccato perì. Contaminano e distruggono i luoghi sacri in innumerevoli modi, e ne minacciano altri di peggiore trattamento. E chi non piange di fronte a ciò? Chi non prova compassione? Chi non ne prova orrore? Chi non prega?». I turchi distruggono «quasi l’intera terra da Gerusalemme alla Grecia», le isole, e «adesso quasi nulla rimane eccetto Costantinopoli, che minacciano di strapparci prestissimo, a meno che l’aiuto di Dio e dei fedeli Cristiani Latini ci giunga velocemente»; «Il resto omettiamo per non dare fastidio a chi legge».

L’Occidente nel 1096 risponde all’appello disperato dell’imperatore bizantino andando con grandi sacrifici e grande eroismo a liberare la terra di Gesù dalla barbarie musulmana all’epoca imperante. È la prima crociata. Parole come quelle pronunciate da Obama riposano su un terreno sicuro. Un terreno reso solido da secoli di falsità storiche fatte passare per verità. Come scrive Leone XIII nel 1883: «la scienza storica sembra essere una congiura degli uomini contro la verità»; «Troppi vogliono che il ricordo stesso degli avvenimenti passati sia complice delle loro offese». La propaganda anticattolica ha dipinto la Chiesa come una specie di associazione a delinquere, violenta, oppressiva, intollerante. La propaganda anticattolica ha dipinto l’islam come la terra della pace e della tolleranza. Nemmeno le atrocità disumane commesse in questo tempo dall’islam che, come sempre ha fatto, vuole conquistare il mondo e arrivare a Roma, riescono a far riflettere chi è stato educato all’odio e al disprezzo anticristiano.

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2014/05/19

Libertà di coscienza o libero arbitrio?

(da "La Nuova Bussola Quotidiana)

“Perché movimenti di liberazione, che hanno già suscitato immense speranze, sfociano poi in regimi per i quali la libertà dei cittadini, a cominciare dalla prima di tali libertà che è la libertà religiosa, costituisce il nemico numero uno?”: così scriveva nel 1986 il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinal Ratzinger. Già: perché? Possibile che sulla strada che porta dai bei proclami di libertà alla soppressione di ogni tipo di libertà ci si imbatta nella libertà di coscienza?

La filosofia cattolica ha sempre affermato che l’uomo ha una volontà libera: libero arbitrio. All’uomo spetta la scelta, libera, inauditamente libera, di obbedire a Dio o di ribellarsi a Lui. All’uomo non compete la capacità di sostituirsi a Dio nella definizione di bene e male. Nessuna libertà di coscienza può offrire una patente di buona condotta ad azioni malvagie, anche se compiute in coscienza. Affermare che la coscienza dell’uomo è libera nel senso che sta a lei definire il bene e il male ha come presupposto la negazione della verità. Mancando la verità, una verità oggettiva valida ovunque e per sempre, la libertà non è più adesione alla verità, ma possibilità di fare quanto ritenuto giusto secondo criteri che variano nel tempo e nello spazio. Non è più la verità che rende liberi ma la mancanza di verità che rende liberi in coscienza.

Due esempi di come, in nome della libertà di coscienza, si possa eliminare ogni spazio di libertà a partire da quella religiosa. Nel 1905 la Terza Repubblica francese dominata dall’influenza massonica impone una legge sulla “separazione delle Chiese dallo Stato” il cui articolo primo dichiara: “La Repubblica assicura la libertà di coscienza”. Gli articoli che seguono mostrano come si possa, in nome della libertà, derubare la chiesa di tutte le sue proprietà: “Gli edifici che sono stati messi a disposizione della nazione e che, in virtù della legge del 18 germinale anno X, servono all’esercizio pubblico dei culti o all’alloggio dei loro ministri (cattedrali, chiese, cappelle, templi, sinagoghe, arcivescovadi, vescovadi, presbiteri, seminari), così come le loro dipendenze immobiliari e i mobili che li arredavano al momento nel quale tali edifici sono stati assegnati ai culti, sono e rimangono proprietà dello Stato, dei dipartimenti, dei comuni”, così l’articolo 12.

Il 23 gennaio 1918 la Russia, appena liberata dall’oscurantismo zarista, approva il Decreto del Consiglio dei Commissari del Popolo sulla libertà di coscienza e sulle associazioni ecclesiastiche e religiose: la chiesa ortodossa è privata della personalità giuridica, derubata delle sue proprietà, privata del diritto di acquisirne di nuove. Nel 1918 è sancita la morte per libertà di coscienza della religione ortodossa. Il resto seguirà.

L’associazione che con più convinzione sponsorizza la libertà di coscienza è la libera muratoria. Un’istituzione che la chiesa ha condannato in centinaia di documenti fin dal suo apparire all’inizio del Diciottesimo secolo: “Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo [massonico] scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo”, a scrivere così è Gregorio XVI nella Mirari vos del 1832.

All’interno della vita delle logge, durante la cerimonia di iniziazione al trentaduesimo grado del rito scozzese antico e accettato, così si parla di libertà di coscienza: “Al 30° grado abbiamo appreso che la Libertà, e, in primo luogo, la Libertà di coscienza con tutti i suoi corollari, era il principale obiettivo del nostro Ordine”.

Quando si fa paladina della libertà di coscienza la massoneria si riferisce in senso proprio alla coscienza veramente libera che ritiene di incarnare. Il principale obiettivo dell’ordine è scardinare tutti i principi non negoziabili, diremmo oggi, ed imporre a tutti il proprio credo, ritenuto per definizione l’unico libero.

Quella massonica e quella cattolica sono senza dubbio due visioni del mondo contrastanti e inconciliabili, ma il contrasto non è fra una posizione dogmatica che esclude tutte le altre ed una tollerante che le accetta tutte. Il contrasto, radicale, è fra due visioni del mondo incompatibili che si escludono a vicenda.

Ai nostri giorni in nome della libertà di coscienza stiamo assistendo al tentativo di imporre a tutto il mondo l’approvazione di un codice etico che premia il male e condanna il bene: “Quando l’uomo vuole liberarsi dalla legge morale e divenire indipendente da Dio, lungi dal conquistare la propria libertà, la distrugge. Sottraendosi al metro della verità, egli diventa preda dell’arbitrio; tra gli uomini sono aboliti i rapporti fraterni per far posto al terrore, all’odio e alla paura”, così Ratzinger.

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2012/06/06

Garibaldi sconosciuto: era schiavista

Sono partiti da Quarto. Lo abbiamo solennemente ricordato anche l’altro giorno. Ma partiti chi? I Mille. Che tipi erano i Mille? “Tutti di origine pessima e per di più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”. Quale leghista secessionista può infangare in questo modo la gloriosa ed eroica spedizione? Non ci si crederà, ma la risposta è: nessun leghista. Giuseppe Garibaldi in persona.

Viene da dire: da che pulpito! Sì, perché Garibaldi, fra le tante liberazioni compiute, è stato anche commerciante di schiavi. Solo che nessuno lo sa. Lo stesso Garibaldi ha costruito passo dopo passo il proprio mito raccontando nelle Memorie i particolari della sua vita leggendaria. Sappiamo così tutto su come sbarcasse il lunario in America Latina, dopo la fine della rivoluzione quarantottina. Sappiamo che nel 1854 capitanava una nave di nome Carmen, che faceva la rotta Callao-Canton; conosciamo i giorni di traversata, l’approdo esatto, il carico di guano. Non sappiamo cosa trasportasse nel tragitto di ritorno: scaricato il guano, con cosa riempiva la nave? Alla perdita del dettaglio rimedia l’amico armatore, il ligure Pedro Denegri, che racconta: “M’ha sempre portato i cinesi nel numero imbarcato e tutti grassi e in buona salute; perché li trattava come uomini e non come bestie”. Il libro che narra l’episodio (La vita e le geste di Giuseppe Garibaldi, scritto da Vecchj e pubblicato da Zanichelli) ha avuto una sorte curiosa: è scomparso da tutte le biblioteche. Io ne posseggo un esemplare raro, acquistato in una biblioteca antiquaria.

Descritto come novello Cincinnato che, dopo le eroiche gesta, torna alla sua Caprera, “l’anima candida” di Garibaldi di Cincinnato aveva poco. Il fiume di denaro che accompagna la conquista del regno d’Italia a favore dell’1% di quanti l’hanno organizzata, segue anche l’eroe dei due mondi. Così racconta la Civiltà Cattolica in un pezzo di cronaca contemporanea del 1875. Il governo italiano propone di ricompensare Garibaldi con un vitalizio ma l’eroe non ci sta e il 10 dicembre 18774 scrive al ministro Mancini: “Avrei accettato il dono nazionale se non vi fosse di mezzo un governo, che io tengo colpevole delle miserie del paese, e con cui non voglio essere complice”. Il 31 insiste col figlio Menotti: “Le cento mila lire pesandomi sulle spalle come la Camicia di Nesso, ho incaricato Riboli di pubblicare la mia ultima lettera di non accettazione”. Il commento della rivista dei gesuiti è asciutto e laconico: “Passarono men che sei mesi, e tutte queste belle cose andarono in fumo. L’eroe accettò ed indossò la camicia di Nesso sotto forma di cento mila lire annue”. Forse non è inutile ricordare che nel primo dopoguerra, qualche decennio dopo i fatti qui raccontati, quando l’inflazione aveva già falcidiato i risparmi degli italiani, un famoso motivetto cantava: “se potessi avere mille lire al mese”!

E la spedizione dei Mille? Beh, anche qui le cose hanno bisogno di qualche precisazione: l’idea, gli uomini, le munizioni non sono frutto dell’improvvisazione garibaldina, ma della programmata, meticolosa e segretissima organizzazione messa a punto dal duo Cavour-La Farina. Ci sarebbe altro. Molto altro. Ma per oggi basta così.

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2010/02/10

La Bonino è contro i cattolici

articolo pubblicato su il Tempo

Il Foglio sta da qualche tempo conducendo un’indagine sulle simpatie che la Bonino raccoglierebbe tra i cattolici laziali. Che non sarebbero poche. Possibile? Una Bonino disinvolta, decisa, sorridente, all’inizio della campagna elettorale si è premurata di dichiarare di non essere anticattolica ma anticlericale. Il messaggio mandato all’elettorato cattolico era chiaro: non c’è da aver paura di me. Io, da vera democratica, rispettosa delle libertà di tutti e di ciascuno, mi oppongo solo all’ufficialità vaticana perché intrigante, oscurantista, lontana dalla realtà e dai problemi della gente.

Parole belle. Efficaci. Dette con spavalda sicurezza. Parole che ricordano quasi alla lettera quelle scritte dal Grande Oriente d’Italia in una circolare spedita nel lontano 1886: “Anzitutto devesi far entrare nel popolo l’idea che la massoneria non ha fine politico, ma solo di beneficenza e di pace, di libertà e di affrancazione dai vincoli degli spiriti, aggravati dalle religioni di dogmi e di precetti. In secondo luogo dimostrare che la massoneria non combatte i cattolici, ma i clericali, che sono corruttori del cattolicismo, e lo disonorano, trascinandolo sulla piazza e nelle gare politiche”.

Quando il Grande Oriente scrive questo testo è da poco avvenuta l’unificazione italiana che ha tolto alla chiesa qualsiasi libertà, ha soppresso tutti gli ordini religiosi espropriando tutte le loro proprietà (compresi conventi, opere d’arte, oggetti di culto, biblioteche ed archivi), ha lasciato senza vescovi tante diocesi ed ha reso il papa “prigioniero” in Vaticano. In questo contesto di distruzione del patrimonio culturale, artistico e religioso italiano, il Grande Oriente rivendica a sé il merito di avvenimenti ritenuti epocali: “Sono da encomiarsi i lavori che si sono fatti in passato, in nome della politica e della finanza italiane. Principalmente la soppressione degli ordini religiosi, l’incameramento dei beni ecclesiastici, la distruzione del potere temporale. Sono tre grandi fatti storici che costituiscono la base di granito del movimento massonico in Italia”. Come mai la massoneria non denuncia apertamente il proprio odio per la chiesa cattolica e il proprio disprezzo per gli italiani, tutti cattolici? Perché il primo articolo dello Statuto Albertino dichiara la religione cattolica “unica religione di stato” e perché i Savoia ed i liberali avocano a sé una superiore moralità proprio in quanto costituzionali e liberali. La persecuzione anticattolica in atto doveva, come tale, essere negata: nell’Italia risorgimentale la menzogna regnava sovrana, proprio come Pio IX e Leone XIII scrivevano in decine di lettere.

Cosa c’entrano le cosiddette conquiste di libertà dell’Ottocento italiano con la politica radicale degli ultimi decenni? E’ lo stesso Pannella (il padre spirituale della Bonino) a sottolineare la continuità fra il Risorgimento e le battaglie radicali. In un’intervista comparsa su El Pais del 13 maggio 2005, il leader radicale così loda il primo ministro spagnolo Zapatero: “Zapatero mi ricorda un antico presidente del governo francese, Emile Combes, che nel 1905 espropriò una serie di beni ecclesiastici e rispose alle proteste con una frase: il Vaticano, dopo essersi allontanato dal cattolicesimo, si vuole anche allontanare dallo stato […] La posizione di Zapatero si inserisce nel contesto di una tradizione democratica e laica, radicalmente europea, imparentata con fenomeni come il risorgimento e l’unificazione italiana del 1870”.

In polemica con la difesa della vita portata avanti dalla Cei di Ruini all’epoca del referendum sulla legge 40, nella stessa intervista a El Paìs appena ricordata, anche Pannella ricorre al collaudato stereotipo dell’anticlericale sì, anticattolico no: “Qui non stiamo parlando del cattolicesimo, ma del Vaticano, uno stato con potere temporale, impegnato a guadagnare più potere a scapito degli altri stati. A mio parere, boicottando il referendum la gerarchia cattolica incorre nel peccato di simonia, vale a dire nella compravendita di beni spirituali”.

Lasciamo Pannella ai suoi sproloqui. Quello che importa ora è ricordare come i nemici della chiesa si siano sempre avvalsi della finta contrapposizione “anticattolici no, anticlericali sì”, “anticattolici no, antivaticani sì”. La ragione di questo tipo di propaganda obbedisce ad una logica ferrea: quella di chi non rinuncia a sperare di farla finita con la fede di Pietro. Non sembra che votare Bonino sia la più astuta fra le scelte che un cattolico possa fare.

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2009/12/31

Se difende la famiglia la piazza è censurata

da Libero

In una Madrid scintillante di luci, in cui splendidi addobbi multicolori illuminano la notte con stilizzate nuvolette, cuoricini, puntini luminosi e scritte inneggianti alla gioia, alla calma, alla serenità, all’allegria, in una Madrid insomma in cui il funerale del Natale cristiano si celebra nel modo più indolore possibile, si è svolto un evento di cui, da noi, nessuno si è accorto. Per domenica 27 dicembre, festa della Sacra Famiglia, il cardinale di Madrid Antonio Maria Rouco Varela, in stretta collaborazione con Kiko Argüello iniziatore del Cammino Neocatecumenale, ha promosso una solenne festa della famiglia cristiana chiamando nella capitale spagnola famiglie provenienti da tutta Europa: “Il futuro dell’Europa passa per la famiglia”, questo lo slogan. Se l’arcivescovo di Madrid si è genericamente riferito alla presenza di centinaia di migliaia di persone, il più scientifico El Pais ha calcolato una cifra precisa: cinquantaseimila. Tre anni fa, all’epoca della prima convocazione per la festa della Sacra Famiglia, quando la stampa di tutto il mondo calcolava due milioni di presenze, il quotidiano spagnolo, in splendida solitudine, scriveva ‘centosessantamila’. La cifra si pretendeva esatta perché calcolata in modo matematico, moltiplicando i metri quadri della piazza per il numero delle persone che si ritiene possano occupare un metro quadro. Ragionevole immaginare che un’analoga iniziativa, promossa dal movimento omosessuale, avrebbe avuto una copertura mediatica leggermente diversa? Si parla tanto di relativismo nichilista, ma l’espressione è vera e falsa insieme. Vera perché si asserisce che la verità non esiste e che, quindi, tutte le singole verità si equivalgono. Falsa perché, in realtà, è imposta una verità anticristiana: la legge naturale non esiste e il matrimonio indissolubile, aperto alla vita, è una follia. Cinquantaseimila persone? No. Una moltitudine di famiglie da tutta Europa è andata a Madrid a testimoniare la bellezza della famiglia cristiana: madri, padri e tanti figli. Germania, Inghilterra, Lettonia, Ungheria, Irlanda, Polonia, solo per citare alcune delle nazioni presenti. Per non parlare dell’Italia. Solo che noi, col nazionalismo blando e subliminale che professiamo (grazie alle note vicende dell’unificazione nazionale), al contrario delle altre nazionalità, non avevamo bandiere da sventolare. Ma c’eravamo. Ed in massa. Un enorme sforzo economico ed organizzativo per famiglie semplici, con tanti figli, che erano lì a testimoniare che la realtà è veramente drammatica. Che si parla tanto di famiglia e di figli, ma si promuovono solo coppie di fatto, matrimonio omosessuale, adozione per coppie gay. Che per i figli nati da un padre ed una madre che si impegnano nei loro confronti con sacrifici quotidiani e per sempre, non c’è sponsorizzazione. E che, proprio per questo, l’Europa da decenni si sta suicidando. Perché da tempo ha rinunciato alla vita. I vaticanisti di tutti i quotidiani nazionali, insieme ai rispettivi direttori, devono aver ritenuto che tanta fatica, tanto freddo e tanta allegria non avessero troppo senso. E infatti nessuno di loro si è accorto di nulla e nessuno ne ha dato notizia. Eppure la metà sinistra della Castellana, arteria pulsante di Madrid, era letteralmente invasa da famiglie italiane (di quella destra non so perché non c’ero). Vengono in mente i pastori: gli unici che abbiano contemplato la nascita di Gesù. Poveri pastori. Da loro però è nata una splendida civiltà: quella cristiana. Bisogna ricominciare. Le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, venuti con sacrifici dalla Spagna e da tutta Europa (senza aiuto economico di sindacati o partiti o facoltose organizzazioni) hanno testimoniato che lo sanno e che sono pronte a ricominciare. E’ tempo, come gridava Giovanni Paolo II, di evangelizzare. Nel 1982, all’epoca della sua prima visita in Spagna, il papa polacco, proprio dalla Plaza de Lima, aveva profeticamente scandito: “Il futuro dell’umanità passa per la famiglia”. Nel 2009 il testo è stato leggermente modificato: “Il futuro dell’Europa passa per la famiglia”.

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